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Identità di genere e pregiudizio: un problema sociale ancora attuale

 

Dott. Annamaria Venere – Sociologa Sanitaria, Criminologa Forense, Amm. Unico “AV Eventi e Formazione“, Direttore editoriale MEDICALIVE MAGAZINE – Catania.

 



Introduzione: un quadro d’insieme

Rispetto ad alcuni decenni fa, il tema delle identità di genere ha subito una serie di evoluzioni psico-sociali. Dall’Ottocento, infatti, si è progressivamente arrivati prima al riconoscimento della tematica e poi, nel corso del Novecento, alla sua consapevolezza e accettazione, seppur a volte attraverso elevati costi in termini di stereotipi, pregiudizi e discriminazioni sociali (Schettini, 2012).

I progressi sono avvenuti grazie ad un’evoluzione generale cui sono andate incontro la medicina chirurgica, la riflessione socioculturale e quella psicologica. L’introduzione di termini quali intersessualità, bisessualità, transgender, passando per varie casistiche (ben riassunte da Schettini, 2012) ha trasformato, a poco a poco, il concetto dell’identità di genere da problema a dato di fatto, specialmente nei casi in cui l’identità non corrispondeva con il sesso biologico dell’individuo.

Nonostante, però, questi risultati teorici, scientifici e culturali che nel tempo si sono indubbiamente raggiunti, la realtà odierna suggerisce che resistono ancora saldi pregiudizi di matrice sia storica sia sociale, non in grado di recepire in toto la diversità delle identità di genere (Valerio et al., 2013a). Ciò in particolar modo nel momento in cui tale identità non corrisponde con il corpo e la sessualità di chi la vive, o meglio non si conviene alle classiche categorie di uomo e donna.

L’analisi che segue cercherà di comprendere le origini sociali e psicologiche di tale problematica, nonché di spiegarne la sua indiscussa attualità dal punto di vista socioculturale.

Per una definizione terminologica d’identità di genere

L’identità di genere è un concetto che si è fatto largo all’interno della sociologia e della psicologia a partire dagli anni ’70 del secolo scorso.

Con il termine s’identifica quel senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza al genere femminile o maschile, che non deve necessariamente corrispondere con il sesso biologico o l’orientamento sessuale del soggetto.

In alcuni casi l’identità di genere può addirittura non appartenere a nessuno dei sessi e trovarsi in una situazione indefinita (Valerio et al., 2013b).

È proprio quando il genere si scontra con l’effettiva corporeità e sessualità dell’individuo, ovvero quando un individuo si sente donna in un corpo da uomo o viceversa, che si può generare una problematica di natura sociale e/o psicologica.

Quest’ultima si traduce in comportamenti talvolta pregiudizievoli da parte della società, che finiscono per influenzare negativamente la salute psicofisica dell’individuo che li subisce, con ovvie conseguenze anche dal punto di vista psicologico.

La derivazione del concetto: le infinite possibilità di essere uomo e donna

Quando parliamo d’individui in cui l’identità di genere e il sesso biologico non coincidono, ci riferiamo a persone definite lesbiche, gay, bisessuali, intersessuali e transgender, i cui termini sono oramai entrati a far parte del linguaggio comune, a volte con valenza dispregiativa (Valerio et al., 2013b).

Se le persone lesbiche e i gay rappresentano quei soggetti che sono attratti da persone dello stesso sesso biologico, la questione diventa più complessa, dal punto di vista psicosociale, se si parla di individui bisessuali, transessuali e transgender.

Le tre terminologie riportate, infatti, evidenziano già di per sé una certa confusione nell’individuare una precisa identità di genere, e quindi una corrispondenza con un determinato sesso biologico e un preciso orientamento sessuale.

I transessuali, ad esempio, per alcuni autori rappresentano un enigma irrisolto: a volte considerati biologicamente “poveri”, altre volte elevati al punto da essere considerati pari al sesso degli angeli (Galiani, 2005; Bottone & Valerio, 2004).

Queste persone si sentono talmente parte del sesso opposto al proprio, da ricorrere a un intervento chirurgico che restituisca loro il piacere di essere donna o uomo, e quindi di far corrispondere la propria identità di genere con il sesso biologico sottostante.

Cosa che non accade nel caso del bisessuale che, accettando il proprio sesso biologico, sperimenta attrazione verso entrambi i sessi, o anche verso più generi contemporaneamente, senza però risentirsene a livello fisico o amoroso (Costa, 2018).

La questione terminologica si complica con i transgender, che potremmo definire dei transessuali mancati, ovvero persone che sentono di vivere un’identità di genere diversa dal proprio sesso biologico, ma non a tal punto da optare per operazioni chirurgiche.

I transgender possono peraltro identificarsi come bisessuali, gli omosessuali, gli eterosessuali, oppure rifiutare qualsiasi orientamento sessuale. È solo qualora subentrino problematiche di livello sociale e psicologico, che il termine transgender viene accostato in psichiatria a quello di disforia di genere (Valerio et al., 2013b).

Il senso di essere transgender nella società contemporanea: quale prospettiva?

Chi vive un’identità di genere differente dal sesso biologico o orientamento sessuale, è molto spesso vittima di discriminazioni, proprio a causa del suo essere “diverso”, “differente” o “altro da me”.

La difficoltà dell’incasellare cognitivamente queste persone, infatti, si riflette nella mente di chi le giudica. Queste ultime, non riuscendo a inquadrare né a definire (inconsciamente) chi ha di fronte, pur di non entrare loro stessi in crisi sotto il profilo cognitivo, tendono a rifiutarle, a non accettarle e a denigrarle.

Ciò in stregua a un personale istinto che potremmo definire di tipo difensivo, poiché deputato al non mettere in subbuglio il proprio sistema socio-cognitivo, l’unico di cui dispongono e che permette loro di categorizzare il mondo.

I transgender, gli intersessuali e le altre identità di genere che non si conformano ai classici appellativi di uomo e donna, rappresentano una categoria sociale (ma anche psicologica e relazionale) che va oltre il pensiero abitudinario. Lo era nell’Ottocento e, sebbene l’evoluzione culturale e sociale dell’essere umano, lo è in parte ancora oggi (Schettini, 2012; Costa, 2018).

Per riuscire a superare nel campo dell’identità di genere tale dicotomia tra conosciuto e non conosciuto, e quindi tra pregiudizievole e non pregiudizievole, occorrerebbe compiere un lavoro psicosociale e culturale di ampia gamma. Un lavoro che renderebbe più familiare i termini afferenti all’identità di genere, ma sotto un profilo non soltanto linguistico, ma anche e soprattutto cognitivo, psicologico e sociale.

Bibliografia

Bottone, M., Valerio, P. (2004). L’enigma del transessualismo. riflessioni cliniche e teoriche, Franco Angeli, Milano.
Costa, P. (2018). Sessualità e identità personale. Genealogia di un enigma, in Storica, XXIV, 1-13.
Galiani, R. (2005). Un sesso invisibile. Sul transessualismo in quanto persone, Liguori Editore, Napoli.
Schettini, L. (2012). Un sesso che non è un sesso: medicina, ermafroditismo e intersessualità in Italia tra Otto e Novecento, in Genesis, XI, 1-2, 19-40.
Valerio, P., Vitelli, R., Romeo, R., Fazzari, P. (2013). Figure dell’identità di genere, Franco Angeli, Milano.
Valerio, P., Amodeo, A.L., Scandurra, C. (2013). Lesbiche, gay, bisessuali, transgender, DiverCity, Napoli.

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