Gli studi sull’influenza che la gestione dello Stress ha sull’epigenetica dei Telomeri impongono un nuovo paradigma nel settore delle Scienze Psicologiche e Biomediche

Dr. Massimo Agnoletti

Psicologo

Dottore di ricerca

Esperto di stress e
Psicologia positiva

Titolare del Centro di Benessere Psicologico

Favaro Veneto (VE)

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Abstract

Epigenetic studies exploring the influence of stress management on the telomere structures and telomerase’s functioning revolutionizes both the psychological and biomedical sciences’ paradigm because, for the first time, it connects the experiential and psychological dimensions to the genetic fitness and cellular longevity ones in a measurable and replicable way. Succeed on incorporate this new knowledge horizon will allow to provide new clinical and psychophysical wellbeing standards only if clinical and academic communities will be able to utilize a specific and operative concept of stress.

Gli studi epigenetici che esplorano l’influenza della gestione dello stress sul funzionamento delle strutture telomeriche e la telomerasi rivoluziona sia il paradigma delle scienze psicologiche che quelle biomediche perché per la prima volta connette in maniera misurabile e replicabile la dimensione esperienziale e psicologica con quella della fitness genetica e della longevità cellulare. Riuscire ad incorporare questo nuovo orizzonte conoscitivo permetterà di fornire nuovi standard clinici e legati al benessere psicofisico a patto che la comunità dei professionisti clinici ed accademici riescano ad utilizzare un concetto specifico ed operativo di stress.

Introduzione

Da qualche anno esistono studi scientifici sulla relazione tra la gestione dello stress psicologico, l’attività della telomerasi (l’enzima con la funzione di fare una corretta “manutenzione” ai telomeri) ed i telomeri stessi (le strutture che garantiscono la stabilità strutturale e la longevità dei filamenti di DNA che si “consumano” sempre più ad ogni divisione cellulare fino ad esaurirsi e determinarne l’instabilità genetica e la morte cellulare).
Il premio Nobel per la medicina la dott.ssa Elizabeth Blackburn insieme ad altri colleghi tra i quali la psicologa Elissa Epel, che ho il piacere e l’onore di conoscere personalmente, hanno dimostrato che non gestire efficacemente lo stress accelera il processo d’invecchiamento cellulare genetico, attraverso l’accorciamento velocizzato dei telomeri, predisponendo nel medio/lungo termine a molte malattie cardiocircolatorie, immunitarie ed oncologiche.
Diversamente coloro i quali possiedono un’efficace gestione dello stress (adottando specifiche tecniche apprese precedentemente) sono caratterizzati dall’avere un processo di invecchiamento cellulare rallentato per l’effetto positivo sull’attività della telomerasi (l’enzima che “ripara” la struttura dei telomeri).
A mio avviso questo studio ha segnato una svolta nella storia della biologia e della psicologia perché per la prima volta si è dimostrata scientificamente la 2 connessione tra il livello psicologico/mentale/esperienziale (l’unico dove è possibile una percezione cosciente dello stress) ed il livello per eccellenza considerato come biologicamente più intimo e profondo, rappresentato dalla memoria genetica costituita dal DNA contenuto in tutte le cellule del nostro organismo.
Già qualche anno prima dello studio del gruppo capitanato dalla Blackburn si era compreso che maggiore è la lunghezza dei telomeri migliore è il grado di protezione strutturale del materiale genetico e che minore è la lunghezza dei telomeri più elevato è il rischio di degradazione e senescenza del DNA e quindi della cellula stessa. Per questi motivi i telomeri sono attualmente considerati come degli indicatori molto affidabili dell’invecchiamento cellulare cioè dell’età biologica degli esseri viventi eucarioti (dotate di nucleo cellulare) al pari di “orologi biologici” correlati alla longevità della cellula.
Il limite del numero totale di divisioni cellulari potenzialmente realizzabili dalla cellula sono dipendenti dalla lunghezza dei telomeri (il famoso limite identificato da Leonard Hayflick) quindi più divisioni avvengono minore è la lunghezza totale dei telomeri stessi ma il grado, od il ritmo, con il quale avviene questo “consumo” telomerico è grandemente dipendente da fattori epigenetici che influenzano il funzionamento dell’enzima telomerasi.
Ritornando alla metafora meccanicistica citata poco fa, l’orologio ha una determinata e limitata batteria (il cosiddetto limite di Hayflick) ma vi è una grande differenza tra un orologio che fa scorrere le lancette molto velocemente ed uno dove le lancette si spostano molto più lentamente.
In altri termini i fattori epigenetici che determinano il funzionamento della telomerasi e quindi della manutenzione degli stessi telomeri (la gestione dello stress cronico, le infiammazioni, l’alimentazione e la qualità ambientale, l’attività motoria praticata, ecc.) impattano sulla longevità cellulare definendo la velocità con la quale scorrono le “lancette” del nostro orologio biologico. Questo è il motivo per cui si parla ormai di un’età biologica e di una cronologica.
In realtà la metafora dell’orologio coglie solo in parte la complessità biologica perché da qualche anno grazie alla ricerca scientifica si sa che la telomerasi può permettere addirittura un reset dei telomeri consentendo loro di effettuare la divisione cellulare infinitamente (caratteristica delle cellule tumorali).
Le ricerche sui telomeri hanno condotto allo sviluppo rivoluzionario di un settore della Medicina rigenerativa che esplora il nuovo concetto di invecchiamento (chiamato anche “anti-aging” o “well-aging”), non più considerato esclusivamente come accumulo passivo ed inevitabile di errori/difetti genetici derivanti dal degrado ossidativo cellulare nel DNA, ma anche, e soprattutto, come specifica informazione predisposta dalla cellula per determinare la morte della stessa (apoptosi conseguente il definitivo “consumo” telomerico) prevenendo derive tumorali.
Anche il settore della Psicologia acquista nell’ottica delle recenti scoperte epigenetiche sui telomeri una priorità fondamentale prima del tutto sottostimata dal mondo medico che ha quasi sempre adottato in maniera esclusiva il paradigma che prevede il dualismo mente-corpo.
3Gli studi che si sono ormai accumulati negli ultimi anni dimostrano non solo che la gestione dello stress influenza la longevità cellulare ma che questa influenza è profonda, molto significativa e rilevante (nel senso che può essere stimata nell’ordine di vari anni/decenni di longevità) ed in qualche misura reversibile.
“Reversibile” nel senso che è stato dimostrato che dalle informazioni epigenetiche è possibile anche promuovere l’attività della telomerasi rallentando, e virtualmente fermando anche se temporaneamente, il consumo dei telomeri con tutti i conseguenti benefici relativi la longevità e la fitness cellulare.
I fattori che influenzano la velocità con la quale scorrono le “lancette” del nostro orologio biologico sono molteplici ma per la prima volta nella storia della scienza grazie soprattutto alla dott.ssa Blackburn ed la dott.ssa Epel, è stato dimostrato che il livello più “impalpabile” e soggettivo, quello esperienziale, modifica ed influenza quello biologicamente considerato come più oggettivo ed importante, le informazioni genetiche contenute nel nostro DNA.
I futuri paradigmi sia della Psicologia che della Medicina dovranno confrontarsi con queste nuove scoperte che destabilizzano le radici del dualismo quasi secolare mente-corpo assunto ed adottato in maniera quasi ubiquitaria da entrambi questi settori.
E’ quindi prevedibile che nel prossimo futuro si svilupperà un settore della psicologia scientifica che avrà come focus lo studio dell’influenza degli stati mentali/esperienziali sulla matrice epigenetica cellulare (Psicologia Epigenetica).
Non è un caso che entrambe le scienziate menzionate poco sopra hanno ritenuto utile pubblicare un libro molto interessante sull’argomento (“La scienza che allunga la vita. La rivoluzione dei telomeri”, Mondadori) per divulgare queste informazioni che, sia per le consuete resistenze anche culturali nell’accettare nuovi paradigmi, sia per la loro molto (troppo?) recente comparsa a livello scientifico, non sono ancora molto diffuse soprattutto all’interno della comunità dei professionisti clinici malgrado il loro enorme potenziale impatto sul benessere psicofisico.
Da notare anche che recentemente la dott.ssa Epel insieme al suo gruppo di ricerca ha recentemente ipotizzato l’esistenza di meccanismi che regolano positivamente l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene attraverso i quali la meditazione porta all’allungamento dei telomeri rallentando quindi l’invecchiamento cellulare.
La dott.ssa Blackburn durante un’intervista rilasciata nel 2011 ha spiegato invece che: «Esistono gravi stress che mettono a rischio il funzionamento cellulare. Abusi o traumi infantili impediscono ai telomeri di funzionare anche in età adulta…» e similmente, relativamente l’importante rapporto delle cure parentali, la stessa Blackburn ha messo in evidenza come donne stressate durante le gravidanza accelerano l’invecchiamento genetico dei loro bambini.
Citando ancora il premio Nobel: «La ricerca ha messo in luce chiaramente che chi fa regolarmente attività fisica (non eccessiva) e riduce lo stress ha telomeri più lunghi. Quindi questi due comportamenti paiono un’indicazione utile per rallentare l’invecchiamento dell’organismo, oltre che per migliorare la nostra salute in generale, come è già stato ampiamente dimostrato».
In maniera molto interessante il dott. Jacobs e colleghi hanno dimostrato la correlazione positiva tra l’attività della telomerasi e la percezione di controllo che un gruppo di persone acquisiva adottando quotidianamente tecniche di meditazione (rispetto un gruppo di controllo che non le adottava) mentre il dott. Schutte ed la sua equipe facendo una metaanalisi sugli studi su 190 soggetti ha rilevato quanto l’attività meditativa fosse connessa con l’attività dell’enzima telomerasi.
Come è possibile notare anche solo da questi pochi esempi appena citati le dimensioni previste dallo studio dello stress applicato ai telomeri e la telomerasi non è solo concernente una prospettiva patogenetica (di “cura” delle problematiche) ma anche, e soprattutto direi, salutogenetica (di potenziamento e di prevenzione dei sistemi legati al benessere psicofisico) perché legate agli stili di vita adottati dagli individui.
Nel contesto della relazione tra la gestione dello stress e l’attività telomerica occorre sottolineare la necessità di cogliere e definire operativamente cosa sia lo stress e declinarlo nel suo significato complesso e scientifico che trascende l’uso popolare che lo vede limitato ad evento, o periodo, vissuto come negativo ed impegnativo dal punto di vista energetico rispetto le risorse che si possiedono.
Gli effetti telomerici negativi dello stress descritti dagli studi citati precedentemente sugli umani non si riferiscono ad eventi “oggettivamente” negativi che producono in maniera deterministica (e semplicistica) un accelerato invecchiamento cellulare ma ad una poco efficace gestione dello stress cioè un’elaborazione informazionale che implica fattori cognitivi-emotivi-motivazionali (analizzati dai test psicologici sullo stress).
Vi è un’enorme differenza tra l’evento di per se, la sua elaborazione psicologica e gli esiti psicofisiologici conseguenti questa elaborazione infatti due persone possono reagire allo “stesso” evento traumatico in modalità (e con esiti psicofisiologici, epigenetici e cellulari) molto diversi.
Per questo motivo alla rivoluzione dei paradigmi nel settore della Psicologia scientifica e della Medicina imposto dagli studi della gestione dello stress e i telomeri è necessario anche adottare un moderno quanto complesso concetto di stress che negli esseri umani lo identifica come modalità promossa dal sistema HPA e dal sistema nervoso autonomo per fornire energia metabolica finalizzata a risolvere disequilibri causati da condizioni potenzialmente pericolose per l’organismo nel breve o medio termine o per raggiungere nuovi equilibri, o obiettivi, perseguiti consapevolmente o meno dall’organismo stesso.
Come risulta evidente nella specie umana la componente legata all’elaborazione, e quindi al significato, dello stress vissuto è pressoché imprescindibile.
Ecco perché una definizione univoca e specifica dello stress è un prerequisito per l’avanzamento anche di un settore così di frontiera come la psicologia epigenetica.