Salute, più longevo chi vive al Nord e chi è più istruito

Il problema delle disuguaglianze nel settore della sanità monitorato dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle regioni italiane. Obiettivo: preservare il Servizio sanitario e renderlo più equo e sostenibile

Dott. Salvo Falcone
Giornalista e media consultant
Direttore Responsabile Medic@live Magazine

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È una Italia a “due velocità” quella disegnata dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, organismo dell’Istituto di Sanità Pubblica – Sezione di Igiene dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. In una sola parola: disuguaglianze, troppe e variegate.
Il dato sulla sopravvivenza mette in luce l’enorme svantaggio delle province di Caserta e Napoli, per esempio, che hanno una speranza di vita di oltre 2 anni inferiore a quella nazionale, seguite da Caltanissetta e Siracusa che palesano uno svantaggio di sopravvivenza di 1,6 e 1,4 anni rispettivamente. Le province più longeve sono quelle di Firenze, con 84,1 anni di aspettativa di vita, 1,3 anni in più della media nazionale, seguite da Monza e Treviso con poco più di un anno di vantaggio su un italiano medio.
“Gli indicatori – si legge nel rapporto dell’Osservatorio che elabora i dati Istat – evidenziano l’esistenza di sensibili divari di salute sul territorio, ne sono la prova i dati del 2017 della Campania dove gli uomini vivono mediamente 78,9 anni e le donne 83,3; mentre nella Provincia Autonoma di Trento gli uomini mediamente sopravvivono 81,6 anni e le donne 86,3. In generale, la maggiore sopravvivenza si registra nelle regioni del Nord-est, dove la speranza di vita per gli uomini è 81,2 anni e per le donne 85,6; decisamente inferiore nelle regioni del Mezzogiorno, nelle quali si attesta a 79,8 anni per gli uomini e a 84,1 per le donne. La dinamica della sopravvivenza, tra il 2005 e il 2016, dimostra che tali divari sono persistenti, in particolare Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna, Molise, Basilicata, Lazio, Valle d’Aosta e Piemonte restano costantemente al di sotto della media nazionale. Tra queste la Campania, la Calabria e la Sicilia peggiorano addirittura la loro posizione nel corso degli anni. Per contro, quasi tutte le regioni del Nord, insieme ad Abruzzo e Puglia, sperimentano, stabilmente, una aspettativa di vita al di sopra della media nazionale”.
Un rapporto implacabile anche in tema di mortalità prematura che risente dei forti divari territoriali. Infatti, la Campania, la Sicilia, la Sardegna, il Lazio, il Piemonte e il Friuli presentano valori elevati di mortalità prematura, con una dinamica negativa tra il 2004 e il 2013 che le vede costantemente al di sopra della media nazionale. “Questo – avverte l’Osservatorio – è un dato molto negativo, visto che si tratta di morti evitabili con idonee politiche di prevenzione”.
Poi ci si mette di mezzo anche il grado di istruzione. “In Italia, un cittadino può sperare di vivere 77 anni se ha un livello di istruzione basso – prosegue il rapporto – e 82 anni se possiede almeno una laurea; tra le donne il divario è minore, ma pur sempre significativo: 83 anni per le meno istruite, circa 86 per le laureate”.
L’Osservatorio evidenzia sensibili differenze sociali anche per le condizioni di salute legate alla presenza di cronicità. “Nella classe di età 25-44 anni – si legge – la prevalenza di persone con almeno una cronica grave è pari al 5,8% tra coloro che hanno un titolo di studio basso e al 3,2% tra i laureati. Tale gap aumenta con l’età, nella classe 45-64 anni, è il 23,2% tra le persone con la licenza elementare e l’11,5% tra i laureati”.
Poi l’avvertimento. “I divari di salute – si legge – sono particolarmente preoccupanti quando sono cosi legati allo status sociale, poiché i fattori economici e culturali influenzano direttamente gli stili di vita e condizionano la salute delle future generazioni.
Un tipico esempio è rappresentato dall’obesità, uno dei più importanti fattori di rischio per la salute futura, la quale interessa il 14,5% delle persone con titolo di studio basso e solo il 6% dei più istruiti. Anche considerando il livello di reddito gli squilibri sono evidenti: l’obesità è una condizione che affligge il 12,5% del quinto più povero della popolazione e il 9% di quello più ricco. I fattori di rischio si riflettono anche sul contesto familiare, infatti il livello di istruzione della madre rappresenta un destino per i figli, a giudicare dal fatto che il 30% di questi è in sovrappeso quando il titolo di studio della madre è basso, mentre scende al 20% per quelli con la madre laureata”.
Alle disuguaglianze di salute si affiancano quelle di accesso all’assistenza sanitaria pubblica. Si tratta – si legge nel rapporto – delle rinunce, da parte dei cittadini, alle cure o prestazioni sanitarie a causa dell’impossibilità di pagare il ticket per la prestazione. La difficoltà di accesso alle cure sanitarie è un problema particolarmente grave perché impatta molto sulla capacità di prevenire la malattia, o sulla tempestività della sua diagnosi. Nella classe di età 45-64 anni le rinunce ad almeno una prestazione sanitaria è pari al 12% tra coloro che hanno completato la scuola dell’obbligo e al 7% tra i laureati. La rinuncia per motivi economici tra le persone con livello di studio basso è pari al 69%, mentre tra i laureati tale quota si ferma al 34%”.
L’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, con questo focus, non entra nel merito della gerarchia delle determinanti delle disuguaglianze, ma si limita a documentare le disuguaglianze osservate nel nostro Paese mettendole in relazione con i principali fattori individuali e di contesto.
“La sfida futura del Ssn – si legge nelle conclusioni – sarà quella di contrastare le persistenti disuguaglianze con interventi e politiche urgenti. In particolare, si ritiene prioritaria l’attivazione di iniziative finalizzate all’empowerment culturale verso i temi della salute e degli stili di vita, da attuare nelle scuole per i ragazzi e le loro famiglie.
Spesso, infatti, gli interventi delle politiche sono vanificati da atteggiamenti e comportamenti individuali sbagliati che ne riducono gli effetti attesi. Non meno rilevante è la lotta contro la povertà e la deprivazione che deve essere un obiettivo ineludibile di tutte le politiche di welfare, anche per migliorarne l’efficacia, vista la stretta relazione tra la condizione economica e la salute”.
Un altro punto su cui occorre riflettere riguarda l’allocazione del finanziamento alle Regioni. “Non è da escludere, infatti, che – si legge – i divari territoriali possano discendere in parte da una divisione del Fondo sanitario non coerente con i bisogni di salute della popolazione. Non sembra, infatti, plausibile che regioni come la Campania e la Calabria ricevano minori finanziamenti, pur denotando condizioni di salute peggiori di altre regioni – avverte l’Osservatorio”. Un ulteriore problema emerso nelle analisi è l’accessibilità alle cure, in altre parole, le file d’attesa. L’opinione dell’Osservatorio è che occorra mettere in rete tutte le strutture, ospedaliere e territoriali, e governare centralmente gli accessi in base all’appropriatezza degli interventi e all’urgenza degli stessi. “Il tema delle disuguaglianze di salute si intreccia, per quanto detto in precedenza sulla compatibilità delle risorse finanziarie con i vincoli del bilancio pubblico, con quello della sostenibilità economica che resta uno dei punti al centro delle riflessioni della politica e degli addetti ai lavori. Le soluzioni che circolano poggiano sull’ingresso dei fondi sanitari privati e su forme di welfare aziendale in grado di affiancare lo Stato per questa importante funzione. Questa suggestione, se da un lato, potrebbe rappresentare una facile soluzione per il futuro, dall’altro apre interrogativi sui quali vale la pena di riflettere. In particolare, se i fondi sanitari debbano avere un ruolo sostitutivo o complementare nella sanità pubblica. Ma tale scelta potrebbe, da un lato, risolvere la sostenibilità della spesa sanitaria pubblica, dall’altro acuire le differenze sociali nella salute dei cittadini. I fondi sanitari erano stati introdotti dalla riforma Ter aveva previsto il ricorso a forme di integrazione per tutte quelle prestazioni sanitarie non comprese nella lista dei livelli essenziali ma comunque di rilevanza per l’assistenza del cittadino. La funzione dei fondi era, pertanto, complementare in quanto si affiancavano al finanziamento pubblico. Altra faccenda è l’introduzione di forme assicurative sanitarie che nascerebbero con la finalità di intermediare i 35 miliardi di spesa sanitaria privata ed eventualmente sostituire, almeno in parte, una quota di quella che attualmente è a carico della finanza pubblica e della fiscalità generale. I problemi che si pongono in questo caso sono legati ai premi elevati per i cittadini più a rischio, oppure a fenomeni di selezione avversa, cioè esclusione dalla copertura assicurativa di alcune tipologie di persone, quali anziani e malati gravi. Inoltre, si prospetterebbe un’assistenza sanitaria di qualità differenziata a seconda dei premi assicurativi che le persone sono in grado di pagare, oppure si potrebbero generare differenze tra i lavoratori coperti o meno da forme di welfare aziendale. In altre parole, l’introduzione di fondi sanitari di natura sostitutiva finirebbe per acuire le forti disuguaglianze sociali di cui già soffre il settore.

In conclusione, è opinione dell’Osservatorio che il quadro presentato, più che un reale problema di sostenibilità economica, rappresenti un elemento di preoccupazione per la sostenibilità politica del nostro Servizio sanitario nazionale, poiché i persistenti divari sociali che lo caratterizzano potrebbero far vacillare il principio di solidarietà che ispira il nostro welfare, contrapponendo gli interesse delle fasce di popolazione insofferenti per la crescente pressione fiscale, a quelli delle fasce sociali più deboli che sperimentano peggiori condizioni di salute e difficoltà di accesso alle cure pubbliche”.
L’Osservatorio, infine, evidenzia che, pur con le problematiche rappresentate, il Servizio sanitario nazionale resta uno dei migliori in Europa in termini di efficacia, nonostante le risorse impegnate siano tra le più basse registrate nell’Ue. “Pertanto – conclude il rapporto – è necessario attuare tutti gli sforzi necessari per preservare il nostro Servizio sanitario e renderlo più equo e sostenibile”.