Essere genitori oggi: La sfida dell’educazione nella società post-moderna

Dott. Claudio Marcassoli
Psichiatra Psicoterapeuta – Criminologo forense – Complesso “La Garberia” – Sondrio

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Si sente spesso dire che il mestiere di genitore è il più difficile del mondo (e a mio parere il più affascinante…), ma quest’affermazione sembra essere ancor più vera in questo periodo storico-sociale nel quale i valori sembrano essere divenuti “liquidi”, i ruoli incerti e il relativismo imperante: del resto il fiorire di “scuole per genitori” sarà pur indicativo di qualcosa che non funziona più.
Partiamo dal concetto che il genitore perfetto non esiste, come non esiste il figlio perfetto, né esiste il “manuale del genitore perfetto”. Ma come si faceva una volta senza scuole? La funzione educativa veniva tramandata da padre in figlio, mentre ora tanti bambini non conoscono neanche la storia della famiglia, dei nonni, le loro radici.
Si dirà che le famiglie sono cambiate, che non c’è una vera politica di sostegno alla famiglia, alla genitorialità, ma il problema di fondo rimane il problema EDUCATIVO
.
Non si nasce genitori, ma lo si diventa quando si mette al mondo un figlio e le capacità genitoriali si acquisiscono lungo tutto l’arco della sua crescita.
Essere genitori significa assumersi la responsabilità, le fatiche e la bellezza della crescita dei figli in un percorso che comunque non permette rassicuranti certezze.
Non ci sono indicazioni e regole, se non le più semplici (che sono spesso anche le più efficaci), che siano adeguate per tutti i figli: ogni genitore è diverso dagli altri e da questa diversità derivano i diversi atteggiamenti, convinzioni, regole, abitudini che metteranno in atto.
Così anche i figli sono diversi e per questo motivo crescerli richiede un continuo e progressivo adeguamento da parte dei genitori, che devono saper rispondere a esigenze sempre nuove, alla ricerca di nuove modalità di relazione con loro.
Lungo l’arco della crescita si incontreranno figli “sempre diversi”: pensiamo al passaggio tra infanzia e adolescenza, percorso sempre più precoce e sempre più turbolento verso l’età adulta, con l’abbandono della funzione protettiva e rassicurante (quando c’è) dei genitori, anzi spesso con il rifiuto di questa funzione, con la scoperta dell’ “altro”, un tuffo nella vita adulta, così ricca di attrattive per una mente ancora acerba.
L’adolescenza ha un naturale e necessario compito evolutivo: essa porta con sé tutta una serie di cambiamenti nei figli, che da bambini docili iniziano a ribellarsi, mettendo in discussione l’autorità dei genitori e provocando in famiglia tensioni e litigi.
I genitori si trovano disorientati e spesso impotenti di fronte a comportamenti dei figli che non riconoscono più e temono che la situazione possa sfuggire loro di mano.
È importante comprendere che la ribellione fa parte del percorso di crescita e quasi sempre non è riferita al rapporto diretto con mamma e papà, di cui i ragazzi hanno ancora tanto bisogno, anche se non lo ammettono.
I genitori faticano ad accettarlo: gli adolescenti guardano i genitori in modo diverso, mettendo in discussione l’onnipotenza e l’onniscienza che riconoscevano loro solo pochi anni prima. La presa di distanza può manifestarsi come ribellione, rifiuto delle regole, isolamento o chiusura in se stessi: questo processo che è fisiologico, indispensabile per la crescita, non deve però diventare eccessivo.
Prepotenti sono le spinte biologiche verso l’autonomia: il corpo che cambia, gli ormoni, la scoperta della sessualità sempre più precoce, troppo precoce, l’identificazione sessuale; il ragazzo tende a sentirsi onnipotente.
“Età dello tsunami”, così è stata definita l’adolescenza.
Questa fase è molto difficile sia per il ragazzo sia per i genitori: c’è da chiedersi poi se il livello di “dis-informazione” fornito dai “social” sia utile in questo processo: la morte, ad esempio, sembra essere diventata un concetto virtuale, come nei videogiochi, e la realtà virtuale sembra prevalere su quella fattuale.
ECCO LA SFIDA: da un lato la turbolenza della crescita, dall’altro la funzione di contenimento dei genitori.
Potremmo dire che i figli “devono” trasgredire e i genitori “devono” contenere. Una “battaglia educativa” da fare insieme, che sovente i genitori non combattono.
Incontro spesso genitori che si dichiarano impotenti o che appaiono rassegnati davanti a figli bersagliati, anche sul web, da un mondo di contenuti molto spesso diseducativi, subissati da migliaia di informazioni che non sono in grado di gestire, e davanti alle quali sono passivi come “carte assorbenti”.
Certo, cosa aspettarsi se si mettono in mano ai figli tablet a 3 anni o smartphone con internet a 6-8 anni?
Proviamo a descrivere sei tipologie “patologiche” di genitori:
Modello Iperprotettivo: i genitori si “sostituiscono” costantemente ai figli perché considerati troppo fragili, ma così facendo, in realtà, li rendono fragili.
Modello Democratico-permissivo: genitori e figli sono amici, in una totale assenza di autorevolezza e autorità.
Modello Sacrificante: i genitori si sacrificano costantemente per dare il massimo ai figli per cui, alla fine, è come se valesse la regola tacita per cui è più buono e bravo chi si sacrifica di più.
Modello Intermittente: i genitori tendono a oscillare costantemente da un modello educativo a un altro, per cui la percezione che il figlio ha di sé è quella di essere comunque e sempre sbagliato.
Modello Delegante: i genitori delegano ad altri, in genere ai loro stessi genitori, il ruolo di guida, per cui i figli sentono di non poter contare sui propri genitori.
Modello Autoritario: i genitori esercitano il potere in modo autoritario e rigido nei confronti del figlio: chi è più forte comanda senza compromessi.
Ma qual è allora il modello sano di famiglia, quello che permette ai figli di crescere maturi, responsabili, in grado di emanciparsi dai propri genitori in modo autonomo e sicuro?
La famiglia che permette questo è la famiglia AUTOREVOLE.
La famiglia autorevole si caratterizza come una famiglia in cui le gerarchie sono mantenute e nella quale i genitori sono rispettati e vissuti come modelli e punti di riferimento.
Essere autorevoli significa assumere nei confronti dei figli posizioni educative, facendo rispettare le regole, ristabilendo il senso del limite nei momenti in cui il figlio sembra averlo perduto, anche con interventi disciplinari. Ma essere autorevoli significa anche decidere, in altri momenti, di mettersi sullo stesso piano dei figli, come avviene quando dialoghiamo con loro, sforzandoci di comprendere il loro punto di vista, o quando giochiamo con loro o ci scusiamo quando è il caso di farlo.
Riassumendo:
Un genitore non può e non deve essere un amico: questa idea era nata dopo i grandi mutamenti degli anni Settanta, quando il genitore era forse troppo severo e le nuove generazioni chiedevano maggiore libertà, ma ora la cosa è sfuggita di mano. I giovani però, anche se non lo ammetteranno mai, si sentono orfani di una guida sicura. E andrebbero riscoperti i “no” e i rimproveri, visto che solo il 4% degli adolescenti intervistati nel 2017 si lamenta della eccessiva severità dei genitori.
Esistono i cosiddetti genitori “moderni” che scimmiottano i figli per sentirsi giovani, per immaturità, con una forte dose di narcisismo, per problematiche proprie non risolte: genitori adolescenti che evitano il conflitto, la battaglia educativa, madri “gelose” delle proprie figlie. Niente regole, niente limiti e niente imposizioni.
L’educazione non prevede ruoli paritari tra genitori e figli, e non bisogna mai confondere i ruoli: il bambino ha bisogno di un riferimento solido, non di un compagno di giochi, di qualcuno da cui apprendere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Si rischia che la distinzione dei ruoli non sia più chiara e definita; al giorno d’oggi i confini sembrano assottigliarsi sempre di più e l’incognita è quello che si invertano i ruoli, lasciando i figli in una libertà che da soli non sono in grado di gestire.
“Facciamola finita!  I ragazzi lo chiedono con forza e da tempo, senza saperlo, con la loro irrefrenabile agitazione, i loro incontenibili nervosismi, i sonni ormai impossibili, le disappetenze ostinate e le isteriche bulimie.
Facciamola finita con questa improbabile e fallimentare pedagogia delle coccole, giustificativa a oltranza, preservatrice da ogni sforzo, impegno, sacrificio o frustrazione. Siamo solo riusciti a rendere i nostri figli inabili e anche insopportabili e decisamente antipatici.
Con i genitori annientati in una pseudo-democraticità decisionale che vede i bambini costretti a decidere al posto loro, costretti ad assumersi responsabilità operative che invece sarebbero e dovrebbero rimanere tutte e solo dell’adulto. Falsamente democratici, scarichiamo sui bambini l’obbligo che avremmo come adulti di decidere con appropriatezza e lungimiranza. E lo facciamo non per rispetto del bambino, ma per paura di non saper sostenere la sua reazione se contrariato dalla nostra decisione
.
Così scrive il pediatra Dott. Paolo Sarti.
Il bambino, dicevamo, ha bisogno di un riferimento solido, non di un compagno di giochi, ai genitori spetta il compito di dare delle regole, in un rapporto affettuoso, che contempli anche momenti giocosi, di confidenza, di complicità, in cui ci si mette a fianco del figlio, al suo livello, per capire, per permettergli di confidarsi; ma subito dopo si ritorna genitori adulti e responsabili.

Tempo e Ascolto

Le statistiche ci dicono che i genitori, presi da mille pur comprensibili impegni, dedicano un tempo insufficiente ai figli: i padri tra mezz’ora e un’ora al giorno, le madri una o due ore, soprattutto la sera tardi, i week end o le vacanze.
Certo il tempo è poco, ma se è TEMPO BUONO anche poco è importante. La cena, che dovrebbe essere il momento più importante in cui la famiglia si riunisce, è occupata dalla televisione, con i figli in disparte presi da videogiochi o tablet.

A CHI SI RIVOLGONO I RAGAZZI quando hanno bisogno di parlare?

Lo studio è stato fatto su un campione di oltre 7.000 adolescenti, di età compresa tra i 13 e i 19 anni, equidistribuiti in 11 città italiane dal nord al sud, dall’Osservatorio Tendenze e Comportamenti degli Adolescenti: alla domanda a chi si rivolgerebbero se avessero bisogno di aiuto, il 36% dei giovani ha riferito che ne parlerebbe principalmente con i propri amici, piuttosto che con i genitori. Il dato più allarmante riguarda tuttavia il 20% dei ragazzi, prevalentemente maschi, i quali affermano che nei momenti di necessità non si rivolgerebbero a nessuno. Significa che in situazioni di disagio ci sono 2 ragazzi su 10 che non hanno un punto di riferimento cui rivolgersi o che, per vari motivi, preferiscono tentare di farcela da soli.
Mettere al primo posto i coetanei, il GRUPPO DEI PARI, che diventa spesso il contesto privilegiato in cui rispecchiarsi e trovare risposte, è un segno gravissimo di solitudine.
Scegliere di affidarsi maggiormente al gruppo dei pari o a se stessi potrebbe anche essere un tentativo evolutivo legato alla crescita, ma non bisogna dimenticare che i ragazzi, anche se non lo riconoscono apertamente, hanno bisogno della presenza di adulti che riescano a cogliere i segnali di difficoltà e ad intervenire.
Ascoltare significa creare un tempo e uno spazio, un “set” nel quale il ragazzo può parlare, raccontare. Significa accettare anche il silenzio, il figlio ha bisogno di un tempo in cui cogliere la disponibilità dei genitori, deve “sentire” il clima giusto.
A volte i figli provocano per vedere se i genitori “ci sono”, per metterli alla prova, per vedere se reagiscono: più ragazzi mi hanno detto “rientro tardi, disubbidisco, rispondo male ma nessuno mi dice niente, allora di me a loro non importa…”
È fondamentale anche nutrire il dialogo di momenti positivi, parlare con i figli di argomenti che non siano solo la scuola o i problemi che creano. Sentirsi accettati per quello che sono, al di là dei comportamenti sbagliati, è la base per costruire un rapporto di fiducia che porta i figli anche ad accogliere più volentieri regole e limiti.
Capita spesso che, senza accorgersi, i genitori non lascino il tempo di parlare, non lo ascoltino, ma ribattano frettolosamente con sentenze e giudizi. Sentirsi repressi e incompresi porta facilmente i ragazzi a mettere in atto comportamenti oppositivi di ribellione alle imposizioni genitoriali.
Stabilire confini chiari. Le regole, i paletti, i “NO” sono fondamentali per la crescita di un figlio, definiscono i confini psichici, lo aiutano a contenere i propri comportamenti e a muoversi con maggiore tranquillità nel mondo. Non si deve temere di dire un “No”, perché ci sono delle regole che vanno dettate in maniera autorevole, necessarie per permettere ai figli di apprendere limiti e spazi per muoversi in sicurezza e fiducia. Queste vanno il più possibile condivise: gli adolescenti sono molto più propensi a rispettarle quando partecipano nel crearle. Dare dei NO senza motivarli, fa vivere al figlio una condizione di non comprensione se non di “ingiustizia”, cui tenderà a rispondere con rabbia e frustrazione.
Essere sempre coerenti. Tutti gli insegnamenti e le regole devono essere impartiti in maniera coerente. Se una volta, davanti a una regola infranta non si reagisce, mentre la volta successiva si punisce, si rischia di creare confusione e perdere credibilità. Inoltre i genitori devono essere i primi a rispettare certe regole, perché l’esempio vale più di mille parole e in questo modo si acquistano fiducia e credibilità nei confronti del figlio. Il bambino ha bisogno di una uniformità educativa, non deve vivere un genitore come buono e permissivo e l’altro come “cattivo” e punitivo: l’autorevolezza deve essere condivisa da entrambi.
Usare i rinforzi positivi. Quando ci sono conflitti e lotte continue tra genitori e figli, si rischia di focalizzarsi solo su ciò che non va, sui comportamenti sbagliati e sugli aspetti da modificare. È fondamentale cogliere anche i lati positivi, i piccoli miglioramenti, e rinforzare i figli. Questo li fa sentire riconosciuti nelle loro dinamiche di crescita e motivati al cambiamento.
Non possiamo non fare un riferimento alla scuola che un tempo rappresentava un rinforzo educativo della famiglia: la maestra, cui si dava rigorosamente del “lei”, non risparmiava prediche o “castighi”, la promozione doveva essere meritata, affrontando o superando difficoltà e ostacoli, poiché la scuola era una palestra di vita.
Oggi molti genitori, per giustificare la loro assenza educativa, colpevolizzano gli insegnanti per gli insuccessi dei figli, con il crollo della fondamentale alleanza scuola – famiglia, anzi famiglia – scuola, perché la prima e insostituibile educazione solo la famiglia può darla .
Ci vuole tempo e pazienza perché i cambiamenti non sono sempre immediati, soprattutto se certe dinamiche si stabilizzano nel tempo. Saper apprezzare anche i piccoli passi avanti sviluppa l’autonomia, la sicurezza e le capacità critiche, poiché l’obiettivo non è soltanto quello che il figlio ubbidisca alle regole, ma anche la sua maturazione complessiva.