La leadership al femminile nel mondo della sanità

Dott.ssa Annamaria Venere

Sociologa Sanitaria

Amministratore Unico AV Eventi e Formazione

Direttore Editoriale MEDICALIVE MAGAZINE

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L’affermazione del ruolo femminile in ambito lavorativo ha sempre subìto numerose influenze, in modo particolare pregiudizi e discriminazioni di genere che hanno condotto allo sviluppo di un lungo processo teso alla ricerca dell’identità e dell’espressione femminile nel mondo del lavoro. Tra le principali cause che danneggerebbero l’affermazione della leadership al femminile, emergono gli stereotipi di genere. I ruoli di leadership sono spesso connotati da fattori sociali, psicologici, culturali.
Il termine “ruolo di genere” designa l’insieme di elementi, sia normativi che ingiuntivi, connessi alle donne e agli uomini.
Eagly e Karau individuano due profili caratteristici utili a spiegare le differenze di genere: il profilo agentic e il profilo communal. Il profilo communal include tutte le caratteristiche che possono essere attribuite alle donne. Appartengono a questa categoria doti quali: l’affetto, la disponibilità, la gentilezza, la simpatia, la sensibilità, la dolcezza e la capacità di sostenere gli altri.
Questo profilo è più relazionale e socialmente focalizzato, dunque ascrivibile al genere femminile. Per contro il profilo agentic pone l’accento su quegli attributi che sono identificati soprattutto nella figura maschile pervasa dall’autoaffermazione, dal controllo e dalla sicurezza di se stessi. Tra le caratteristiche principali di questa categoria spiccano: l’aggressività, l’ambizione, il dominio, la forza, l’indipendenza, l’autosufficienza, la fiducia di se, e infine, l’inclinazione vera e propria ad agire quale leader.
Secondo il centro di elaborazione su dati CEDFNOMCEO FNOMCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri) a novembre 2016 in Italia c’erano 424.034 medici, 253.467 di sesso maschile (il 60%) e 170.567 di sesso femminile (40%).

Nel settore odontoiatrico il cambiamento è cominciato più tardi rispetto al resto della medicina.
Come rileva Sabrina Santaniello, presidente Andi Roma, «la professione odontoiatrica nasce più tardi rispetto a quella medica; nonostante le difficoltà, dopo gli anni Novanta sono aumentate le donne iscritte all’albo odontoiatri e dal 2009 a oggi il maggior numero di iscritti è donna. Questo dato indica chiaramente che il futuro della professione sarà quasi completamente in carico ai camici rosa». Oltre ai numeri però «si riscontra un’oggettiva difficoltà di carriera che si ripercuote anche sugli incarichi istituzionali» sottolinea Santaniello.
Esiste un’abilità di leadership femminile, con particolare riferimento alla capacità di relazione delle donne, ma «alla base della discrepanza tra la presenza femminile e quella maschile nelle posizioni apicali vi è sicuramente, oltre a un fenomeno storico-culturale, la difficoltà del connubio carriera-famiglia e l’inconciliabilità tra i tempi della cura parentale e quelli di lavoro, con i tempi di carriera, necessari per raggiungere una posizione verticistica, spesso interrotti da esigenze fisiologiche come gravidanza, allattamento e cura dei figli. Sussiste quindi l’annoso problema della conciliazione famiglia-lavoro e delle misure che possono facilitare tale rapporto. È un percorso iniziato dal 1946 e che ha portato, almeno formalmente, al riconoscimento delle pari opportunità ad ogni livello».
Dopo l’entrata in vigore della Bell Commission nel 1989 e a seguito della pubblicazione del documento dell’Institute of Medicine intitolato “To err is human” del 1999, sono state applicate delle misure restrittive sulle ore lavorative del personale medico e regolamentato il processo di dimissione del paziente.
La formazione di un chirurgo ha sempre seguito un percorso lungo e accidentato. Benché un terzo delle donne medico scelga la specializzazione in chirurgia, si tratta ancora pur sempre di un terreno in larga parte controllato dagli uomini.
«Una donna con una professione dominata dagli uomini non dovrebbe ritrovarsi di fronte alla necessità di integrarsi in una cultura ormai affermata, che non è accogliente nei confronti del sesso femminile. È questo modo di pensare che deve cambiare dall’interno, per lasciare il posto ad una meritocrazia che non badi alle differenze di genere».
Nonostante sia fondamentale rilevare il contributo significativo apportato dalle donne alla chirurgia, permangono alcune barriere emotive, come una forte misoginia e la sensazione di sentirsi escluse, qualora non si possieda la stessa determinazione maschile.
Un’altra difficoltà riguarda l’inconciliabilità di questo stile di vita con la volontà di crearsi una famiglia, una motivazione spesso addotta dalle studentesse per giustificare la scelta di non proseguire la formazione in ambito chirurgico. A questo proposito è bene ricordare quanto afferma Julie Freischlag, ex-primario della “John Hopkins University”: «Il nostro ambiente deve diventare più favorevole alla presenza femminile».
Le donne chirurgo ricorrono a tre differenti approcci per sanare questo conflitto intestino e rivendicare il proprio valore.
In primo luogo diventano “uno dei ragazzi”e, annullando ogni differenza tra loro e i colleghi uomini, sono trattate come “asessuate”, “gender neutrali”.
In secondo luogo cercano di puntare su una caricatura del tradizionale ruolo femminile che le vuole seduttrici e indifese, per fare in modo che gli uomini le ritengano degli oggetti sessuali.
In ultimo, una donna può sentirsi costretta a dover dimostrare la sua competenza e le sue doti sia al lavoro che a casa… e questo indurrà gli altri a elogiarla perchè riesce “ad avere tutto sotto controllo”.
Inoltre non dobbiamo dimenticare le consistenti differenze di retribuzione, gli avanzamenti di carriera più lenti e le scarse opportunità di ricoprire ruoli prestigiosi. Secondo il “Bureau of Labor Statistics”, nel 2014 le donne chirurgo hanno guadagnato solo il 62% della paga percepita dai loro colleghi uomini.
Sebbene la ricerca abbia dimostrato che il tasso di abbandono della professione (in generale del 20%) non sia più alto per le donne, molte dottoresse sono insoddisfatte e valutano di lasciare la carriera a causa delle difficoltà nella gestione del rapporto lavoro-vita privata.
Secondo un’altra ricerca del 2013 ad opera del portale “Quotidianosanità”, si apprende che le donne non sono solo più numerose degli uomini, ma rappresentano anche le risorse più fresche a disposizione del sistema, ovvero la fetta più grossa delle nuove generazioni alla quale non è più possibile proporre modelli di medicina omeostatici e invarianti. In questo senso le donne costituiscono, in chiave di nuovo potenziale intellettuale, la parte “impermanente” del sistema, dunque l’esigenza di cambiamento, nei confronti della parte “permanente”, cioè dell’ortodossìa, della conservazione e dell’invarianza.
La questione genere è strettamente legata al discorso generazionale. In quest’ottica trapela un senso di “riformismo potenziale” che orienta alcune donne a ridiscutere le attuali forme di organizzazione del lavoro, gli attuali approcci alla cura, oltre ad aprire un nuovo capitolo sui loro diritti. Tutto ciò farebbe ipotizzare a una visione di medicina “al femminile” come mette in luce il Prof.Ivan Cavicchi, professore di sociologia delle organizzazioni sanitarie.
«In verità da questa dissertazione traspare una visione di “un genere” nel “genere” che, diversamente da quello mascolinizzato, mimetizzato e integrato, si batte silenziosamente per cambiare lo stato delle cose».
«Da parte mia, la medicina dovrebbe essere di genere “neutro” nel senso che la formazione del medico dovrebbe valere alla stessa maniera tanto per gli uomini che per le donne, ma questo non vuol dire che “neutro” sia indifferente alle qualità anche antropologiche del genere (maschile o femminile), ma solo che tali qualità debbano essere condivisibili, ma soprattutto spendibili nell’interesse del malato».
«Al pronto soccorso ho trovato una dottoressa che mi ha levato dai pasticci».
«Un medico di famiglia l’abbiamo sempre avuto, credo fosse bravo. Vabbè, in anni e anni l’avrò visto cinque o sei volte […]. Poi anche lui è andato in pensione. È subentrata una dottoressa che credo sia brava».
«La dottoressa di famiglia […] è una brava dottoressa, veramente. Quello che non ha fatto per mia mamma…!»
Ecco alcuni brevi stralci, tratti dalle interviste raccolte in un lavoro di ricerca allo scopo di mettere in risalto l’impatto che il processo di femminilizzazione della professione medica sta esercitando sulle più comuni esperienze di cura.
Da una lettura accurata si può comprendere come le origini della presenza femminile in medicina si siano contraddistinte per l’assenza di ostacoli normativi all’iscrizione e alla partecipazione delle laureate alla professione.
Tuttavia bisogna sempre fare i conti con due questioni aperte e tuttora irrisolte. Innazitutto, un problema già noto ma ancora persistente nella società attuale è quello della conciliazione lavoro-famiglia. La quotidianità di un medico-donna che è anche donna-medico è il risultato del complesso intreccio dei suoi numerosi ruoli e della costante ricerca di un equilibrio tra attività lavorative e cariche familiari, aspettative personali e collettive, progetti e doveri. Le frequenti esigenze di negoziare da posizioni subalterne, di riorganizzarsi, di tutelare scelte “alternative” o di elaborare strategie mimetiche e di conformità, si confermano attività dagli alti costi materiali e immateriali. Un secondo problema, molto avvertito in medicina generale é legato all’indebolimento dell’autonomia professionale: l’affermazione di mentalità manageriali in sanità, riorientando le priorità dalla dimensione della cura alla dimensione della prestazione, concorre a incentivare un’organizzazione del lavoro che pianifica e impartisce e che riduce notevolmente i confini di autodeterminazione e discrezionalità dei professionisti. Inoltre le donne medico vedrebbero aggiungersi a questa situazione di mancata accettazione della propria autonomia le conseguenze di un’ancora presente segregazione occupazionale a vantaggio del genere maschile e sarebbero perciò spinte in questo ambito lavorativo verso posizioni meno prestigiose, da housewives della medicina.
Per quanto concerne il rapporto con i pazienti, distanza, insofferenza e sfiducia risulterebbero già riconosciute e affrontate con maggiore efficacia dalle professioniste.
Nell’interazione medico-paziente, e in particolare nella condivisione dei percorsi di salute e di malattia e nella co-costruzione delle strategie di intervento, il medico offre e sfrutta le competenze sulla patologia e insieme a esse propone la sua concezione di salute e i suoi modelli di essere e di fare il medico.
I dati rivelano che le donne medico, a differenza dei loro colleghi uomini, dedicano due minuti di più ai loro pazienti durante le visite; a parità di completezza di informazioni biomediche, riescono a tenere conto dell’aspetto emozionale della malattia, coinvolgono il paziente, praticano una medicina fondata sulla persona. Le donne medico esprimono grande disponibilità, privilegiando la sfera pubblica e relazionale, concentrando maggiori energie nei momenti d’incontro riconosciuti dai pazienti, invece che proiettarsi verso gli aspetti tecnici e gestionali e il riconoscimento della coomunità scientifica.
Gli stessi concetti sono sottolineati da Isabella Frigerio che, con Gaya Spolverato, ha fondato Women in Surgery Italia, l’associazione di donne che svolgono la professione di chirurgo, parte di una rete internazionale presente in diversi Paesi europei e americani.
«Il mondo chirurgico – sostiene Frigerio – non vede ancora la donna come equivalente all’uomo. Preconcetti e discriminazioni sono ancora presenti in numerose realtà anche se, per fortuna, non in tutte. La conciliazione della vita personale con il lavoro rappresenta una difficoltà importante. Questo deriva dal fatto che la società italiana è ancora fortemente impostata in modo tale che la donna è di fatto il principale e a volte unico “manager” di famiglia e figli. Questa difficoltà genera frustrazione e insoddisfazione, portando spesso a rinunce, di solito professionali».
Nel settore dell’ortopedia, Simonetta Odella presenta un quadro non privo di perplessità ma con una vena più ottimistica, per esempio riguardo alla discriminazione di genere: «la discriminazione fra colleghi non penso esista; forse da parte dei pazienti c’è un po’ di fatica a individuare la figura dell’ortopedico in una donna per via dell’immaginario collettivo, ma appena si instaura un rapporto diretto col paziente non c’è alcuna difficoltà, non mi sento offesa se un malato non mi chiama dottore ma signora, è per me una forma di rispetto, riconoscono che oltre al medico c’è una persona di sesso femminile; la parità certo è necessaria e importante ma anche il riconoscimento delle differenze che per fortuna esistono fra uomo e donna lo è altrettanto, per fortuna non siamo uguali».
Pertanto sarebbe da considerare un errore attribuire la costruzione di tale pratica professionale solo ed esclusivamente a tratti “naturali” e individuali. Porre il paziente al centro e concedere spazi non marginali anche alle espressioni emotive non sono solo questioni di “carattere”, attitudini e disposizioni. Il modo in cui si fa medicina è il frutto di scelte complesse e socialmente costruite.
Resta da chiedersi come e quanto l’apporto innovativo del processo di femminilizzazione venga, di fatto, depotenziato dall’effetto combinato dei vincoli e delle dinamiche di disuguaglianza attive nel quotidiano esercizio della professione: in particolare dalla crescente compressione e rigida pianificazione dei tempi di lavoro e dall’ancora presenti disparità di prestigio, di accesso ai ruoli primari e di esercizio del potere decisionale.
In ultima analisi l’interrogativo di fondo è capire se e con quali modalità le donne medico si stiano adattando, se non più dei loro colleghi ai ritmi e alle richieste che il sistema medico impone loro, e quale sia in termini di perdita delle caratteristiche, delle necessità, delle sensibilità più diverse e innovative, il peso di questa ulteriore trasformazione.