Influenza delle pratiche meditative sulle dinamiche epigenetiche dei telomeri

Dott. Massimo Agnoletti
Psicologo, Dottore di ricerca Esperto di Stress,Psicologia Positiva e Epigenetica Formatore/consulente aziendale, Presidente PLP-Psicologi
Liberi Professionisti-Veneto, Direttore del Centro di Benessere Psicologico, Favaro Veneto (VE)

Sempre più ricerche indicano che la dinamica epigenetica dei telomeri che determina il nostro invecchiamento cellulare e quindi la nostra longevità è influenzata positivamente dalla pratica della meditazione e le sue implicazioni neuro-fisiologiche.

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Abstract

ENGLISH VERSION
 
Telomere’s science indicates that meditation practice positively modifies epigenetic dynamics that determine telomerase functioning, enzymes that repair and reconstruct telomeres, influencing their length and therefore the potential quality and quantity of the residual life expectancy. Meditative practice is characterized by a complex configuration that involves experiential, psychological, neurological, and endocrine aspects related to beneficial epigenetic changes.
 
VERSIONE ITALIANA
 
La scienza dei telomeri indica che la pratica della meditazione modifica positivamente le dinamiche epigenetiche che determinano il funzionamento della telomerasi, gli enzimi che riparano e ricostruiscono i telomeri influenzandone la lunghezza e quindi la potenziale qualità e quantità dell’aspettativa di vita residua.La pratica meditativa è connotata da una configurazione complessa che coinvolge aspetti esperienziali, psicologici, neurologici, ed endocrini correlati a cambiamenti epigenetici vantaggiosi.

 

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Come già descritto in altra sede (si veda Agnoletti 2018a, 2018c; Andrews, B. & Cornell 2014, 2017) piùè efficace il lavoro di manutenzione processato dagli enzimi della telomerasi più è impattante l’effetto di rallentamento dell’invecchiamento cellulare rappresentato dalla struttura stessa dei telomeri. In altri termini con una maggiore azione della telomerasi i telomeri si accorciano meno velocemente determinando una maggiore aspettativa di vita residua oltre a ridurre la probabilità dei processi di senescenza e quindi di qualità di vita derivanti da una limitata lunghezza assoluta (circa 5000 basi azotate costituenti il DNA) dei telomeri.
In biologia molecolare, negli ultimi anni, la scienza dei telomeri ha cambiato radicalmente il concetto di invecchiamento cellulare e di fitness cellulare associando alla lunghezza di queste strutture che si trovano alle estremità dei cromosomi la funzione di affidabile “orologio” biologico(si veda Agnoletti 2018b).
Sappiamo già che molti fattori influenzano il meccanismo che determina lo stato di attività della telomerasi (aspetti nutrizionali, psicologici, motori, di qualità ambientale, etc.) ma in questo scritto ci concentreremo su una tipologia di attività che la letteratura ci indica essere molto positiva per il suo impatto sulle dinamiche dei telomeri: le pratiche meditative.
Sono ormai diversi gli studi (Epel et al., 2009; Conklin, et al., 2015, 2018; Jacobs et al., 2011; Schutte & Malouff, 2013; Lavretsky et al., 2012)che in maniera convergente indicano i positivi effetti della meditazione sulle dinamiche telomeriche e quindi sui ritmi di invecchiamento cellulare che influenzano la nostra qualità di vita. Risulta molto prezioso a questo punto dello sviluppo scientifico capire cosa hanno in comune diverse pratiche meditative (mindfulness, yoga, ecc.) per identificare quali sono i fattori chiave in gioco che generano questo aspetti vantaggioso dal punto di vista della fitness cellulare e dell’organismo nella sua globalità.
In generale le pratiche meditative sono caratterizzate dal mantenere intenzionalmente l’attenzione focalizzata cercando di evitare pensieri giudicanti o valutativi durante la pratica meditativa stessa. Il focus attentivo può o essere più o meno definito (si veda, ad esempio, la differenza tra la meditazione mindfulness e quella “zen”) ed accompagnato o meno da comportamenti intenzionalmente espressi (movimenti che possono o meno coinvolgere l’intero organismo o parte di esso) che a loro volta possono o meno produrre una stimolazione sensoriale esterna alla persona (riguardo questo punto si veda, ad esempio, la differenza tra la pratica del mindfulness o zen e la meditazione yogica obuddista).
In tutte queste pratiche vi è una convergenza dunque nel fatto che in una modalità intenzionale vi è il coinvolgimento el’attivazione di alcune aree del cervello che riguardano senza dubbio almeno i processi attentivi, la corteccia prefrontale e le aree sensoriali interocettive. Ci possono essere naturalmente delle differenze dal punto di vista esperienziale nei praticanti di queste diverse discipline meditative ma l’aspetto comune legato al disciplinare il focus attentivo ela conseguente attivazione neurale probabilmente induce ad una cascata di effetti neuro-fisiologici connessi al funzionamento della telomerasi e quindi, in ultima analisi, con la lunghezza assoluta dei telomeri.
Dalla letteratura scientifica attuale sembrano anche emergere in misura significativa delle variabili personologiche connesse con l’attività della telomerasi quali il senso del controllo (correlazione positiva) e il neuroticismo (correlazione negativa) individuate all’interno di uno studio che prendeva in considerazione un training meditativo, alcune variabili psicologiche e l’attività della telomerasi (Jacobs et al., 2011).
Altre variabili psicologiche quali ad esempio il pessimismo (vedi O’Donovan et al., 2009) sono già state identificate in letteratura ma non in concomitanza con la pratica meditativa.
L’attività meditativa in qualsiasi forma venga espressa conduce ad un’esperienza che si chiama tecnicamente eudaimonica cioè caratterizzata da uno stato positivo di crescita e di complessità psicologica, connessa sempre anche al concetto di impegno e di sforzo necessario per produrre questa esperienza.
Questi particolari stati psicologici generano significato in ciò che facciamo, sono cioè attività che consideriamo molto significative e aumentano il benessere e la qualità di vita personale (Seligman e Csikszentmihalyi 2000; Ryan e Deci, 2001; Delle Fave, Massimini e Bassi, 2011).
Le esperienze eudaimoniche sono diverse e più complesse di quelle dette edoniche o edonistiche, legato appunto al concetto di puro “piacere” edonistico, sia dal punto di vista psicologico (Ryan e Deci, 2001; Vázquez et al. 2009) sia per la loro architettura neurofisiologica (Castro, D.C. & Berridge, K.C. 2014; Urry et al. 2004) che per il loro aspetto legato al funzionamento epigenetico (Fredrickson et al. 2013).
Il benessere eudaimonico risulta essere un fattore protettivo le psicopatologie ed è un predittore di benessere fisico inclusi bassi livelli di cortisolo (Davidson et al., 2000). Le persone che riportano un maggiore benessere psicofisico hanno, infatti, in seguito adeventi positivi, una maggiore attivazione del corpo striato e della corteccia prefrontale, e minori livelli di cortisolo. Da notare che il corpo striato e la corteccia prefrontale sono elementi del circuito neurofisiologico della ricompensa chiamato anche circuito dopaminergico perché la dopamina è il neurotrasmettitore protagonista di questa complessa rete neurale (il cosiddetto circuito “want”).
E’ stato anche suggerito che un frequente grado di attivazione del circuito della ricompensa in risposta ad esperienze emotivamente positive sia alla base del benessere e della regolazione adattiva dell’ asse ipotalamo-ipofisi-surrene (Heller et al., 2013) e, sempre riguardo l’asse HPA, è stato visto che in seguito ad eventi negativi (anche di natura traumatica) la corteccia prefrontale e amigdala sono inversamente attivati ed il loro funzionamento predice la produzione giornaliera di cortisolo (Urry et al. 2006;Hoon Oh,. 2012).
Il concetto di ricompensa, in questo contesto, è legato alla motivazione nel replicare l’attività gratificante quindi avere una motivazione positiva a ri-investire energie psicofisiche necessarie per ri-esperire il vissuto emotivamente positivo.
In altri termini e contestualizzato all’oggetto di questo scritto, la pratica della meditazione può essere anche di per sé positiva per le dinamiche relative la telomerasi ma per generare un vantaggio nel medio-lungo termine deve essere una esperienza eudaimonica legata ad una motivazione intrinseca cioè replicata per il “gusto stesso” di fare quella determinata esperienza (e non per componenti motivazionali esterne chiamate appunto “estrinseche”).
Abbiamo visto che differenti pratiche meditative sono correlate ad aspetti positivi sulle dinamiche telomeriche probabilmente per fattori comuni esperienziali, motivazionali e fisiologici che possono essere identificati da un’unica matrice psico/neuro/endocrina che induce vantaggiose modifiche epigenetiche.
Le componenti esperienziali e motivazionali non vanno assolutamente sottovalutate soprattutto a livello clinico o comunque applicativo perché, ad esempio, se soggettivamente non sento il desiderio di ripetere quella particolare attività meditativa anche se cognitivamente sono consapevole essere salubre(perché induce tutta le serie di vantaggi elencati poco sopra compreso il rallentamento del mio invecchiamento cellulare), sarà meno probabile che riesca a replicarla nel tempo riducendo di fatto gli effetti benefici indotti da questa tipologia di attività.
Altro fattore da non sottovalutare legato anche al concetto di motivazione è l’attivazione psico-neuro-endocrina prodotta dal compiere quest’ attività con la convinzione che essa produca degli effetti positivi per il nostro benessere psicofisico (il cosiddetto “effetto placebo”) visto che culturalmente le persone che si prestano agli studi menzionati poco sopra è molto probabile che associno la pratica meditativa come qualcosa che comunque migliori il loro benessere globale così come considerino autorevoli i professionisti che li sottopongono agli esperimenti (vi veda a riguardo gli studi condotti da Benedetti et al. 2010; Benedetti, 2012).
Il buon senso che emerge anche dalla letteratura scientifica indica quindi di scegliere la tipologia meditativa che più gratificasoggettivamente (motivazione intrinseca) per riuscire ad essere ingaggiati con continuità generando esperienze eudaimoniche che si perpetuano nel tempo e che garantiscono un vantaggio sia dal punto di vista del benessere psicologico sia da quello strettamente epigenetico.

Bibliografia

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