Sistema sociale e devianza:
comportamento deviante e motivazione deviante

Dott. Giulio Godano,

Sociologo, Pedagogista,

Educatore presso Cooperativa Sociale “Quadrifoglio”

Bologna

blank

Pensiamo che l’adozione di comportamenti devianti e delinquenti possa avere, tra le numerose eziologie, l’aver assistito alle pratiche aggressive e violente in un qualsiasi gruppo o enclave, comprese le famiglie, le quali sono un centro privilegiato di socializzazione, quindi diffuso nella società. Ancora, il grado di sofferenza psichica e fisica può rendere maggiormente probabile la commissione di reati, con ciò tentando e credendo di uscire da quella sofferenza. L’assuefazione a un corpus di norme devianti produce una cultura della criminalità diffusa, nella quale tali norme vengono accettate, proposte e seguite. L’atteggiamento nei confronti della vita cambia e diventa interesse egoistico e strumentale per i propri fini, non considerando le altre persone, gli altri animali, le piante, l’ambiente. Il punto di osservazione educativo emerge con forza per denunciare una tale situazione desolante e ha interesse prioritario nel modificare la cultura italiana attraverso un lavoro paziente di riappropriazione della propria coscienza, di “coscientizzazione” come direbbe Freire, che possa altresì riuscire a discriminare in maniera accettabile ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, su una serie complessa di variabili che vanno dalla sostenibilità ambientale alla delinquenza, dalla logica scientifica alle politiche familiari, ecc … Partendo da tali basi Michele Corradino, magistrato del Consiglio di Stato, ha scritto diversi libri sulla corruzione e la sua accettazione sociale. «Bisogna entrare nella testa, nei discorsi, nei ragionamenti di chi lo pratica senza remore perché è convinto che farlo sia la regola, perché appunto “lo fanno tutti”. Solo così si può sperare di estirpare davvero il malcostume che affligge l’Italia da dentro la società: nelle famiglie, sui luoghi di lavoro, nelle amministrazioni e istituzioni pubbliche, nello sport e perfino tra le forze di polizia. É la convinzione che ha spinto Michele Corradino, commissario dell’Autorità nazionale anticorruzione e già capo di Gabinetto di diversi ministeri, a setacciare le grandi e piccole cronache dell’Italia corrotta per scovare la matrice originaria del pensiero comune che giustifica e legittima come normale il dominio della quotidianità del malaffare». Così la società alimenta sé stessa con l’idea che per lavorare bisogna cooptare e corrompere. Questi “valori” devianti distorcono i valori onesti del lavoro, del merito e del sacrificio che portano una persona a impegnarsi a superare un concorso pubblico, a denunciare un fatto tipico penale, a educare nel segno della scoperta di se stessi e nel rispetto delle differenze.
Forse anche alle forze dell’ordine può capitare di assuefarsi alla violenza/aggressività.
La società è intrisa di malaffare e il motivo per cui esiste questa pervasività è che tale cultura si autoperpetua e aumenta consensi e accettazione sociale.
L’accettazione sociale è la linfa da cui parte la società e non potrebbe essere altrimenti. Ogni cultura per vivere deve essere seguita e agita da più persone. Sono mancati gli anticorpi psicosociali e le forze dell’ordine non hanno saputo controllare a sufficienza i fenomeni di violenza e potenza (propensione capitalistica e spersonalizzazione).
Le forze dell’ordine non sono state supportate a sufficienza, infatti non svolgono una formazione continua per tutti i propri dipendenti. Con le gravi lacune delle forze di controllo e dell’ordine non è possibile contrastare questi fenomeni.
Il numero elevatissimo di persone che soffrono rende più probabile la commissione di reati. Diventando collettiva, la cultura del crimine raggiunge sempre più persone che si adeguano alle condotte in questione. Tale cultura si riproduce per emulazione, sfruttando i canali bio psico sociali più elementari delle persone. Gli istinti naturali hanno la meglio e si mescolano con le condotte, i comportamenti, le pratiche di esclusione/isolamento e potenza/violenza.
Ne sono esempio le violenze contro le persone, le guerre, il terrorismo, le rapine, il furto e la violenza privata, le violenze materiali e psicologiche alla persona, ecc …
Diamo una idea di come avvenga l’atto deviante, in rapporto al suo ambiente, tentando di riuscire ad affrancarsi da spiegazioni riduttive, facili, inautentiche.
«Di conseguenza, assume importanza quel continuo sviluppo della criminologia che appare necessariamente legato a un adeguato progresso concettuale.
In tal senso, è opportuno sottolineare l’essenzialità della teoria e del suo rapporto con la pratica, per cui è necessario disancorarsi da schemi, stereotipi, pregiudizi, per giungere a superare la vecchia contrapposizione tra fattori disposizionali o di personalità e fattori ambientali o culturali, soprattutto in un’epoca in cui sono sempre pronte a riemergere concezioni che, contraddicendo le stesse acquisizioni della genetica, tendono a ridurre a soli fattori genetici la spiegazione dell’intelligenza, dell’aggressività e quindi delle condotte criminose.»

L’emergenza della consapevolezza: metariflessione ed empowerment

Ad un certo punto capii che potevo riconoscere le cose che accadevano. Quelle che partivano da un mio atto e quelle che partivano dagli altri. Da questo incrocio temporale scaturisce l’azione. La mente percepisce ed elabora un’informazione e una serie di informazioni e si fonde con l’ambiente in cui sta vivendo esprimendosi. L’espressione è il comportarsi e l’essere. Mentre il corpo si stende, si flette e si rilassa, riscopre se stesso e le sue potenzialità, la mente segue il corpo, si abbandona a un ritrovato equilibrio. Ciò che sento è l’esplorazione di nuovi mondi, nuove dimensioni, ricordi e sensazioni che ho spesso provato nella mia esistenza e che ora ho la possibilità di riscoprire o ricreare. Una nuova coscienza riemerge in questa condizione, la coscienza biosferica, che mi lega alla natura in una fusione continua. La fusione può orientare la realtà sociale per un momento o periodo, riunendo a sé le sue caratteristiche. In questo periodo la consapevolezza biosferica è molto elevata (totale?) ma sa che bisogna tornare a nutrirsi dalla realtà, dalla natura, dal mondo della vita, per non scadere nell’ideologia, che priverebbe ogni discorso sociale. Le buone pratiche rappresentano e sono reificazioni di questa coscienza biosferica, la quale può essere sentita dalla persona. Le menti hanno una grande influenza nel processo sociale e determinano in molti casi gli eventi; essa ha un ruolo attivo. Se la mente rimane imprigionata diventa statica e continua a ripetere schemi abitudinari di comportamento. Ristabilire un progetto di vita significa poter spogliarsi del passato e, a pian piano anche del presente, per fare il passo verso il futuro. Le persone devianti ricordano il loro comportamento criminale e lo reiterano, emulando comportamenti per la loro simbolica realtà. Devono essere aiutati a intraprendere nuovi impegni e nuovi lavori cosicché la rievocazione di vecchi comportamenti sia trattata come un ricordo. Devono essere rieducati o educati ancora. Qualcuno ha smesso di educarli e loro hanno smesso di ascoltare ed essere se stessi. Se le azioni sono la guida per capire la personalità, lo stile di vita costituisce la modalità dell’azione. Il termine, coniato da Adler, anche se passato ormai a far parte del linguaggio corrente, definisce la modalità con la quale l’individuo si muove verso la meta servendosi dei mezzi che ritiene di avere a sua disposizione e cioè della percezione soggettiva che ha di Sé. L’emergenza della consapevolezza è un fatto scientifico molto importante per le scienze sociali. La psicologia e la scienza dell’educazione investono molta attenzione e impegno sulla ricerca delle variabili che intercorrono e influenzano l’emergenza del comportamento riflessivo. In questo ambito la mia esperienza di criminologo e di tirocinante all’istituto penale per i minorenni, mi ha permesso di osservare il comportamento dei giovani detenuti privati della libertà, ed elaborare alcune proposte critiche di comprensione del fenomeno delinquente e delle possibilità di emersione di un progetto di vita alternativo o rispondente all’esperienza vissuta e la necessità di una sua profonda trasformazione.
L’osservazione e il colloquio sono due strumenti di eccellenza per guardare la realtà e studiare l’identità umana.
Sicuramente l’entropatia rappresenta un possibile strada per comunicare moralmente e in maniera autentica. Il bambino si fida e si sente libero di agire se ha davanti a sé una persona che lo cura e lo fa esprimere, comprendendo e accettando la sua visione del mondo, se non è in contrasto con i valori di relazionalità dell’esistenza. Osservare e comprendere le attitudini e le preferenze dei bambini ci aiuta a conoscerli meglio e a impostare meglio l’attività educativa. Il bambino, sentendosi libero di agire e compreso nel profondo, potrà a sua volta seguire le indicazioni e i consigli di chi gli sta accanto. Quel che vale per il bambino vale anche per il giovane adulto, ovviamente con le dovute differenze legate all’età, ai bisogni e alle sperimentazioni. Concentrarsi sulle dinamiche emotive e sentimentali per favorire il rapporto con il bambino e il giovane, per accompagnarlo nei momenti di sconforto. Queste dinamiche servono al bambino/ragazzo per fidarsi della figura adulta di riferimento, vista come possibile aiutante sociale. Anche la funzione di controllo è importante per l’educatore. Nello spirito della leale collaborazione, dell’aiuto reciproco e del controllo sociale, risulta fondamentale operare le funzioni di garanzia dei comportamenti, i quali devono rispettare il diritto inviolabile di ogni bambino a vivere la propria vita in condizioni di serenità e tranquillità.
Estendiamo il concetto a tutti gli esseri umani – quindi anche agli adulti – per sottolineare che l’educazione a scuola è rivolta a tutti. Partendo dagli adulti e dalla loro buona relazione arriviamo ai più giovani e alle loro buone relazioni. Le persone che conosci e che incontri o le persone che semplicemente vedi – per strada, nei negozi, nei supermercati, alle feste, alla fermata dell’autobus, ecc. – non sempre offrono uno spettacolo umano e civile.
I comportamenti sociali sono spesso dominati oggi dalla frenesia, dalla volgarità, dall’indifferenza. Se escludi le leggi, le quali cercano al tempo di limitare i danni delle relazioni selvagge e di favorire questo sistema, rimane una cultura sociale contraddistinta più dalle logiche economiche e individualiste che dalla relazionalità dell’esistenza e della morale solidale.

L’essere e il benessere come educazione ed allenamento esistenziale

R. Steiner sosteneva che l’esempio e la coerenza sono la più grande forza a sostegno dell’educazione. M. Montessori diceva che il bambino è il padre dell’uomo e per C. Rogers, la pazienza, la calma, la gradualità e la cura dei dettagli – soprattutto nello stile educativo – connotano un’attenzione educativa elevata, attenta a salvaguardare la dignità e le possibilità di apprendimento.
“Educazione” dal latino ēdūcĕre cioè portare fuori o da un’altra parte, le buone inclinazioni della persona, il carattere e la personalità della stessa. Un bravo educatore è quindi colui che riesce a far pensare, ragionare e riflettere l’educando facendo emergere quella condotta e quel pensiero capaci di adattarsi in maniera autentica al mondo in cui lui vive, e di riflettere la reale condizione esistenziale. La capacità di esprimersi liberamente è la chiave di volta dell’educazione, pur tuttavia in una libertà limitata, rispettosa dell’altro e della relazionalità dell’esistenza.

La riemersione di una coscienza personale e collettiva

Non puoi eliminare il delinquente, puoi solo rieducarlo. Questa è la scelta più giusta e illuminata nella ricerca pedagogica attuale, scelta che cerca di mediare tra tutte le esistenze per ristabilire o riequilibrare giustizia. La funzione del carcere minorile è quella di rieducare la persona delinquente, al fine di trasformare la pena in un percorso di progettualità personale. La complessa rete sociale dell’istituzione del centro di giustizia minorile ha la nobile funzione di curare e sostenere i percorsi e i processi sociali dell’esclusione e della marginalità, della devianza e della delinquenza, seguendo i valori costituzionali dell’uguaglianza sociale e di possibilità, per un servizio sociale di prossimità e per un recupero della persona. Le reti di cura e intervento sociale – con i professionisti dell’area medico sanitaria e psicosociale – hanno quindi il compito delicato di lavorare per il benessere della persona, cercando di aiutarla in questi aspetti a recuperare l’autostima e la sicurezza per esprimersi, pensare, riflettere e agire, a conoscere e riconoscere le proprie emozioni, a recuperare i propri affetti e a costruirne di nuovi, a costruirsi un proprio senso di giustizia, un proprio percorso di progettualità, una strada di impegno personale nella quale il lavoro abbia una funzione identitaria e di realizzazione personale. Le capacità ritrovate, ri-allenate o scoperte ex novo dei giovani detenuti dovranno formarsi e mantenersi in maniera più consona e adeguata al contesto sociale nel quale si trovano gettati e immersi e nel quale devono sopravvivere e vivere costituendo competenze finalmente spendibili in maniera autentica nella società. Solo attraverso l’esempio degli adulti queste capacità, funzioni, competenze possono davvero ricostruirsi. In questo senso è importante la riflessione che ogni educatore innanzitutto opera su sé stesso, attivando buone pratiche di ascolto autentico su se stesso capaci di meta riflettere sull’essere
Una volta recuperate queste capacità, le persone riescono più facilmente a pensare insieme, a fare emergere una coscienza collettiva autentica, basata su regole sociali interiorizzate e tensione al cambiamento. Se i gruppi sociali possiedono una padronanza politica, la strada per aggiustare in meglio le culture si apre. Se le persone sono più educate alla responsabilità civica e politica, saranno meno vincolate ai comportamenti dannosi e lesivi della società e delle altre persone.
Per queste ragioni vogliamo partire dalla fiducia sociale (Simmel – Ricoeur) per riammettere l’altro nella relazione. Quando la persona (in particolar modo il minore ma non solo) che delinque viene riammessa in un circuito di fiducia è più probabile un suo lavoro per riconquistare la fiducia in sé stesso, l’autostima e la progettualità interiore. La fiducia sociale è importante per sviluppare la società. Con la fiducia sociale, le persone non si percepiscono come nemici, come attori indifferenti della vita, come un indistinto aggregato. La società, partendo dai centri vitali sul territorio come i paesi e le città, funziona in maniera anche autonoma se esiste nella stessa un livello almeno sufficiente di fiducia sociale, cioè di coinvolgimento attivo ed empatico della persona nel tessuto sociale insieme con le altre persone. Le relazioni sociali forgiano l’idea di società e la sostenibilità è raggiunta o avvicinata quando la persona riesce a crescere e svilupparsi senza troppo utilizzo di energia negativa, piena di elementi (i fantasmi della mente). Riteniamo questa la massima realizzazione sociale e personale.
Prima di cominciare a lavorare e a reinvestire sé stessi nella società, attraverso una qualche occupazione o l’iniziale riproposizione e riscoperta dei propri interessi e delle proprie passioni, è fondamentale che la persona abbia compreso quali condizioni lo abbiano portato a non credere più nella società delle persone oneste e che si impegnano per adattarsi alla vita.
Prima di ricominciare ad investire emotivamente nella società e nella propria esistenza, la persona deve aver almeno compiuto – in famiglia, nell’istituto penale per i minorenni o in qualsiasi contesto in cui si è trovato provvisoriamente limitato nella libertà, dei passi significativi in ordine all’autostima e alla progettualità personale. Deve, in altri termini, aver svolto in maniera soddisfacente una qualche attività per lui significativa a livello cognitivo e sociale tale per cui possa aver recuperato un interesse per la vita, carico della fiducia sociale necessaria a mantenere vivo quell’interesse e a mantenersi vivo e reattivo come persona.
Appurato questo, la persona può riuscire a intraprendere un percorso di riattivazione sociale o tirocinio sociale attraverso il lavoro, la cura di sé e dei propri affetti, che continui nel mentre si svolge a far lavorare la persona dal punto di vista sociale ed emotivo. Parallelamente all’azione della persona, al personale impegno di riattivazione sociale, la società che vive attorno a lui deve saperlo e poterlo supportare adeguatamente, evitando al massimo i rischi di una ricaduta nella devianza ma tutelando al massimo la sua presa di coscienza, la rigenerazione della consapevolezza di sé e degli altri, il suo impegno progettuale e di autonomia.
Ancora una volta emerge come significativa la variabile spia delle sane relazioni sociali, che si muovono nell’equilibrio tra autonomia e dipendenza, fortificando una persona equilibrata. Sarà questa variabile ad essere la nostra guida, il monitoraggio necessario per la riattivazione sociale della progettualità personale.
La disponibilità a svolgere il lavoro socialmente utile è uno dei punti del progetto rieducativo, una sorta di prova. Il programma di trattamento è regolamentato dall’art. 133 del codice penale.
Trasformare la violenza – fisica e psicologica – in comportamenti che invitino ad avere una relazione pacifica, quindi a non offendere e a non usare le mani per difendere anche solo un’argomentazione, è un obiettivo da raggiungere.
L’assunto ipotetico è che un comportamento adeguato al rispetto dell’altro generalizzato genera nella persona una serenità tale da impedirgli di comportarsi e/o reagire aggressivamente. Con questo non si vuole dire che non esiste un’animalità atavica che si accende o riaccende in virtù di determinate condizioni, ma che il nostro lavoro sta nel depurare queste pulsioni innate dagli aspetti di negatività e non rispetto relazionale e personale per trasformarle in occasioni utili a fare del bene.
Le persone con difficoltà lievi, medie e gravi devono essere seguite con un servizio-rapporto personalizzato, teso all’empowerment e alla libera espressione limitata, alla proattività e progettualità, alla scoperta dei propri punti di forza e delle proprie passioni.