Cultura occidentale e rimozione del dolore

Dott.ssa Annamaria Venere

Sociologa Sanitaria

Amministratore Unico AV Eventi e Formazione

Direttore Editoriale MEDICALIVE MAGAZINE

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Le convinzioni, i rituali e le tradizioni presenti in molte culture hanno proprio lo scopo di integrare il dolore e la sofferenza in una più ampia visione del mondo, permettendo al malato e ai suoi familiari di accettare tale condizione attribuendole finalmente un senso, un significato sociale ed esistenziale insieme. Tutto ciò senza dubbio permette di superare più facilmente il dolore, accogliendone l’ineluttabilità e allo stesso tempo riconoscendo ritualmente che il paziente è ancora il padrone del proprio corpo e della propria vita.
Così, nella tradizione culturale cristiana – che ancora oggi permea di sé la cultura occidentale, seppure ormai ampiamente secolarizzata – il dolore del paziente è trasfigurato, reso trascendente, nell’assimilazione al dolore prototipico di Gesù sofferente. Nella concezione cristiana, la presenza ineluttabile del dolore acquista senso anche in prospettiva teleologica ed escatologica, nella convinzione di essere destinati dopo la morte a una nuova vita, eterna e completamente depurata dalla presenza del dolore. La cultura cristiana dunque insegna l’accettazione del dolore, inteso come un ineluttabile momento di passaggio, ma allo stesso tempo ne annuncia la prossima fine e il definitivo superamento, chiedendo al paziente di esercitare virtù quali il coraggio, il dominio di sé, la dignità e la pazienza, intesa sia nel senso di “sopportazione” del dolore fisico sia in quello di “attesa” della vita eterna in Cristo.
A ben vedere, una simile concezione del dolore sembrerebbe particolarmente efficace nel fornire al paziente gli strumenti, psicologici e spirituali, per affrontare la difficile prova che lo attende, ma bisogna rilevare come nell’ultimo secolo e mezzo, con lo spostamento fisico del dolore, della sofferenza e della morte in specifici spazi separati dalla vita quotidiana – gli ospedali, i cronicari, gli ospizi e gli stessi cimiteri – si è contribuito a rendere la sofferenza e la morte realtà in buona parte ignote nell’ambito familiare; così, esperienze che i giovani un tempo “vivevano” insieme ai loro vecchi oggi sono tenute lontane, accuratamente nascoste, istituzionalizzate e scientificamente trattate. Tutto questo, come è facile immaginare, ostacola grandemente il trasferimento delle conoscenze culturali e delle esperienze vissute da una generazione all’altra, creando nuove generazioni di persone che, potenzialmente, possono non avere nessuna esperienza del dolore e della morte e non possedere, di conseguenza, gli strumenti necessari per interpretare e metabolizzare queste realtà. La società del benessere, allo stesso tempo, diffonde e mantiene un certo “pudore” di facciata nei confronti di tutto ciò che riguarda la sofferenza, il dolore e la malattia cronica, così come del resto fa nei confronti del disagio psichico e in genere di tutte le forme di dipendenza o di difficile adattamento alla realtà sociale; proprio questo malinteso pudore non fa che acuire la sensazione, da parte del malato cronico, di costituire effettivamente un “peso” per la società in generale e per la sua famiglia in particolare, di essere ormai ridotto a un soggetto non più produttivo e incapace di provvedere ai bisogni suoi e degli altri, unapersonapriva di valore se freddamente considerata e soppesata in un’ottica utilitaristica e materialistica.