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Allergie alimentari legate a cellule immunitarie iperattive

Studio australiano su cordoni ombelicali 1000 neonati

 I bebè nati con cellule immunitarie iperattive sono a maggior rischio di contrarre allergie alimentari entro un anno di età. Uno studio australiano dei cordoni ombelicali di 1000 neonati ha scoperto un legame fra un modello di attivazione immunitaria alla nascita e il successivo sviluppo di alcune delle allergie più comuni a cibi come arachidi, latte, uova e frumento.

La scoperta potrà condurre a nuovi trattamenti mirati per bambini con allergie alimentari, scrive l’autrice della ricerca, l’immunologa Len Harrison, del Walter and Eliza Hall Institute di Sydney, sulla rivista Science Translational Medicine. I campioni di sangue dei cordoni ombelicali, prelevati fra il 2010 e il 2013, hanno rivelato una ‘firma immunitaria’ caratterizzata da un numero accresciuto di cellule immunitarie dette monociti, che erano più ‘attivate’ in neonati che in seguito avrebbero contratto un’allergia alimentare. La prima opportunità di prelevare un campione di sangue dai neonati è dal cordone ombelicale.

I monociti sono considerati la ‘fanteria’ del sistema immunitario perché rispondono rapidamente a infezioni e ad altri stress sul sistema immunitario. La nuova ricerca indica che la loro attivazione prima o durante la nascita induce le cellule immunitarie specializzate dette cellule-T a generare una risposta immunitaria. Le cellule-T sono da tempo associate con allergie, ma come vengano attivate era rimasto un mistero.

“Riteniamo che questo mutamento immunitario predisponga il bebè all’allergia”, scrive Harrison. E cibi come latte e uova sono tra i primi alimenti solidi ingeriti nella vita. La studiosa tuttavia sottolinea che un bebè con tale firma immunitaria non necessariamente svilupperà allergie, anche se vi sarà predisposto. “Vi sono neonati con tale firma che non contraggono allergie alimentari, il che suggerisce che vi siano altri fattori che intervengono nel primo anno di vita, come il tempo in cui il bebè è esposto a cibi solidi, l’uso di antibiotici, infezioni e se la nascita è stata vaginale o cesarea. Tra i possibili fattori anche la dieta della madre, in particolare la quantità di cibi trasformati o di additivi”, aggiunge. “Siamo anche interessati a verificare se intervenga una suscettibilità genetica ereditaria, ma riteniamo vi sia una combinazione di fattori”