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I tre falsi miti del circuito dopaminergico e il suo vero ruolo

Dott. Massimo Agnoletti
Dott. Massimo Agnoletti –  Psicologo, Dottore di ricerca, Esperto di Stress,
Psicologia Positiva e Epigenetica, Formatore/consulente aziendale, Presidente PLP-Psicologi Liberi Professionisti-Veneto, Direttore del Centro di Benessere Psicologico
Favaro Veneto (VE)

Solo recentemente si è cominciato a comprendere, con una sufficiente precisione, l’effettivo ruolo del sistema dopaminergico della ricompensa.

 

ABSTRACT

Neural reward system has long been misunderstood even at the academic level because oftenithas been confused with the sensation of pleasure, commonly associated with its neural activation, which we perceive when we live hedonistic experiences. Recent research shows instead the true role of this complex neural architecture as a system of predictive learning aimed at achieving meaningful goals we pursue (even non-hedonistic ones).This writing summarizes in three myths main mistakes concerning the obsolete concept of dopaminergic circuits.

 

Il sistema neurale della ricompensa è stato a lungo frainteso anche a livello accademico perché spesso confuso con la sensazione di piacere, comunemente associata all’attivazione dello stesso, che percepiamo quando viviamo esperienze edonistiche. Recenti ricerche dimostrano invece il vero ruolo di questa complessa architetturaneurale quale sistema di apprendimento previsionale finalizzato al raggiungimento degli obiettivi significativi che perseguiamo (anche quelli non edonistici). Questo scritto sintetizza in tre miti, gli errori principali relativi il concetto obsoleto dei circuiti dopaminergici.

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La dopamina è una molecola complessa che ha un ruolo fondamentale per la motivazione umana e per comprendere la natura di molti comportamenti che compiamo.

Si è rivelata centrale per il funzionamento di processi complessi come l’attenzione, l’arousal, le dipendenze e naturalmente il meccanismo di gratificazione (Björklund&Dunnett, 2007; Björklund&Lindvall, 1984; Klanker et al., 2013; Floresco&Magyar, 2006).

Nel cervello umano, il circuito neurale della dopamina legato al meccanismo della gratificazione, così importante per comprendere il nostro sistema motivazionale e di scelta comportamentale, è una struttura d’apprendimento finalizzata all’ottenimentodegli scopi significativi perseguiti (Agnoletti, 2019).

Il suo funzionamento varia in base alle esperienze percepite dal sistema nervoso centrale (intese anche come esposizione a molecole endogene che ne influenzano il comportamento) attraverso dinamiche epigenetiche neuroplastiche che quindi condizionano la forma e la modalità di funzionamento dei neuroni che la costituiscono (Agnoletti, 2019; Klankeret al., 2013; Kobayashi&Hsu, 2019;Treadway, Cooper& Miller, 2019).

Le reti neurali coinvolte nel circuito della ricompensa, realizzano l’apprendimento associativo tra aspettativa e il raggiungimento dello scopo perseguito (non necessariamente relativamente ad esperienze legate al piacere edonistico), modificando epigeneticamente i neuroni che includono nella propria struttura i recettori della dopamina.

Dal punto di vista esperienziale/fenomenologico, l’attivazione del circuito dopaminergico dedicato alla gratificazione, è più associata alla sensazione di controllo (derivante dalla corrispondenza tra l’aspettativa e lo scopo raggiunto) che a quella del puro piacere vissuto nel “qui ed ora”, del momento in cui si è raggiunto lo scopo stesso.

In molti contesti ecologici, questi due fattori sono spesso abbinati dal punto di vista esperienziale, ma occorre comprendere che si tratta di un fatto contingente causalmente sostenuto da processi distinti.

Recenti esperimenti scientifici ci dimostrano, infatti, che è possibile esser disposti a rinunciare a un premio edonistico (che attiverebbe dal punto di vista neuroanatomico il circuito neurale detto “like”) pur di ottenere in anticipo informazioni relative il premio stesso (Bromberg-Martin &Hikosaka, 2009), o per conoscere informazioni relative a ipotetici scenari futuri (Niv& Chan, 2011), o per il gusto di soddisfare la curiosità nell’aver ottenuto informazioni anche di apparente scarsa utilità (Kobayashi&Hsu, 2019).

Le implicazioni di questo circuito neurale, per quanto riguarda il suo significato biologico evoluzionistico (sopravvivenza e/o riproduzione), sono complesse ed in parte intuitive.

L’attivazione dei circuiti dopaminergici non contraddistingue, quindi, esclusivamente i comportamenti edonistici legati a qualche forma di dipendenza (si pensi, a titolo d’esempio al consumo di alcool o sostanze psicoattive o di abuso nel consumo di comfort food, etc.) ma anche quelli che promuovono le abitudini positive per la nostra salute (la pratica di un’attività motoria corretta, una sana nutrizione, le esperienze di Flow, etc.).

Il fattore chiave di tutte queste diverse attività è la motivazione nel voler replicare nel tempo certi comportamenti, non il giudizio sociale/morale o l’impatto sulla salute attribuito a essi.

Per vari decenni si è pensato erroneamente che l’attivazione dei circuiti neurali dopaminergici del sistema nervoso centrale umano, fosse la causa della sensazione di piacere caratteristica delle esperienze edonistiche.

Ciò ha diffuso, sia a livello accademico sia di comunicazioni meno tecniche, frasi quali:

-“la scarica di dopamina che crea il piacere”,

-“perché controlliamo compulsivamente e patologicamente i nostri post per vedere se ci sono notifiche nuove?

-“perché abbiamo sviluppato tutti una dipendenza da smartphone? La spiegazione è la dopamina”,

-“la dopamina è l’ormone del piacere”;

tutte espressioni, queste,  che riflettono l’idea sbagliata della funzione esclusivamente edonistica e negativa di questo complesso sistema neurale.

La distorta concezione del ruolo del circuito della ricompensa, ha prodotto nel tempo molteplici fraintendimenti sintetizzati in tre fondamentali “miti” legati al suo funzionamento.

Il primo mito è la falsa narrazione che ho chiamato “mito del ruolo edonistico del sistema dopaminergico”.

Per anni, soprattutto per l’insufficiente risoluzione spaziale e temporale della tecnologia utilizzata negli studi scientifici, non si è colta la distinzione tra circuiti neurali del piacere (circuiti “like”) e quelli relativi la motivazione per perseguire una ricompensa (circuiti “want”) generando molta confusione sia all’interno dell’ambito accademico che, soprattutto, al fuori di esso.

In estrema sintesi, il circuito dopaminergico ha la funzione fondamentale di identificare correttamente le informazioni salienti e affidabili per replicare il raggiungimento di uno scopo. Questo scopo può implicare, o no, anche la sensazione piacere ma, come già menzionato, non è di per se stesso causa dell’eventuale emozione edonistica.

I meccanismi neurali che realizzano i comportamenti di motivazione nel ricercare attivamente una ricompensa e quelli relativi il piacere conseguente il raggiungimento della medesima ricompensa sono differenti (Berridge, 2004; Berridge, 2007; Berridge&Aldridge, 2008; Robinson et al. 2016).

Quando, ad esempio, facciamo l’amore, stiamo leggendo il libro che abbiamo tanto atteso, stiamo appagando la nostra curiosità cercando qualcosa sul web o pratichiamo la nostra attività preferita di Flow, nel nostro cervello avviene un rilascio di dopamina nel tratto mesolimbico del circuito dopaminergico che fa attivare una porzionecelebrale detta area ventrale tegmentale (VTA), il nucleo accumbensed altre parti del circuito dopaminergico tra le quali lo striato dorsale, l’amigdala e la corteccia frontale (PFC).

La porzione mesolimbica del circuito dopaminergico attribuisce maggiore priorità alla gratificazione immediata mentre il sistema esecutivo facente parte della corteccia prefrontale è responsabile dei comportamenti complessi quali il problem-solving, la valutazione dei possibili rischi e opportunità, le scelte e le decisioni che conduciamo.

La funzione di questi due sottosistemi che interagiscono insieme e che compongono, congiuntamente ad altri, il sistema neurale del circuito della ricompensa ha lo scopo di guidare e condurre dal punto di vista motivazionale ad uno scopo ma non hanno a che fare con l’aspetto esperienziale legato all’ottenimento dell’esperienza stessa.

Come ha elegantemente sintetizzato il noto esperto di stress Robert Sapolsky della Stanford University: “la dopamina non ha a che fare con il piacere ma con l’anticipazione del piacere, ha a che fare con il perseguimento della felicità piuttosto che con la felicità stessa” (Sapolsky, 2011).

Con una metafora che potrebbe essere utile adottare, il circuito dopaminergico sta all’esperienza stessa ottenuta come il sistema di puntamento e navigazione di un missile sta agli effetti prodotti dal missile sul bersaglio.

L’attivazione dei neuroni dopaminergici è simile al sistema che corregge continuamente la traiettoria al fine di raggiungere il bersaglio prescelto ma non equivale ne è responsabile della detonazione di per sécioè della cascata di fenomeni psicologici e neurali caratteristici dell’esperienza stessa rappresentata dal raggiungimento dello scopo perseguito.

Per di più, come il sistema di navigazione non è un qualcosa di negativo e/o distruttivo di per sé perché può essere utilizzato per fini positivi (per esempio aiutandoci ad arrivare con la nostra

auto alla destinazione desiderata), similmente il sistema dopaminergico è in grado di essere funzionale a promuovere la nostra salute non a caso è stato ipotizzato che un sostenuto grado di attivazione del circuito della ricompensa in risposta ad esperienze positive sia alla base del benessere e della regolazione adattiva dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (Heller et al., 2013), struttura assolutamente centrale per la nostra salute psicofisica.

Pur non essendo responsabile della catena di fenomeni psicologici e neurali che connotano l’esperienza stessa, il sistema dopaminergico viene modificato neuroplasticamente dalla tipologia di esperienza ottenuta (così come di altre tipologie di esperienze) in maniera selettiva cioè dipendente sia qualitativamente che quantitativamente dal contesto esperienziale di riferimento. Chiaramente per il sistema dopaminergico, che si tratti di un’esperienza come assumere una dose di cocaina o leggere il libro tanto desiderato fa una profonda differenza nelle conseguenze neuroplastiche ricevute.

Seguendo la metafora del sistema dopaminergico come sistema di navigazione è un po’ come se il raggiungimento stesso della destinazione fornisse un feedback, delle informazioni, che modificano la modalità di funzionamento del sistema stesso.

A una destinazione insalubre come l’assunzione di una sostanza che promuove una dipendenza patologica il sistema di navigazione viene modificato nel perseguire destinazioni sempre più prossime spazialmente (gratificazioni a breve termine e quindi più legate al momento presente dal punto di vista psicologico) mentre ad una destinazione più positiva e salubre quale, ad esempio una esperienza ottimale (Flow), il sistema di navigazione si modifica permettendo di perseguire mete più lontane (gratificazione sempre più differite).

Il punto da comprendere è che non è il funzionamento del sistema dopaminergico a essere la causa del fenomeno di dipendenza quindi risulta superficiale e riduttivo identificare il suo stato di funzionamento come causa della dipendenza in oggetto.

Il secondo mito è il “mito dell’accezione negativa del sistema dopaminergico”.

Questo mito riguarda che all’attivazione del sistema dopaminergico si associ erroneamente una connotazione monoliticamente negativa o dannosa per la salute o entrambe le cose. Questa credenza ha origine dal fatto che esiste un’ampia letteratura che ha evidenziato come tale sistema neurale sia profondamente modificato nel caso di tossicodipendenze.

Un esempio comunicativo di questo mito è il seguente: “Siccome al comportamento, o all’esperienza X, è associato un picco di attivazione dei neuroni dopaminergici allora si tratta di comportamenti, attività o esperienze di per sé stesse potenzialmente pericolose perché simili, come attivazione neurale, a quelle caratterizzanti le dipendenze come l’abuso di droghe”.

Come vedremo tra poco la fallacia di questo ragionamento non riguarda solo il fatto che dal punto di vista logico è sbagliata (confondendo la possibile dinamica causale del fenomeno e non distinguendo tra i dati causali e correlazionali presenti in letteratura) ma anche perché non riflette le conoscenze finora emerse dalla letteratura scientifica.

La situazione di dipendenza clinicamente intesa (che assolutamentenon equivale al voler compiere frequentemente un comportamento quale ad esempio il controllare le notifiche al cellulare o il voler continuare a giocare all’ennesima partita) risulta dalla dominanza funzionale del sistema mesolimbico rispetto la corteccia prefrontale ma non per l’attivazione “tout court” del sistema dopaminergico nella sua globalità.

Occorre notare che non si tratta del fatto o meno che il sistema dopaminergico si attivi ma della differente modalità di attivazione che è associata o meno ad una eventuale dipendenza patologica.

Come già evidenziato poco sopra nel presente testo, molto probabilmente una frequente attivazione del circuito della ricompensa in risposta ad esperienze positive è alla base del benessere e della regolazione adattiva dell’asse neuro-ormonale ipotalamo-ipofisi-surrene fondamentale per il nostro benessere (Heller et al., 2013).

Questa considerazione è supportata anche dal fatto che esiste un corpus di letteratura scientifica (si vedano ad esempio le ricerche sul Flow e sull’epigenetica delle esperienze eudaimoniche) convergente rispetto questa prospettiva (Fredrickson et al., 2013; Mosing et al., 2012; Manzanoa et al., 2013).

Per quanto riguarda il “mito” in oggetto, questo fraintendimento rappresenta un’errata generalizzazione che estende in maniera impropria il coinvolgimento del circuito dopaminergico, nel caso specifico delle dipendenze patologiche a comportamenti assolutamente salubri e che promuovono il benessere psicofisico, che sono invece connotati da un’altra specifica tipologia di attivazione dopaminergica.

Se è vero, quindi, che tutte le forme di dipendenza patologica sono caratterizzate da una specifica configurazione del circuito dopaminergico, è altrettanto vero che parlare della generica attivazione del circuito dopaminergico in maniera monoliticanon denotane determina nullarelativamente il valore “positivo” o “negativo”, “salubre” o “patologico” del comportamento considerato.

È utile ricordare inoltre che l’attivazione dei neuroni dopaminergici in associazione alle emozioni edonistiche, non corrisponde per forza a favorire comportamenti negativi per la salute nel breve, medio e lungo periodo.

Il terzo mito è “il mito dell’indifferenza degli effetti quantitativi sul sistema dopaminergico”.

Quest’ultimo è rappresentato dal non considerare la differenza d’impatto neuroplastico che alcuni comportamenti,come ad esempio l’assunzione di una sostanza psicoattiva, hanno rispetto ad altri (pensiamo, ad esempio, al gustarsi il proprio cibo preferito) sul sistema dopaminergico.

Non includere nelle proprie speculazioni il differente effetto quantitativo(sia in termini di intensità che di durata)del cambiamento neuroplastico(cambiamento della struttura e della funzione indotta nei neuroni) cheuna molecola come la cocaina o l’anfetamina possiede nei confronti dei neuroni dopaminergici rispetto un comportamento di curiosità nel leggere una notifica sul cellulare o nel raggiungere un obiettivo in un videogames o nel vivere un’esperienza di flow, significa non cogliere le dinamiche che possono spostare il funzionamento da assolutamente salubre, positivo e fisiologico a patologicamente compulsivo e viceversa.

Sperimentalmente sappiamo che l’effetto quantitativo tra un comportamento quale, ad esempio, il voler addentare un panino e assumere una dose di anfetamina è almeno migliaia di volte inferiore nell’attivazione dei neuroni dopaminergici questo significa che l’effetto neuroplastico capace di modificare il circuito stesso verso una priorità del sistema mesolimbico rispetto quello correttamente bilanciato con la corteccia prefrontale è almeno migliaia di volte inferiore.

Una possibile obiezione a questa considerazione è che esistono comportamenti che inducono modifiche neuroplastiche magari meno intense ma che si presentano molto più frequentementequindi sono potenzialmente capaci di produrre nel tempo effetti cumulativi simili.

Questa possibile critica non tiene conto però della logica di funzionamento dei circuiti dopaminergici nel senso che la loro attivazione è determinata dal cosiddetto “noveltyeffect” (“effetto novità”) cioè dalla presenza di nuove informazioni funzionali al raggiungimento dello scopo definito.Nel momento in cui non è più percepito dal sistema dopaminergico questa differenza tra questa novità informazionale e quanto già appreso, il sistema di ricompensa comincia ad essere sempre meno attivo in risposta alle stesse informazionicontestuali (Costa et al., 2014).

In altri termini, nel momento in cui noi ripetiamo un comportamento che non rappresenta più una novità rispetto quanto stabilito in precedenza, il nostro sistema dopaminergico non aumenta la sua attivazione anzi l’abbassa perché il modo di ottenere quel comportamento (il controllare la notifica al cellulare, conoscere la strada per arrivare al ristorante preferito, etc.) è ormai stabilito ed affidabile (e quindi non richiede più il coinvolgimento del sistema d’apprendimento predittivo rappresentato dal circuito dopaminergico).

Per far capire più dettagliatamente questo effetto novità del sistema, si pensi che i neuroni dopaminergici si attivino maggiormente in informazioni incerte che “smentiscono” quelle apprese rispetto informazioni che “confermano” quanto già appreso (Knutson et al., 2005).

Quando le abitudini si stabilizzano il meccanismo della dipendenza diventa sempre meno attivo (non il contrario) quindi l’eventuale sintomatologia caratterizzata da stress negativo in relazione alla replicazione di quel comportamento oggetto dell’abitudine non è dovuto di per sé al funzionamento del sistema dopaminergico stesso.

In estrema sintesi il giudizio negativo riferito al coinvolgimento del sistema dopaminergico all’interno del fenomeno delle dipendenze ha polarizzato in maniera riduzionistica e fuorviante il ruolo effettivo di questo complesso sistema neurale così importante per la nostra salute e il nostro benessere.

Per riassumere il messaggio espresso da questi tre “miti” possiamo dire che la consapevolezza della necessità di diffondere una visione più articolata e più rispondente all’effettiva complessità del sistema dopaminergico(tutt’ora, in parte, ancora da esplorare) è molto importante sia dal punto di vista accademico che non perché la comunicazione sociale legata al concetto di dipendenza (intesa nel suo preciso significato clinico) è tuttora in genere erroneamente polarizzata sul vecchio concetto quale sistemaassociato al piacere con una connotazione negativa, insalubre e che prescinde dal fattore quantitativo.

Le conseguenze di questa fuorviante comunicazione sono potenzialmente pericolose sia dal punto di vista individuale che sociale.

 

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