La condanna di un dermatologo: non prescrive esami approfonditi

Avv. Angelo Russo,

Avvocato Cassazionista,

Diritto Civile, Diritto Amministrativo, Diritto Sanitario,

Catania

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Con la recentissima sentenza 13 settembre – 9 novembre 2017, n. 26517, la Corte di Cassazione, sez. III Civile, torna a occuparsi della problematica connessa alla responsabilità del medico in conseguenza dell’omessa prescrizione di esami approfonditi.

Il fatto

Nel mese di novembre del 1990 Gi. Za. era affetto da un epitelioma alle mucose buccali.
In data 14.11.1990 il Dott. Gi. La. (dermatologo) lo sottoponeva a visita e, nell’occasione, non solo non si accorse della natura maligna della malattia ma consegnò al paziente un referto istopatologico nel quale si escludeva la presenza di neoplasie.
La malattia, non tempestivamente diagnostica e curata, progredì e condusse a morte Gi. Za.
Gli eredi, deducendo l’imperizia e la negligenza del medico sanitario, rilevavano che se egli avesse saputo tempestivamente diagnosticare la malattia, essa si sarebbe potuta curare più prontamente e più efficacemente.
Chiedevano, pertanto, la condanna del dermatologo al risarcimento dei danni sofferti in conseguenza della morte del loro congiunto.
Il medico dermatologo si costituiva in giudizio eccependo che:
– Al momento della visita il paziente non presentava alcuno dei sintomi tipici dell’epitelioma, bensì solo una escoriazione della mucosa dovuta alla protesi dentaria.
– L’unica prestazione medica da lui eseguita fu la sutura della suddetta escoriazione.
– Non aveva mai né disposto, né eseguito, alcun esame istopatologico sui tessuti del paziente.
Dopo il suddetto intervento non ebbe più occasione di visitare il paziente.
Il Tribunale di Viterbo (in primo grado) accolse la domanda.
La Corte d’Appello di Roma (in grado di appello) confermò la sentenza di primo grado.
In particolare la Corte d’Appello rilevò che:
a) la storia clinica del paziente e i sintomi da questi presentati, al momento della prima visita, avrebbero dovuto indurre il dermatologo almeno a sospettare la possibilità dell’esistenza d’un epitelioma e a disporre, quindi, esami più approfonditi.
b) era onere del medico, in applicazione dei principi sul riparto dell’onere della prova, dimostrare di avere eseguito quell’esame, ovvero di averlo consigliato al paziente, prova che, invece, non fu fornita.
Il medico impugna la sentenza per cassazione, deducendo che la Corte d’Appello avrebbe omesso di esaminare il “fatto decisivo” e, cioè, che la causa del decesso del paziente fosse il ritardo diagnostico e terapeutico in cui incorsero i medici che, dopo di lui, si occuparono del caso

La decisione

La Corte di Cassazione rigetta il primo motivo rilevando che la Corte d’Appello aveva esaminato il problema del nesso di causalità tra la condotta contestata al medico convenuto e la morte del paziente, affermando che: “l’esecuzione di un esame istologico [se fosse stato disposto dal convenuto] avrebbe permesso di accertare l’esistenza della malattia molto prima di quanto effettivamente avvenuto”, e soggiungendo che “l’eventuale concorso anche maggioritario dei medici successivamente intervenuti non potrebbe comportare alcuna riduzione dell’obbligo risarcitorio del medico.”
La circostanza di fatto costituita dall’esistenza del rapporto di causalità tra la condotta del convenuto, quella degli altri medici che si occuparono del causa, e la morte del paziente, è stata dunque esaminata dalla Corte d’appello, ed il vizio di omesso esame non sussiste.
Né, ovviamente, è consentito in questa sede tornare ad esaminare se davvero il convenuto abbia o non abbia fornito un contributo concausale alla produzione dell’evento, trattandosi di questione squisitamente di merito, istituzionalmente sottratta all’esame di questa Corte.
Con il secondo motivo di ricorso il medico sostiene che la Corte d’Appello avrebbe violato le regole sul riparto dell’onere della prova, in quanto:
a) Gli eredi del paziente avrebbero dovuto dimostrare che, al momento in cui il congiunto si fece visitare dal dermatologo, vi fosse una lesione “ragionevolmente interpretabile come anticamera di una situazione patologica” tumorale e tale prova non era stata fornita.
b) La Corte d’appello non ha “preso posizione” sul referto del 10 gennaio 1991, prodotto e poi sottratto dagli atti di causa, il quale era stato da lui disconosciuto e non era a lui riferibile.
Anche il secondo motivo è rigettato sul rilievo che “Stabilire se determinati sintomi, ad una determinata epoca, siano stati correttamente o scorrettamente interpretati, significa accertare se il medico abbia tenuto una condotta negligente o diligente. Ma l’accertamento della diligenza della condotta del medico forma oggetto dell’accertamento della colpa ed in tema di responsabilità medica non è onere dell’attore provare la colpa del medico ma è onere di quest’ultimo provare di avere tenuto una condotta diligente.”
Per ciò che concerne, inoltre, la circostanza che gli attori avrebbero depositato un referto istopatologico a lui attribuito (dal quale risultava una diagnosi benigna, ma che lui non aveva mai sottoscritto quel documento, poi sparito dagli atti) secondo la Suprema Corte il dato è irrilevante atteso che si tratta di “questioni che non toccano la posizione degli attori: gli attori avevano il solo onere di allegare la colpa del convenuto; questi aveva l’onere di provare la propria assenza di colpa.
E il convenuto non poteva certo provare l’assenza di colpa limitandosi a disconoscere la sottoscrizione di quel referto istopatologico.”

Argomenta la Corte di Cassazione che:
– Se il referto esisteva e il medico lo aveva firmato, quest’ultimo incorreva in colpa per avere errato la diagnosi.
– Se il referto non esisteva, il medico era in colpa per non aver suggerito od ordinato esami più approfonditi, ovvero per non avere fornito la prova che alla data in cui visitò il paziente, questi non presentava alcun sintomo tale da suscitare nemmeno il più piccolo sospetto che fosse affetto da una patologia tumorale.
La sentenza, in conclusione, è in linea con la Giurisprudenza formatasi in materia di negligenza nella prescrizione, da parte del medico, di esami che, per il loro approfondimento, avrebbero potuto scongiurare l’aggravarsi della malattia e l’esito fatale.