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ADHD e discipline sportive: quale relazione?

zitelliDott.ssa Graziella Palmina Zitelli, Psicologo, Psicoterapeuta, Mediatore Sportivo

La società in cui viviamo è caratterizzata da una sempre maggiore accortezza nei confronti dei nostri figli, nonché una più esaustiva soddisfazione dei loro bisogni.

Tali attenzioni determinano – in ambito neuropsichiatrico, psicologico e pediatrico – una particolare ricerca e definizione di disturbi comportamentali, con opposte posizioni scientifiche in merito alle eventuali cure.

Senza entrare nel merito della complessa eziopatogenesi (naturalmente con approcci multifattoriali!) dei disturbi neuropsicologici dell’essere umano o della ancor più controversa terapia del disturbo stesso (multidisciplinare!), l’articolo che viene presentato vede l’utilizzazione della metodologia e della tecnica del karate, inteso come pratica ludico-motoria/sportiva, mirata a superare e migliorare una serie di problematiche dell’età evolutiva e adolescenziale, prevalentemente di tipo socio-cognitivo quali ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder: disturbo da deficit di attenzione e iperattività), fobia sociale (e/o scolastica) e disturbi dello spettro ansioso-depressivi, aggressività e comportamenti di antisocialità.

In particolare questo approccio mira a osservare bambini particolarmente irrequieti e vivaci “che ne combinano di tutti i colori, che corrono, danno fastidio ai compagni, si alzano continuamente dal loro posto, non riescono a svolgere i compiti assegnati” (così come riferiscono anche gli insegnanti).

Si interviene anche sul loro profitto scolastico che spesso, proprio per l’incapacità di concentrazione, è scarso e di ostacolo alla relazione tra il bambino problematico e i suoi coetanei e gli adulti.

Nessuna responsabilità è ascrivibile ai bambini perché, probabilmente, sono affetti da un disturbo organico – neuropsicologico, né tanto meno hanno colpa i genitori che spesso vengono additati come incapaci a svolgere bene il loro ruolo.

La patologia che ha trovato maggiore spazio di sperimentazione è l’ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder: disturbo da deficit di attenzione e iperattività). È uno dei più frequenti disturbi neuropsicologici dell’età evolutiva, che esordisce in età pediatrica, caratterizzato da un marcato livello di disattenzione e da una serie di comportamenti secondari che denotano iperattività e impulsività.

I bambini affetti da Adhd, pertanto, non riescono a controllare le loro risposte all’ambiente: sono disattenti, iperattivi e impulsivi. Tale comportamento compromette la loro vita sociale e scolastica.

L’Adhd colpisce il 4% circa della popolazione pediatrica ed è uno dei principali problemi medico-sociali dell’infanzia:

  • Una delle più frequenti diagnosi psichiatriche infantili extra-ospedaliere
  • Uno dei maggiori problemi di salute in termini sanitari
  • Il più comune problema comportamentale infantile.

L’Adhd non è un disturbo marginale che si risolve con l’età, poiché persiste in circa due terzi dei casi fino all’adolescenza e in circa un terzo fino all’età adulta. Questa patologia si associa, infatti, a disturbi dell’adattamento sociale, a un basso livello di scolarizzazione e occupazione, fino ad essere considerato uno dei più importanti segnali, in età infantile, di cattivo adattamento psicosociale nell’età adulta.

L’adhd è troppo spesso misconosciuta, difficilmente diagnosticata, spesso minimizzata o banalizzata e quindi non adeguatamente supportata da interventi terapeutici. In realtà, l’Adhd è un disturbo che impedisce a chi ne è affetto di selezionare gli stimoli, di pianificare le azioni e controllare gli impulsi (il karate avrà il compito di attenuare questi disturbi).

Il progetto propone un percorso educativo e terapeutico mediante la pratica sportiva con l’obiettivo di migliorare significativamente la capacità di attenzione, ridurre i comportamenti impulsivi, l’iperattività e stimolare l’autocontrollo.

Perché il karate?

La divulgazione delle arti marziali è spesso ostacolata dal timore che possano indurre comportamenti aggressivi e pericolosi, quindi non idonei per i bambini, specie per quelli un po’ “vivaci”. Al contrario, Maestri e praticanti di tali discipline mostrano di aver saputo ricercare costantemente se stessi fino a creare un perfetto equilibrio psico-fisico.

Attraverso lo sport di combattimento, in generale, il bambino si integra meglio con l’ambiente circostante, migliorando anche il rendimento scolastico, i rapporti sociali e quelli con la natura, nonché la comunicatività coi genitori; stimolando di conseguenza anche l’appetito e la gestione dell’aggressività.

Infatti il karate, a differenza della maggior parte degli sport di combattimento, ha per regolamento la regola di non affondare il colpo sul corpo dell’avversario, cioè di non colpire il proprio, simulando con quanta più forza la tecnica di combattimento.

Si comprende bene la grande difficoltà tecnica che l’atleta trova in questo sport, nel quale – per l’appunto – non può affatto toccare il proprio avversario. È proprio in questo che si colloca il nesso.

Il bambino che sarà introdotto alla pratica del karate è portato prima di tutto al rispetto dell’avversario, alla coscienza della propria potenza e velocità, alla coerenza con i principi della disciplina.

Il piccolo atleta-paziente dovrà imparare a proporzionare e misurare i colpi così bene da sfiorare l’obiettivo senza colpirlo (stimolando il cosiddetto “schema corporeo dinamico” e l’autocontrollo), a osservare e studiare i movimenti del suo avversario.

Nelle arti marziali l’armonia del proprio corpo è basilare per la massima efficacia: il karate, infatti, si fonda sulla leggerezza dei movimenti affinché il piccolo atleta, guidato dalla concentrazione, acquisti piena conoscenza spaziale e potenziale della propria anatomia.

Con questa conquista l’allievo da grande sarà capace di autoregolarsi, acquisendo una sempre maggiore sicurezza di sé.

Infine, anche la timidezza e la riservatezza vengono meno in quanto, grazie alle tecniche di concentrazione, sarà possibile scaricare le tensioni accumulate.

La funzione educativa e terapeutica dello sport è ampiamente sottolineata nel karate che, oltre a essere una disciplina sportiva affascinante, racchiude in sé una serie di elementi che sono fondamentali per lo sviluppo armonico delle competenze socio-cognitive, quali l’equilibrio posturale e mentale, la capacità di inibire e modificare i comportamenti, il miglioramento delle capacità attentive, la tolleranza e il rispetto degli altri, sia in termini personali ma anche spaziali.

L’ambiente è semplice e relativamente privo di distrazione. L’abbigliamento è uguale per tutti, fatta eccezione per il colore della cintura che rappresenta la diversa competenza o il grado di preparazione; ciò mette in evidenza che il confronto è sulla base dei valori di rispetto, competenza, capacità e impegno, e non su simboli di dubbio valore (quali marche costose o alla moda).

Quindi il karate facilita lo sviluppo di competenze che tipicamente sono oggetto di interventi e terapie.

Questa disciplina non vuole sostituirsi agli interventi tradizionali di tipo medico o psicopedagogico ma affiancarle, in quanto possiede un’arma in più: la motivazione.

Anche se ci proponiamo per alcune categorie di piccoli soggetti, per gli obiettivi di cui sopra, il progetto ha abbracciato, e continua a farlo, bambini anche con sospetto di diagnosi adhd.

Dunque offrire un metodo e un modello di disciplina ai giovani praticanti diviene una forma mentis che facilita l’indirizzo del proprio pensiero e delle proprie azioni.

L’obiettivo è stato quello di utilizzare la disciplina del karate come strumento per canalizzare l’aggressività e l’impulsività, nonché il comportamento iperattivo nei bambini. Il tutto è monitorato da psicologi che, oltre a seguire questi soggetti, attivano parent traning con i genitori.

Naturalmente sono stati somministrati dei test in entrata e in uscita (circa 8 mesi di frequenza). Questionari relativi a adhd rappresentano una misura quantitativa – psicometrica da cui ricavare lo scostamento del comportamento del bambino rispetto alla media della popolazione.

Inoltre, alcuni questionari sono suddivisi per sub-scale che consentono di ottenere un profilo dei comportamenti disturbanti, oltre che lo scostamento generale dalla norma.

In Italia è diffusa la scala SDAI, per gli insegnanti, con le parallele versioni per i genitori (SDAG) e per il bambino (SDAB) [Cornoldi et al., 1996, Marzocchi & Cornoldi, 2000], basata sui sintomi del DSM e dell’ICD-10.

In entrata è stata somministrata la Scala di Wechsler per bambini e la Torre di Londra. La WISC-III consente di ottenere un profilo cognitivo generale, sia delle abilità verbali che di quelle di performance. Ovviamente all’interno della scala WISC-III è possibile estrarre la cosiddetta triade dell’attenzione che comprende i sub-test Aritmetica, Cifrario e Memoria di Cifre. Una prestazione deficitaria in questi sub-test, che risulti eterogenea rispetto al profilo generale, fa ipotizzare la presenza di problematiche attentive. Certamente una prestazione scadente in tre singole prove non è sufficiente per sospettare un ADHD, però è un segnale d’allarme per indagare altri aspetti attentivi oppure legati all’ansia [Kaufman, 1975]. Per quanto concerne la Torre di Londra (TOL) è un test per valutare le abilità di pianificazione dei pazienti adulti con lesioni ai lobi frontali [Shallice, 1982], nonché per misurare le “funzioni esecutive”: abilità di problem solving, di pianificazione, di controllo degli impulsi.

Esiste una versione standardizzata per bambini dai 6 anni in poi [Krikorian et al., 1994] in cui vengono presentati 12 item di complessità crescente.

I dati evinti confermano che esiste una correlazione tra l’attività della disciplina sportiva in questione e i bambini affetti da adhd (o con sospetto di potenziale diagnosi).

BIBLIOGRAFIA

Cornoldi C., Gardinale M., e altri, Impulsività e autocontrollo, Erikson (1996)

Di Nuovo S., Smini P., La valutazione dei processi attentivi in età evolutiva, Archivio di

Psicologia Neurologia e Psichiatria, LV 1-2 pp. 74-95 (1994)

Vio C., Marzocchi G.M., Offredi F., Il bambino con deficit di attenzione/iperattività. Diagnosi psicologica e formazione dei genitori, Erikson (1999)