Intervento chirurgico chiaramente inutile? Il danno è risarcibile

Avv. Angelo Russo,

Avvocato Cassazionista,

Diritto Civile, Diritto Amministrativo, Diritto Sanitario,

Catania

blank

(Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 12597/17; depositata il 19 maggio)

Il medico che effettua un intervento chirurgico inutile, seppur eseguito secondo la lex artis e senza peggioramento delle condizioni del paziente, provoca una indebita ingerenza sulla sfera psico fisica della persona, come tale produttiva di danno risarcibile.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la recentissima sentenza n. 12597 del 19.5.2017, precisando che il danno è ravvisabile sia nella sofferenza causata durante l’arco temporale necessario alla fase di preparazione, di esecuzione e post operatoria dell’intervento, sia nella sofferenza causata dalla conoscenza della inutilità dello stesso.

I fatti

Una paziente, sottoposta ad un intervento di stabilizzazione della spalla, rivelatosi inutile, chiedeva il risarcimento dei danni nei confronti della struttura ove era stato eseguito l’intervento.
Sia in primo grado che in appello, la domanda di risarcimento del danno veniva rigettata.
La paziente ricorreva in Cassazione lamentando che, erroneamente, non le era stato riconosciuto il danno quale conseguenza dell’inesatto adempimento della prestazione da parte della struttura sanitaria, irrilevante essendo la circostanza che l’intervento, correttamente eseguito, non aveva comportato alcun peggioramento dello stato di salute della ricorrente, atteso che si sarebbe dovuto considerare che l’intervento si era, tuttavia, rilevato affatto inutile.
Concludeva che proprio l’inutilità in sé dell’intervento era causa di danno.

La decisione della Corte

La Corte, nell’accogliere il ricorso, evidenzia che: “Al di là dell’intervento chirurgico la prestazione sanitaria nel suo complesso non sarebbe stata adeguata alle condizioni dell’attrice, in quanto non preceduta da un idoneo trattamento preparatorio né seguita da un necessario trattamento di riabilitazione”, sottolineando che: “la ricorrente venne sottoposta ad un intervento chirurgico e, dunque, ad una ingerenza sulla propria sfera psico – fisica, in mancanza delle condizioni di preparazione necessarie per il successo dell’intervento, cioè per la rimozione della patologia, cui l’intervento doveva essere funzionale, e senza che, dopo la sua esecuzione, si prescrivesse la terapia riabilitativa parimenti necessaria per il suo successo.”
La Suprema Corte, invero, ponendo in evidenza il duplice comportamento omissivo sovra descritto, chiosa che l’esecuzione dell’intervento è risultata inutile “nonostante la correttezza della tecnica impiegata per eseguirlo.”
Erroneamente, quindi, secondo i Giudici di Legittimità, i Giudici di merito (Tribunale e Corte di Appello), “pur avendo ravvisato una condotta inadempiente, non l’hanno esattamente apprezzata ai fini della causazione del danno. Hanno dato rilievo solo alla circostanza che non era peggiorata la situazione patologica su cui l’intervento era stato eseguito e al fatto che, pertanto, mancava un danno alla sfera fisica della ricorrente, sotto il profilo di una diminuzione della sua condizione fisica rispetto a quella che essa, a causa della limitazione derivante dalla patologia, aveva prima dell’intervento (danno non patrimoniale alla persona quanto alla sfera dell’integrità fisica), ed un danno consequenziale alla capacità patrimoniale della medesima (in quanto correlata alla condizione fisica pregressa all’intervento e gravata dalla patologia).”
Argomentando in tal modo, precisa la Corte, i Giudici di merito hanno trascurato, de plano, che “l’esecuzione dell’intervento, pur corretta nelle sue modalità, a cagione del comportamento omissivo preparatorio e di quello successivo inerente alla prescrizione della riabilitazione, si era concretata in una ingerenza nella sfera psico – fisica della paziente del tutto inutile e come tale priva di giustificazione, perché oggettivamente inidonea e non finalizzata all’eliminazione della patologia”, atteso che l’obbligazione assunta dalla struttura sanitaria comprendeva certamente “sia l’esecuzione delle attività preparatorie indispensabili per la riuscita dell’intervento sia l’esecuzione delle attività riabilitative o la prescrizione alla paziente di doverle eseguire.”
La Corte prosegue l’iter argomentativo precisando che “La condotta di inadempimento ravvisabile in questi due comportamenti omissivi ha determinato un c.d. danno evento, rappresentato dall’essersi verificata un’ingerenza nella sfera psico-fisica della paziente del tutto ingiustificata e non giustificata dal consenso da essa data all’intervento, che, evidentemente, ineriva ad un’esecuzione conforme alla lex artis, in quanto comprendente le condotte omesse, attesa la loro indefettibilità per la consecuzione della guarigione. In tal modo, ex ante rispetto all’intervento, cioè all’ingerenza, la guarigione non appariva in alcun modo verificabile, mentre l’intervento era stato richiesto per conseguirla.”
In altre parole, l’intervento chirurgico, destinato all’insuccesso, è risultato inutile e, pertanto, privo di giustificazione, in tal modo provocando una ingiustificata lesione per ingerenza sulla sfera psico – fisica della paziente.
Lesione che si è concretizzata, precisa la Corte, “in un danno c.d. conseguenza, che si identifica:
a) sia nella menomazione delle normali implicazioni dell’agire della persona e, quindi, nella relativa sofferenza per la detta privazione, per tutto il tempo preparatorio dell’intervento, durante quello necessario per la sua esecuzione e durante quello occorso per la fase postoperatoria: è palese che, per il tempo della durata di questi accadimenti, la paziente si è trovata a subire menomazioni al suo agire, derivanti dall’ingerenza sulla sua persona, che si sono concretate, per la loro attitudine limitativa delle normali esplicazioni dell’agire, in una invalidità totale e/o parziale e, dunque, come tali da esse si debbono considerare come danno non patrimoniale alla persona;
b) sia nella sofferenza notoriamente ricollegabile alla successiva percezione dell’esito non risolutivo dell’intervento: sofferenza che, alla stregua delle note sentenze delle Sezioni Unite c.d. di San Martino, si concretizzò anch’essa in lesione della sfera psico-fisica della paziente.”

Il principio di diritto

Nell’accogliere il ricorso, la Corte di Cassazione ha fissato il seguente principio di diritto:
“In tema di responsabilità sanitaria, qualora un intervento operatorio, sebbene eseguito in modo conforme alla lex artis e non determinativo di un peggioramento della condizione patologica che doveva rimuovere, risulti, all’esito degli accertamenti tecnici effettuati, del tutto inutile, ove tale inutilità sia stata conseguente all’omissione da parte della struttura sanitaria dell’esecuzione dei trattamenti preparatori a quella dell’intervento, necessari, sempre secondo la lex artis, per assicurarne l’esito positivo, nonché dell’esecuzione o prescrizione dei necessari trattamenti sanitari successivi, si configura una condotta della struttura che risulta di inesatto adempimento dell’obbligazione.
Essa, per il fatto che l’intervento si è concretato un una ingerenza inutile sulla sfera psico – fisica della persona, si connota come danno evento, cioè lesione ingiustificata di quella sfera, cui consegue un danno – conseguenza alla persona di natura non patrimoniale, ravvisabile sia nella limitazione e nella sofferenza sofferta per il tempo occorso per le fasi preparatorie, di esecuzione e postoperatorie dell’intervento, sia nella sofferenza ricollegabile alla successiva percezione della inutilità dell’intervento.”

In conclusione, non possono che condividersi le argomentazioni della Corte di Cassazione il cui principio di diritto mette in doveroso risalto l’obbligo del medico (e/o della struttura) non solo di eseguire un buon intervento ma, sopratutto, un intervento utile.