Responsabilità medica: focus sulla giurisprudenza del 2014 della Corte di Cassazione

Avv. Angelo Russo, Avvocato Cassazionista, Diritto Civile, Diritto Amministrativo, Diritto Sanitario, Catania

Nel nostro ordinamento giuridico, nonostante non operi il principio anglosassone dello stare decisis (regola che esprime il vincolo, per il Giudice, di attenersi a quanto è stato stabilito dalle sentenze precedenti) la circostanza che un determinato principio di diritto risulti costante e ripetuto negli anni comporta la formazione di una situazione che è solito qualificarsi come di “diritto vivente”, situazione questa che crea affidamento nella stabilità del quadro di riferimento normativo e nella certezza dei rapporti giuridici.

In tale ottica, la rassegna della giurisprudenza civile della Corte di Cassazione, redatta annualmente e che raccoglie la produzione giurisprudenziale della Corte medesima, permette di focalizzare – in relazione alle problematiche connesse al presente intervento – alcuni dei principi enucleati nella multiforme categoria della responsabilità medica.
Scopo del presente scritto è quello di fornire una panoramica sulle più significative pronunce di legittimità.

La Suprema Corte, in materia di responsabilità medica in generale, ha chiarito (Sez. 3, n. 18230, Rv. 631952, est. Rossetti) che “colui il quale assume volontariamente un obbligo, ovvero inizia volontariamente l’esecuzione di una prestazione, ha il dovere di adempiere il primo o di eseguire la seconda con la correttezza e la diligenza prescritte dagli artt. 1175 e 1176 cod. civ., a nulla rilevando che la prestazione sia eseguita volontariamente ed a titolo gratuito”.

Nella fattispecie all’esame della Corte, in particolare, un medico anestesista aveva deciso di farsi carico, volontariamente, anche della gestione di un paziente nella fase del ricovero e della sua assistenza a domicilio nella fase post – operatoria.

In materia di responsabilità da mancato consenso informato, (Sez. 3, n. 12830, Rv. 631825, est. Vivaldi) la Suprema Corte ha precisato che “quando ad un intervento di chirurgia estetica segua un inestetismo più grave di quello che si mirava ad eliminare o attenuare, la responsabilità del medico per il danno derivatone è conseguente all’accertamento che il paziente non sia stato adeguatamente informato di tale possibile esito, ancorché l’intervento risulti correttamente eseguito. Infatti, con la chirurgia estetica il paziente insegue un risultato non declinabile in termini di tutela della salute, ciò che fa presumere come il consenso all’intervento non sarebbe stato prestato se egli fosse stato compiutamente informato dei relativi rischi, senza che sia necessario accertare quali sarebbero state le sue concrete determinazioni in presenza della dovuta informazione”.

Ancora in tema di consenso informato (Sez. 3, n. 19731, Rv. 632440, est. Petti) la Corte ha precisato che “lo stesso va acquisito anche qualora la probabilità di verificazione dell’evento sia così scarsa da essere prossima al fortuito o, al  contrario, sia così alta da renderne certo il suo accadimento, poiché la valutazione dei rischi appartiene al solo titolare del diritto esposto e il professionista o la struttura sanitaria non possono ometterle in base ad un mero calcolo statistico”

Da ultimo (Sez. 3, n. 20547, Rv. 632891, est. Scrima) ha sancito il principio che “la violazione da parte del medico del dovere di informare il paziente può causare due diversi tipi di danni: un danno alla salute, sussistente quando sia ragionevole ritenere che il paziente, se correttamente informato, avrebbe evitato di sottoporsi all’intervento e di subirne le conseguenze invalidanti; nonché un danno da lesione del diritto di autodeterminazione in sé stesso, il quale sussiste quando, a causa del deficit informativo, il paziente abbia subìto un pregiudizio (patrimoniale o non) diverso dalla lesione del diritto alla salute”.
Nell’analizzare, inoltre, un caso in tema di danno alla persona (Sez. 3, n. 11522, Rv. 630950, est. Travaglino) la Corte ha enunciato l’importante principio per cui “l’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, sul quale sia possibile intervenire soltanto con un intervento cosiddetto palliativo, determinando un ritardo della possibilità di esecuzione dello stesso, cagiona al paziente un danno alla persona per il fatto che, nelle more, egli non ha potuto fruire di tale intervento e, quindi, ha dovuto sopportare le conseguenze del processo morboso e particolarmente il dolore, posto che la tempestiva esecuzione dell’intervento palliativo avrebbe potuto, sia pure senza la risoluzione del processo morboso, alleviare le sue sofferenze”.

In tema di responsabilità da illecito omissivo, premesso che la causalità commissiva si accerta con il criterio cd. della causalità umana e che quella omissiva va verificata sulla base del criterio del “più probabile che non”, la Suprema Corte (Sez. 3, n. 22225, Rv. 632945, est. Carluccio) ha sottolineato che “allorché la consulenza tecnica d’ufficio (che pure di norma presenta in tale ambito natura “percipiente”) formuli una valutazione, con riguardo all’efficienza eziologica della condotta rispetto all’evento di danno, come “meno probabile che non”, l’esito della consulenza è correttamente ignorato dal giudice, atteso che, in applicazione del criterio della regolarità causale e della certezza probabilistica, l’affermazione della riferibilità causale del danno all’ipotetico responsabile presuppone, all’opposto, una valutazione nei termini di “più probabile che non”.

Negli stessi termini (Sez. 3, n. 7195, Rv. 630704, est. Barreca) la Corte regolatrice ha addebitato ad un medico “l’errata esecuzione di un intervento chirurgico praticabile per rallentare l’esito certamente infausto di una malattia, che aveva comportato la perdita per il paziente della chance di vivere per un periodo di tempo più lungo rispetto a quello poi effettivamente vissuto”.

In tale eventualità, le possibilità di sopravvivenza, misurate in astratto secondo criteri percentuali, rilevano ai fini della liquidazione equitativa del danno, che dovrà altresì tenere conto dello scarto temporale tra la durata della sopravvivenza effettiva e quella della sopravvivenza possibile in caso di intervento chirurgico corretto.
La Corte, poi (Sez. 3, n. 15490, Rv. 631715, est. D’Amico) ha affermato che “il paziente ha il solo onere di dedurre qualificate inadempienze, in tesi idonee a porsi come causa o concausa del danno, restando poi a carico del debitore – il medico – convenuto l’onere di dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso, o che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno”.
Nello scorso anno, peraltro, la pronuncia più attesa era quella che doveva fornire criteri interpretativi nella lettura delle nuove disposizioni contenute nel “Decreto Balduzzi”.

La Suprema Corte, sul punto, (Sez. 6-3, ord. n. 8940, Rv. 630778, est. Frasca) ha chiarito che l’art. 3, comma 1, del d.l. 13 settembre 2012, n. 158, come modificato dalla legge di conversione 8 novembre 2012, n. 189, nel prevedere che “l’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve”, fermo restando, in tali casi, “l’obbligo di cui all’articolo 2043 del codice civile”, non esprime alcuna opzione da parte del legislatore per la configurazione della responsabilità civile del sanitario come responsabilità necessariamente extracontrattuale, ma intende solo escludere, in tale ambito, l’irrilevanza della colpa lieve.
E’, in conclusione, possibile affermare che, secondo la Suprema Corte, la novella del Decreto Balduzzi ha, sostanzialmente, comportato una, seppur parziale, abolitio criminis in relazione al fatto del medico che, nell’osservanza delle linee guida in materia sanitaria, ha provocato lesioni ovvero la morte del paziente.
Il medico al quale possa ascriversi soltanto un difetto di perizia, pur essendosi attenuto alle buone pratiche e linee guida approvate dalla scienza medica, risponde, quindi, solo per colpa grave.
Sotto il profilo della responsabilità civile, invece, il medico che abbia causato un danno al paziente, indipendentemente dal difetto di diligenza in cui possa essere incorso, risponderà sia se abbia rispettato le linee guida sia se non le abbia osservate.
Resta inteso, naturalmente, che nella determinazione del danno risarcibile il Giudice valuterà se il medico si è attenuto alle linee guida e, ciò nonostante, ha arrecato un pregiudizio al paziente.