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Agenas, migliora qualità cure ma resta divario regioni

Programma esiti 2016, ulteriori sforzi per raggiungere standard

Un costante miglioramento della qualità delle cure, più evidente in alcune aree del Paese e meno percepibile nel Sud Italia dove, comunque, si registrano piccoli ma importanti passi in avanti per alcuni indicatori e aree cliniche. Sono i primi risultati dell’edizione 2016 del Programma Nazionale Esiti (Pne) dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas). Anche quest’anno il Pne, spiega l’Agenas, rivela “una grande variabilità nell’efficacia e nell’appropriatezza delle cure tra Regioni e tra aree geografiche ed ospedali della stessa Regione, fotografando un sistema sanitario che, comunque, necessita di ulteriori sforzi per avvicinarsi sempre più agli standard di riferimento nazionali ed internazionali”. Agenas sottolinea inoltre come la “grande novità del Pne 2016 risiede nella valutazione sintetica di sette aree cliniche per ogni singola azienda ospedaliera, il ‘Treemap’, che rende il Piano ancor più uno strumento di supporto ai professionisti sanitari”.

Si tratta di “uno strumento di supporto anche per la governance regionale e delle aziende sanitarie, che potranno individuare e monitorare le strutture ospedaliere da sottoporre a piani di efficientamento e riqualificazione, per la presenza di almeno un’area clinica con una valutazione molto bassa”. “Trasparenza e diffusione capillare dei dati e potenziamento della partecipazione delle Regioni al sistema di valutazione – afferma il presidente Agenas Luca Coletto – sono le leve strategiche su cui l’Agenzia ha scelto di investire per intervenire sulle criticità e disuguaglianze prima che arrivino a pregiudicare la qualità, la sicurezza, l’universalità, nonché l’equità nell’accesso alle cure”. “Fiore all’occhiello di questa edizione è la possibilità per tutti di poter accedere al Programma e di consultare dati, scientificamente validati, ma allo stesso tempo semplici, chiari e immediatamente comprensibili a tutti”, conclude il direttore generale Agenas Francesco Bevere.



Nel 2015 12mila cesarei ‘risparmiati’ 

In Italia continuano a calare i parti cesarei che, come noto, rispetto a quelli naturali comportano maggiori rischi per la donna e per il bambino. Negli ultimi 5 anni sono circa 45.000 le donne alle quali è stato risparmiato un taglio cesareo primario, di cui 12.000 nel 2015, anno in cui la percentuale vede i cesarei attestarsi al 25% del totale dei parti. E’ uno dei dati che emerge dal Programma Nazionale Esiti 2016, appena pubblicato sul sito dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas). In tema di nascite, il medesimo regolamento del Ministero della Salute fissa al 25% la quota massima di cesarei primari per le maternità con più di 1000 parti annui e 15% per le maternità con meno di 1000 parti annui. È noto, infatti, come il ricorso al parto cesareo dovrebbe esser richiesto solo in caso di indicazioni cliniche specifiche, ma per anni se ne è abusato. I dati di questo anno ci indicano che la proporzione di parti cesarei primari continua a scendere progressivamente dal 29% del 2010 al 25% del 2015. Rimangono ancora significative le differenze tra le regioni del nord Italia e le regioni del sud, con valori medi rispettivamente inferiori e superiori al 20% e che, nel caso della Campania sono stabili al 50%. Fa eccezione la Liguria, con risultati analoghi a quelli delle regioni del Sud.

 


Diminuiti i ricoveri e i giorni degenza in ospedale nel 2015

“Progressi incoraggianti nella qualità delle cure”, con “interventi mirati, che incidono sull’organizzazione dell’offerta sanitaria”, migliorando la salute degli italiani e diminuendo i costi per le giornate di ricovero. Come dimostra il fatto che la mortalità a 30 giorni dal ricovero per infarto è in diminuzione continua, dal 10,4% del 2010 al 9% del 2015. E’ quanto emerge dai dati dell’edizione 2016 del Programma Nazionale Esiti, elaborati dall’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas). Altro indicatore utilizzato per valutare la qualità delle cure offerte agli italiani è l’intervento chirurgico tempestivo entro due giorni per la frattura del collo del femore ai soggetti fragili sopra i 65 anni. Negli ultimi 5 anni sono circa 80.000 i pazienti che hanno beneficiato di un intervento tempestivo, di cui 28.000 nell’ultimo anno. In questo modo, sono state più di 670.000 le giornate di degenza risparmiate, di cui 200.000 nel 2015. La proporzione di interventi entro i due giorni che nel 2010 si attestava al 31%, nel 2015 è passata al 55%, crescendo del 5% anche rispetto al 2014. Per questo indicatore il regolamento del Ministero della Salute sugli standard quantitativi e qualitativi dell’assistenza ospedaliera ha fissato, come valore di riferimento, lo standard minimo al 60%. Si osserva però una notevole variabilità, con valori per struttura ospedaliera che vanno da un minimo dell’1% ad un massimo del 97%. In ogni regione è presente almeno una struttura che rispetta lo standard, fatta eccezione per Campania, Molise e Calabria.

Per quanto riguarda i ricoveri, grazie a questi indicatori, si rileva che nel 2015 il numero di alcune tipologie a rischio di inappropriatezza risulta diminuito. Ad esempio il tasso di ospedalizzazione per broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) si è ridotto progressivamente dal 2.5 per mille nel 2010 al 2.1 per mille nel 2015. Si stima che nel 2015 siano circa 16.000 i pazienti a cui è stata risparmiata una ospedalizzazione potenzialmente evitabile. E ancora, nel 2015 il tasso di ospedalizzazione per tonsillectomia è diminuito passando dal 2.8 per mille del 2010 al 2.3 per mille. Ciò significa che sono stati evitati circa 5.300 interventi ad alto rischio di inappropriatezza con un’elevata variabilità intra e interregionale.