Percezione di sicurezza sociale e sanitaria. La comunicazione mediatica e l’insorgenza di nuovi pregiudizi

Dott.ssa Annamaria Venere

Sociologa Sanitaria

Amministratore Unico AV Eventi e Formazione

Direttore Editoriale MEDICALIVE MAGAZINE

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In un quadro storico caratterizzato da profondi cambiamenti in seno al tessuto economico-sociale, da diffusi e crescenti sentimenti di sconforto, sfiducia e smarrimento, gli immigrati rappresentano bersagli simbolici sui quali riversare, più o meno consciamente, pulsioni di natura individuale e collettiva e nei cui confronti operare con una certa semplicità provvedimenti politici, tesi alla gestione del controllo e del consenso sociale.
Infatti, come afferma Ernesto Calvanese, professore di Criminologia all’Università degli Studi di Milano «Non c’è giorno nel quale non si parli a livello mediatico di immigrazione, e non c’è giorno nel quale non si faccia cenno al pericolo, alla criminalità, all’allarme sociale, al semplice fastidio che a questa tematica si correlano, in modo si direbbe ineluttabile e deterministico» e di conseguenza i pregiudizi nei confronti degli immigrati, in questo bombardante sistema d’informazione, non possono far altro che aumentare continuamente.
Nell’universo semantico giornalistico-televisivo, in verità, non sono soltanto i titoli a nascondere un velato razzismo, ma altresì i medesimi termini che vengono impiegati dai mass-media per definire i migranti: proviamo a pensare a “extracomunitario”, utilizzato quasi esclusivamente per indicare gli stranieri provenienti dai paesi poveri, e spesso, con accezione negativa, “clandestino”, “fondamentalista”, quest’ultimo quasi sempre integralista e musulmano.
Dare una connotazione etnica alla notizia significa fornire al lettore ulteriori informazioni, talvolta ridondanti e superflue, ma così facendo si rischia di consolidare pregiudizi già esistenti.
Queste parole vengono utilizzate senza riflettere sul significato profondo e sugli effetti socio-semantici che possono avere sugli individui, affermandosi nella società e orientandone le scelte.
Pertanto nei confronti degli immigrati si sviluppa una concezione parziale e riduttiva, interamente basata sulla cronaca.
Il fenomeno migratorio viene visto come “costante emergenza”, “invasione”, “problema da risolvere”. Sussiste una relazione tra migrante e disordine sociale (insicurezza soggettiva e oggettiva). La presenza di migranti sviluppa il senso di coesione sociale grazie al comune sentimento di minaccia che produce nella popolazione. I migranti sono diventati i principali portatori delle differenze di cui abbiamo paura (precarietà, vulnerabilità) e contro cui tracciamo confini.
Da un’indagine di tipo quantitativo che ha analizzato, nel corso del quadriennio 2005/2009, il contenuto di tre delle principali testate giornalistiche nazionali (Corriere della Sera, Il Giornale, La Repubblica), si evidenzia che la carta stampata ha un numero rilevante di articoli relativi agli stranieri in chiave di conflittualità e problematicità sociale.
Si contano ben 11.426 pezzi.
Dal punto di vista qualitativo, dall’esame dei risultati trattati, e quindi sul piano mass-mediale, si è registrata una prevalenza dell’interesse mediatico nei confronti dei fatti di cronaca criminale e delle questioni di giustizia penale, piuttosto che su temi maggiormente propositivi, riguardanti ad esempio informazioni su norme e prassi di natura amministrativa (2.458), ovvero indicazioni e suggerimenti offerti sul piano socio-assistenziale (2.249).
Ma se facciamo un passo indietro, in verità la storia può essere chiarificatrice e maestra in quest’ottica.
Tra il XIX e il XX secolo eravamo noi italiani a emigrare, inseguendo soprattutto “The American Dream”, nella speranza di cogliere le opportunità che quella terra poteva offrire.
Dopo il 1960 l’emigrazione dall’Italia decrebbe rapidamente e nei primi anni ’70 la rotta dei flussi migratori cominciò a invertirsi, con movimenti dai paesi meno sviluppati a quelli industrializzati.
Una folla eterogenea fuggiva da persecuzioni religiose o politiche o semplicemente con la speranza di costruirsi un futuro migliore rispetto a quello che la propria terra d’origine poteva garantirgli. Storicamente l’Italia ha rappresentato il fulcro di questo ingente flusso migratorio, trasformandosi da terra di emigrazione a terra d’immigrazione.
Gli effetti dell’immigrazione nella letteratura scientifica vengono riassunti nell’aumento demografico, nella trasformazione del mercato del lavoro, nell’aumento di flessibilità e precarietà, nel diverso uso degli spazi urbani, nella xenofobia e trasformazione delle identità culturali.
Il sistema sociale muta e di conseguenza sussiste il problema della regolazione della convivenza fra minoranza e maggioranza, ossia tra immigrati e società d’accoglienza.
A tal riguardo comincia ad affermarsi l’uso di termini specifici per designare l’insediamento delle comunità straniere. In primo luogo è possibile citare l’esempio del termine “colonia etnica”, quest’ultimo in realtà appartenente alla storia del passato. Esso descrive il risultato di un’immigrazione di massa in una determinata area di un paese straniero. Inoltre, tale vocabolo può essere impiegato per designare raggruppamenti di connazionali in vaste aree territoriali, si pensi a China Town e Little Italy. A questo termine viene accompagnato “ghetto” per definire lo stato di segregazione e isolamento in cui vivono gli immigrati in ragione delle loro condizioni di povertà e di estraneità agli usi e costumi della società di accoglienza. Il concetto di ghetto, nonostante sia consono a descrivere la realtà americana, non è altrettanto applicabile per definire l’esperienza europea, dove è più semplice individuare la presenza di stranieri e autoctoni appartenenti ai livelli più bassi della gerarchia sociale.
Malgrado la pletora di teorie sul tema, è possibile asserire con certezza che i sistemi di comunicazione svolgono un ruolo preminente per la società odierna e per i processi ad essa connessi, poiché i media non svolgono solo la mera funzione informatrice. Oltre alla funzione denotativa, essi ricoprono una funzione connotativa, con implicazioni emotive e affettive e una terza funzione, quella simbolica. L’informazione non è mai fine a se stessa, ma va di pari passo con una visione del mondo veicolata dagli stessi media e insita nel messaggio, il che significa che i mezzi di comunicazione influenzano la rappresentazione della realtà sociale in funzione del loro ruolo di mediazione simbolica.
I media hanno il potere di provocare la presunta “paura del diverso”, già presente nella nostra società, esasperando la dimensione problematica e conflittuale del fenomeno, quando invece in un’ottica globale e nel rispetto delle più elementari e reciproche regole di uguaglianza e solidarietà, sarebbe consigliabile un approccio meno semplicistico verso la questione.
Vista l’enorme importanza dei mezzi di comunicazione e il loro potere d’influire sulle percezioni della realtà, è tragico però notare come sia limitato lo spazio che viene lasciato per l’approfondimento e la discussione, non solo all’interno dei telegiornali, ma anche nei programmi prettamente dedicati a questo tema. Del resto, il lavoro di una testata giornalistica risulta così complesso che, al fine di ottimizzare tempi ed energie, si ricorre alla tecnica della standardizzazione in vista di una semplificazione dell’attività, che però porta all’effetto contrario, creando di fatto una visione di appiattimento e banalizzazione.
Perciò la costante iterazione di immagini (sbarchi, gommoni carichi fino all’inverosimile…) e di espressioni stereotipate (“emergenza immigrazione”, “ennesimo sbarco di clandestini”…) non produce soltanto un effetto ansiogeno, contribuendo alla diffusione del panico e della sindrome dell’invasione, ma provoca inoltre un risultato paradossale ovvero “abitudinario”: l’abitudine si rivela un ottimo strumento per far apparire qualsiasi aspetto insignificante; unita poi alla mancanza di approfondimento, non solo impedisce di analizzare i diversi aspetti del problema, riducendo i fenomeni dell’immigrazione, della clandestinità e della criminalità ad un’unica indistinta questione, ma induce a pensare che tutto ciò sia normale, quando in realtà non lo è affatto.
Pertanto il problema non è provocato dai mass-media, ma è già radicato nella società stessa, nella sua cultura che, a sua volta, è influenzata in maniera decisiva dai media, secondo dinamiche meccanicistiche; è quindi evidente la preesistente paura del “diverso”, o addirittura vere e proprie forme di xenofobia, latente nella nostra società.
In questo contesto è fondamentale ricordare che la trattazione giornalistica di un determinato argomento è strettamente legata all’interesse che l’opinione pubblica concentra sulla tematica stessa. Nel caso specifico dell’Italia si è assistito a un capovolgimento della prospettiva. Infatti se fino alla seconda metà degli anni ’80 la considerazione del fenomeno era piuttosto scarsa, in seguito l’Italia stessa ha compreso di essere passata da Paese di emigranti a paese a forte immigrazione e così anche i mezzi di comunicazione hanno iniziato a occuparsi del fenomeno, soprattutto a seguito di tragedie che lo hanno imposto agli occhi dell’opinione pubblica.
La frequenza delle notizie non sarebbe sufficiente a determinare il pensiero della comunità nei confronti dei migranti. Un aspetto cruciale riguarderebbe soprattutto il modo in cui queste notizie vengono scritte. Secondo Marco Bruno, sociologo dell’Università La Sapienza di Roma «da un singolo evento si rischia di arrivare a un problema sociale». Lo studioso si sofferma in particolare sulle scelte lessicali dei giornalisti e sull’ipertipizzazione di queste: «Esiste un abbondante uso delle etichette etniche e dello status di clandestino a tal punto che l’aggettivo acquisisce un uso denotativo come se fosse un sostantivo».
Negli anni Settanta, in un saggio reperibile in una delle storiche raccolte di Castronovo e Tranfaglia sul comportamento della stampa verso i movimenti sociali, è identificabile la rappresentazione, nella stampa, del deviante, legato alla figura del “capellone”, oggi sostituibile con “immigrato”. La ripetizione nei titoli di espressioni quali “albanese stupra una minorenne” o similari, indurrebbe a designare l’immigrato come la persona da temere. E parimenti il frequente uso di vocaboli come ennesimo, scia, invasione provoca l’effetto d’ingigantire l’entità del problema che in realtà non supera il livello di guardia. «La parola “invasione” – continua Bruno – viene spesso usata su numeri impropri che non rispecchiano le reali proporzioni del fenomeno».
Mentre l’immigrato, nei giornali e nei telegiornali, è spesso associato a episodi di delinquenza e violenza, si rischia di trasformare il singolo caso in un luogo comune in cui il diverso è additato in generale come la causa degli episodi di cronaca. A tal riguardo è opportuno introdurre il concetto di bias che nella letteratura scientifica definisce l’uso tendenzioso di espressioni linguistiche volte a favorire fenomeni di discriminazione sociale. I bias linguistici sono tutte quelle forme sistematiche d’impiego di alcuni elementi della lingua tali da alimentare una percezione sfavorevole di un gruppo sociale, in questo caso gli immigrati.
Ad avvalorare la tesi dell’influenza mutuata dai media sulla percezione dei migranti si aggiunge anche il Rapporto di otto associazioni italiane di luglio 2012 presentato al CERD (Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale delle Nazioni Unite), che denuncia in Italia l’incremento dell’incitazione all’odio razziale nel discorso pubblico politico e mediatico, il cosiddetto racist hate speech, come pure l’aumento dell’incitazione razzista diffusa attraverso internet e i social networks.
I canali mediatici influenzano il pregiudizio grazie all’attivazione di tre processi psicologici: in primo luogo accrescono nei fruitori più assidui la paura di poter essere vittima di un crimine in futuro; in secondo luogo rendono l’espressione del pregiudizio più accettabile socialmente e in ultimo contribuiscono a distorcere la stima della frequenza con cui gli immigrati commettono delitti, innescando così un circolo vizioso: più le persone sono convinte che gli immigrati sono i responsabili dei crimini commessi sul territorio, più si sentono giustificate a esprimere un chiaro atteggiamento di ostilità nei loro confronti.
Tuttavia è bene rilevare che un sostegno agli sforzi compiuti da una parte del giornalismo italiano per favorire un’informazione più rispettosa delle persone è giunto dalla società civile. Nel 2008 è nato un sito con la funzione di osservare l’atteggiamento di mass-media e di raccogliere titoli e articoli offensivi o di stampo xenofobo o razzista nei confronti delle minoranze etniche presenti in Italia.
Un ulteriore impulso in vista di un’informazione meno stereotipata potrebbe essere offerto dalla ratificazione del Trattato dell’Unesco sulla protezione della diversità culturale a opera dei mezzi di comunicazione. Queste iniziative vengono però giudicate da alcuni gruppi di giornalisti e intellettuali come insufficienti alla promozione delle buone pratiche. Taluni hanno richiesto l’istituzione di organi di vigilanza sulla correttezza dell’informazione e sul pluralismo culturale dei media, dotati di poteri sanzionatori (ammende o sottrazione di finanziamenti pubblici) nei confronti di tutto il sistema di convenzioni che favoriscono una rappresentazione oligo culturale e mono culturale dell’Italia.

Conclusioni

Secondo Ambrosini “la criminalità e devianza dei migranti viene studiata in sociologia tramite due interpretazioni. La prima prospettiva, detta classica, considerando obiettive e vere le statistiche, osserva che i migranti sono sovrarappresentati tra i denunciati, i condannati e i carcerati. Le cause sarebbero le precarie condizioni di vita degli immigrati e la struttura delle migrazioni che facilitano l’irregolarità, collegate al prevalere dei fattori di spinta su quelli di attrazione. La prospettiva critica considera invece la devianza degli immigrati come l’effetto di una costruzione sociale della realtà. Chiusure sociali e pregiudizi si concretizzano in etichettature e discriminazioni, perciò la devianza deriverebbe dall’esclusione di cui gli immigrati sono vittima”.
Probabilmente le cause della criminalità vanno individuate e affrontate in entrambe le prospettive e non hanno possibilità di trovare equilibrio fra loro se considerate in forma esclusiva.
Pertanto, lo studio delle migrazioni diventa un valido strumento di osservazione, delle relazioni nella società, dal momento che mettono in rapporto individui e collettività. Ciò consente di appurare più adeguatamente e criticamente i propri pregiudizi, atteggiamenti e comportamenti e i media in tutto questo hanno la loro parte.

Bibliografia

Calvanese E. “Media e immigrazione tra stereotipi e pregiudizi. La rappresentazione dello straniero nel racconto giornalistico”. F.Angeli, Milano, 2011

Bruno M., “Andare oltre gli stereotipi. La figura del migrante nell’informazione italiana e le ricerche per la carta di Roma”, Morlacchi, Perugia, 2012.

Ambrosini M., Sociologia delle migrazioni, Il Mulino, Bologna, 2005.

Sitografia

http://www.meltingpot.org/Media-e-immigrazione-tra-stereotipi-e-pregiudizi.html visitato 20-09-2017

http://www.nuovefrontierediritto.it/media-comunicazione-immigrazione/ visitato 20-09-2017

http://www.unipd.it/ilbo/content/immigrati-e-se-i-cattivi-fossero-i-media visitato 21-09-2017

https://www.cartadiroma.org/ “La questione migratoria nei mass-media italiani” visitato 21-09-2017

http://revues.univ-tlse2.fr/ “L’immigrazione nei media italiani. Disinformazione, stereotipi e innovazioni”. visitato 21-09-2017