Gli angeli della morte

Dott. Antonio Leggiero,
Criminologo investigativo e forense,

Docente di Criminologia e Direttore scientifico,

Istituti “UNID PROFESSIONAL” e “CENAF”

Roma e Milano

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Una delle realtà più inquietanti di interesse criminologico che attiene all’universo sanitario è quella dei cosiddetti “angeli della morte”.
Talvolta, i mass media e le cronache giudiziarie ci parlano di questi soggetti e del loro sinistro operato nell’ambito di strutture sanitarie o parasanitarie, evocando giustificate paure sull’onda emozionale, anche se le statistiche, sono rassicuranti, in quanto gli episodi sono effettivamente pochi per frequenza di accadimento.
Il loro verificarsi, però, risulta eclatante e incomprensibili, tanto da scuotere la coscienza comune e civile suscitando un senso di terrore, insicurezza, verso le strutture paradossalmente preposte alla cura e alla salute.
Chi sono gli “angeli della morte”? Cosa fanno? Perché lo fanno? Dove e come agiscono?
In realtà, dietro questa espressione (anche un po’ metafisica e ultraterrena) si cela una delle peggiori categorie di serial killers, particolarmente feroci ed efferati, oltreché di enorme prolificità in termini di vittime, stante il particolarissimo ambiente in cui operano e l’estrema capacità di mimetizzazione degli stessi.
Si tratta di individui di entrambi i sessi, di solito di mezza età, che lavorano nell’ambito ospedaliero, paraospedaliero, assistenziale in senso lato. Sono prevalentemente infermieri, assistenti sanitari o medici, che uccidono, con caratteristiche seriali, i soggetti affidati alle loro cure.
Talvolta, questo turpe fenomeno può verificarsi anche in strutture per lungodegenti e case di riposo per anziani.
In linea generale, quando si parla di “angeli della morte”, ci si riferisce all’omicidio seriale che viene commesso in un contesto relazionale di cura e/o assistenza fra due soggetti, il primo definito “soggetto accudente” (medico, infermiere, badante) ed un “soggetto accudito” (paziente, persona invalida, minore o anziano non autosufficiente).
La motivazione ufficiale per cui agiscono è di tipo compassionevole (definita in criminologia mercy killing), legata ad una loro presunta intolleranza nel rapportarsi con la sofferenza umana intensa e di lunga durata.
L’origine reale e recondita, invece, dal punto di vista della loro psicocriminodinamica, è legata ad una sensazione delirante di onnipotenza che pervade determinati soggetti disturbati e predisposti, scatenando il desiderio perverso e malvagio di disporre della vita e della morte degli altri esseri umani.
Molte volte questi soggetti possono iniziare ad uccidere anche casualmente, per errore, a causa di turni particolarmente stressanti e defatiganti, per quella che viene definita la “sindrome del burn-out”.
A questo punto – si ripete- in soggetti affetti da disturbi psicopatologici e predisposti a livello di struttura personologica, può succedere che la morte accidentale scateni in loro – o, per meglio dire, slatentizzi – un desiderio di ripetere il gesto (questa volta consapevolmente) per provare quella particolare perversa ebbrezza e quella insana scarica di adrenalina che li fa sentire padroni della vita e della morte degli altri.
Dal momento in cui il soggetto ripete il criminale gesto e si accorge di provarne piacere, di riceverne una gratificazione intensa, inizia la ricerca della ripetizione dell’atto al fine di rivivere il momento di malvagia gratificazione.
Il tutto secondo i medesimi specifici meccanismi psicocriminologici di ogni serial killer.
I loro meccanismi di elaborazione mentale, le loro progettazioni criminali, i loro propositi omicidiari seguono in tutto e per tutto le fasi di ogni altro omicida seriale.
Per un certo lasso di tempo, l’“angelo della morte” vive ancora percependo il senso di potere e di dominio per essere stato in grado di decidere della vita e della morte di un altro essere umano. Si sente gratificato, esaltato, onnipotente.
Poi, lentamente, questa perversa, macabra e psicopatologica sensazione delirante si affievolisce (quasi come l’effetto di una sostanza stupefacente) ed il soggetto avverte nuovamente il desiderio di ripetere l’atto di uccidere, riproducendo pedissequamente il loro agghiacciante e sconcertante iter criminale: “l’effetto benefico” che ricevono dalle loro raccapriccianti azioni si riduce sempre di più in intensità e durata, ragion per cui avvertono prepotente lo stimolo malato e criminogeno di uccidere con maggiore frequenza.
E così avviene che il periodo di intervallo fra i vari omicidi (tecnicamente cooling off period periodo di raffreddamento emotivo) si riduce sempre di più.
Com’è noto, gli assassini seriali non si fermano mai, ma solo fermati da cause naturali come la morte o cause umane come la cattura.
Le caratteristiche criminologiche principali di questi serial killers sono le seguenti:
Invisibilità: possono uccidere in un contesto dove la morte fa parte della quotidianità e non desta eccessivo scalpore o allarme, come nei reparti con degenti malati terminali o soggetti anziani.
Agiscono spesso con tecniche di attività sanitaria apparentemente normale come l’iniezione di sostanze mediante fleboclisi o sospensione di una somministrazione. Queste attività in prima facie, sembrano (e per certi versi lo sono) le più abituali ed ordinarie in un contesto sanitario, motivo per il quale i soggetti criminali possono agire anche in presenza di altre persone. Il più delle volte, però, l’azione viene posta in essere di notte o durante i cambi di turno.
Prestigio del ruolo: essendo per lo più medici e/o infermieri, si fa riferimento all’importanza del ruolo professionale svolto dai criminali, fattore questo che li colloca in un limbo di insospettabilità, premessa per una lunga scia omicidiaria.
Omertà di cui godono: in un ambiente di lavoro come quello sanitario (soprattutto se privato) di fronte a dei sospetti, si sceglie – per il prestigio del nosocomio e/o della struttura assistenziale – di non denunciare e a volte si opta per la soluzione più blanda e comoda di licenziare il sospetto.
In questo modo si produce soltanto una sorta di “delocalizzazione” del soggetto, che trasferito in un’altra struttura, riprenderà ad uccidere con le medesime modalità.

Alla luce di quanto esposto, emerge in tutta la sua evidenza, come gli omicidi degli “angeli della morte” siano fra i crimini peggiori che un essere umano possa perpetrare nei confronti di un suo simile, perché la vittima viene colpita nel momento di maggiore vulnerabilità psicofisica ed esistenziale e da un soggetto nel quale aveva riposto la massima fiducia e la totale dipendenza.

E’ quanto mai opportuno ricordare, che nella personalità degli “angeli della morte” esiste una sconcertante scissione di personalità con la compresenza – sia in modalità sincroniche che diacroniche- di un Sé curativo e di un Sé distruttivo.
In altri termini, questi soggetti (medici o infermieri o badanti che siano) nonostante portino avanti, con criminale solerzia e perfida meticolosità, il loro excursus criminale di assassini seriali, ciononostante continuano a curare normalmente (in alcuni casi anche pregevolmente) gli altri soggetti affidati alle loro cure.
Le stesse modalità con le quali dispensano la morte sono frutto di una loro ambivalenza personologica.
Infatti, i medesimi farmaci che usano più volte al giorno, in maniera oculata ed appropriata, per la somministrazione di terapie a decine di degenti, vengono poi utilizzati in modo criminale nei confronti del soggetto prescelto come bersaglio della loro missione di morte.
Del resto, questi temibili assassini contano anche sul fatto che difficilmente, a lume di logica, sovviene l’idea a qualcuno (congiunti o colleghi sanitari) di sottoporre ad esame autoptico un soggetto deceduto, il quale già da diversi mesi versava in una condizione patologica terminale o da altra gravissima patologia cronica.
Oggetto di attenzione da parte degli “angeli della morte”, sono gli anziani disabili non più lucidi con compromissione quasi totale delle capacità fisiche e cognitive, e preferibilmente privi di congiunti o di amici che seguano le loro vicende umane ed esistenziali.
La morte di questi soggetti, da un punto di vista medico-legale non desta affatto il sospetto legittimante la richiesta un’autopsia, la quale, in ogni caso, anche se effettuata, ben difficilmente potrebbe provare il dolo, ma tutt’al più la colpa.
Le statistiche e le stime (sempre approssimative, stante l’elevato dark number = numero oscuro vale a dire la percentuale di crimini sconosciuta) oscillano paurosamente da un minimo di dieci ad un massimo di cento vittime per singolo soggetto omicida!
Il vero punctum dolens della questione, il cuore del problema è capire perché questi soggetti uccidono
Ci si chiede come mai individui che hanno fatto della loro vita una scelta professionale, se non addirittura una missione, che è quella di salvare e/o aiutare altri esseri umani, alla fine stravolgono il loro ordito esistenziale, decidendo di uccidere coloro che sono affidati alle loro cure.
In linea generale, pur considerando la profonda diversità tipologica da un soggetto omicida ad un altro e la differenza profonda fra contesto e contesto, si riscontra come denominatore comune sempre una problematica psicopatologica di fondo che in alcuni casi è stata la spinta che li ha indotti sin da giovani a scegliere quel determinato percorso professionale.
Se catturati, i serial killers giustificano le loro azioni con motivazioni pseudo-compassionevoli ammantandosi di una coltre umanitaria.
Tuttavia, così come (fortunatamente) il genus dei serial killers rappresenta una anomalia umana ristrettissima, questa species degli “angeli della morte” come tassonomia criminologica rappresenta una categoria ancora più esigua.
Le statistiche dimostrano che su 4 soggetti omicidi di questa tipologia, solo 1 è un medico, mentre gli altri sono infermieri o ausiliari a vario titolo.
Al tempo stesso, però, va anche considerato che quando ad agire è un medico la possibilità che il dark number aumenti è ancora più elevata, inficiando l’attendibilità delle statistiche ufficiali.
Pertanto, il fatto che si riscontrino meno casi di medici assassini fra gli “angeli della morte” è un dato criminologico da esaminare cum grano salis.
E’ evidente che le conoscenze mediche di tipo specialistico e la padronanza tecnica dell’uso dei medicinali di questi soggetti è molto più elevata di un infermiere o ausiliario. Le differenze fra “angeli della morte” medici ed “angeli della morte” infermieri non è però legata soltanto a più letali e silenziose modalità criminalistiche, ma anche alla psicocriminodinamica.
Va evidenziato, al riguardo, che già normalmente in questi assassini seriali c’è sempre un delirio di onnipotenza, che diventa ancora più marcata e pervasiva nell’”angelo della morte medico”.
In quelle circostanze morbose-esistenziali egli si eleva fino a percepire quello che si definisce “il complesso di Dio”, vale a dire l’onnipotenza assoluta, senza più alcuna considerazione e rispetto per altri esseri umani che diventano per lui solo strumenti per appagare e soddisfare la sua forma estrema di narcisismo maligno.
Eccezionalmente, si può però anche riscontrare una forma ancora più estrema e parossistica che è rappresentata dal fenomeno del double killer cioè “due angeli della morte” che agiscono insieme o quanto meno con complicità criminale in correità.
In queste ipotesi estreme la pericolosità e la letalità della coppia criminale (normalmente uomo-donna), com’è intuitivo è ancora più devastante con un numero di vittime esponenzialmente più alto.
Analizzando la psicologia dei due soggetti che costituiscono la coppia criminale quasi sempre c’è un uomo che riveste il ruolo di soggetto dominante ed esercita una forza di volontà plagiante, annullante ed annichilente dell’altro soggetto che è donna, la quale vive in totale stato di sottomissione dell’individuo di sesso maschile, assecondandolo (talvolta anche stimolandolo e rafforzandolo nei suoi propositi deliranti) in tutte le azioni criminali.