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La differenza tra stress positivo e negativo. Solo di natura quantitativa?

Dalla letteratura emerge che per comprendere molti comportamenti umani vi è la necessità di associare alla natura quantitativa dello stress anche la sua dimensione qualitativa legata al significato.

Abstract

Il determinare la differenza tra stress positivo (eustress) e stress negativo (distress) risulta essere fondamentale per orientare le scelte legate alla gestione dello stress per promuovere comportamenti favorevoli il benessere psicofisico.

Nel contesto del concetto classico di stress applicato alla specie umana, risulta difficile individuare precisi criteri operativi per distinguere cosa caratterizza l’eustress e cosa invece distress dal momento che questa differenza viene considerata puramente quantitativa e priva della dimensione soggettiva connessa al significato attribuito agli eventi stressanti stessi.

Abstract

Determining the difference between positive stress (eustress) and negative stress (distress) is essential to guide the choices related to stress management in order to promote behaviors related to psychophysical well-being.

In the context of the classical concept of stress applied to the human species, it is difficult to identify precise operational criteria to distinguish what characterizes eustress and what instead is distressing since this difference is considered purely quantitative and devoid of the subjective dimension connected to the meaning attributed to stressful events.

Autore

Dott. Massimo Agnoletti

Dott. Massimo Agnoletti – Psicologo, Dottore di ricerca Esperto di Stress, Psicologia Positiva e Epigenetica, Formatore/consulente aziendale, Presidente PLP-Psicologi Liberi Professionisti-Veneto, Direttore del Centro di Benessere Psicologico, Favaro Veneto (VE).

Questo scritto ha come obiettivo quello di fare maggiore chiarezza sul complesso concetto di stress. Nello specifico cercherò di discutere e criticare l’assunto largamente accettato secondo il quale la differenza tra eustress (stress positivo) e distress (stress negativo) è puramente di natura quantitativa.

Per “natura quantitativa” intendo legata agli aspetti di frequenza e/o quantità connessa alla produzione di molecole organiche (quali ad esempio il cortisolo) e/o relativamente l’attivazione di specifici tratti neurali (quali ad esempio il ramo simpatico del sistema nervoso autonomo).

Nel caso della specie umana questo modello classico di stress, largamente condiviso all’interno della comunità scientifica, non riesce a spiegare molti comportamenti soprattutto relativi gli aspetti psicosociali dello stress perché necessita di integrare, oltre alla dimensione quantitativa (intensità e durata, relativa la produzione di sostanze bioattive o di attivazioni neurali), una dimensione qualitativa inerente il significato soggettivo attribuito al fenomeno stressante stesso.

Solo considerando queste dimensioni in maniera globale avremo la possibilità di comprendere a pieno la natura di alcuni comportamenti peculiari della specie umana caratterizzati da un’elevata complessità, soggettività ed eterogeneità.

Nella sua forma più generale lo stress viene inteso come un meccanismo psicofisico di adattamento nei confronti di qualsiasi fattore che perturba il precedente equilibrio dell’organismo.

Scopo del meccanismo è ristabilire il complesso equilibrio dinamico preservando quindi la teleonomia (cioè la finalità) dell’organismo stesso.

Nel caso di uno stress acuto come la percezione di un predatore, l’organismo attuerà una cascata di reazioni psico-neuro-endocrine ed immunologiche caratteristiche finalizzate a preservare la sopravvivenza (la cosiddetta reazione di “attacco o fuga”), ma anche nel caso di un attacco batterico o virale l’organismo metterà in atto tutta una serie di specifiche reazioni per “risolvere” il problema dal punto di vista immunologico garantendo la fitness dell’organismo.

Come possiamo capire anche da questi semplici esempi lo stress può essere o meno percepito coscientemente, può coinvolgere alcuni sistemi anziché altri (asse HPA, sistema nervoso centrale e autonomo, sistema immunitario) ma la finalità globale rimane comunque quella di ristabilire l’equilibrio precedente permettendo il perseguimento della propria teleonomia (negli esempi citati sempre di ordine strettamente biologico).

Il noto fisiologo americano Walter Cannon diede avvio a questo settore scientifico definendo lo stress nei termini di una reazione dell’organismo al cambiamento del suo precedente stato di equilibrio causato da un agente esterno (temperatura, agenti biologici, etc.) ma successivamente vari autori tra i quali Selye, Chrousos, Sapolsky, hanno massicciamente arricchito di dettagli lo stesso concetto approfondendo alcuni aspetti più di altri pur rimanendo all’interno della logica descritta da Cannon.

Anche in anni molto recenti la definizione di stress è assimilabile ad un meccanismo per fornire energia e risorse all’organismo per ristabilire un equilibrio statico o dinamico (tecnicamente detto “omeostatico” o “allostatico”) perturbato da qualche fattore esterno all’organismo stesso (Bottaccioli & Bottaccioli, 2017; Charmandari, Tsigos, &Chrousos, 2005; Lazarus&Folkman, 1984;McEwen, 2007; Sapolsky, 2006; Selye, 1976).

Pur riconoscendo le notevoli conoscenze scientifiche apprese nell’ultimo secolo questa visione fa fatica a definire con chiarezza ed in maniera operativa la differenza tra eustress e distress applicata alla specie umana.

Questa lacuna concettuale nasce dal fatto che queste definizioni si basano sulle conoscenze comuni a moltissime specie animali e che, approfondendo questi aspetti, ne vengano grandemente sottovalutati quelli specie-specifici.

Che si tratti infatti della nota “legge di Yerkes e Dodson”(che mette in relazione il livello di arousal psicofisico con la prestazione realizzata dall’organismo) o la curva che descrive le fasi identificate da Selye in funzione del tempo (allarme, resistenza ed esaurimento), si tratta sempre di contesti dove la distinzione tra eustress e distress è convenzionalmente quantitativa ed in riferimento probabilmente a specifici contesti stressanti non ampiamente generalizzabili(almeno alla specie umana).

Sia nel primo caso dove cioè viene previsto che l’eustress sia una specifica area di attivazione fisiologica (arousal) che corrisponde ad un efficace performance prima della quale e dopo della quale vi sia distress, che nel secondo caso in cui l’eustress è decritto come la fase iniziale in cui il rapporto tra l’energia e performance è funzionale all’obiettivo adattivo, rappresentano entrambe dinamiche in cui lo stress positivo precede quello negativo in maniera deterministica e meccanicistica.

In altri termini il modello di stress propone un cambiamento da eustress a distress esclusivamente quantitativo legato alle variabili fisico-chimiche presenti (produzione di sostanze bioattive e/o attivazione fisiologica).

Risulta evidente che per descrivere comportamenti presenti nella specie umana questi modelli sono poco efficaci dal momento che non considerano la complessa integrazione tra le teleonomie biologiche, psicologiche e socioculturali che ci caratterizzano.

Nelle dinamiche appena citate (legge di Yerkes e Dodson e nelle fasi identificate da Selye) non sono infatti presenti variabili che includono la dimensione teleonomica psicologica né culturale e questo rende il modello uno strumento assai poco efficace nel momento in cui viene utilizzato per analizzare molti complessi comportamenti umani o per distinguere tra stress positivo, che promuove la salutogenesi e stress negativo che la minaccia.

Un esempio estremo ma autoevidente del fatto che questi modelli non sono generalizzabili è il caso di una persona che riceve la notizia della morte improvvisa di una persona amata a causa di un incidente stradale. Chiaramente la persona avrà attivato il suo meccanismo di stress ma è quasi ridicolo pensare che essa abbia avuto una fase di stress positivo prima di vivere anche psicologicamente una fase di intenso distress più o meno cronico.

Un altro esempio meno drammatico è rappresentato dalla percezione della noia che non può essere considerata un’alta attivazione psicofisica ma viene comunque vissuta generalmente con una connotazione emotiva negativa dalle persone (distress).

L’esperienza del flow (esperienza ottimale) è un invece un altro caso evidente dove vi è un’alta attivazione psicofisica ma il vissuto fenomenico è talmente positivo (eustress) che l’esperienza stessa viene perseguita attivamente per essere rivissuta nuovamente.

Gli stessi esperti di fama mondiale dello stress che promuovono il concetto classico di stress hanno posizioni diverse, e spesso incoerenti, riguardo la distinzione eustress/distress (si veda ad esempio Sapolsky nella descrivere quanto siamo disposti a cercare attivamente gli stress positivi) perché se da una parte ammettono concettualmente l’esistenza di uno stress positivo (lo stesso Selye riconobbe il suo ruolo chiave per la vita stessa) non riescono poi ad operazionalizzarlo in termini precisi all’interno dello stesso concetto di stress adottato.

Questa lacuna concettuale nasce dal fatto che, almeno per quanto riguarda la specie umana, la definizione di eustress (e quindi di distress) richiede necessariamente il coinvolgimento della dimensione psicologica relativa il significato attribuito all’evento stressante (cosa per altro già sottolineata indirettamente da lavoro sull’elaborazione cognitiva degli eventi stressanti formulata da Lazaruse Folkman).

Questo gap teoretico è lampante quando si analizzano i fenomeni legati allo stress psicosociale che caratterizzano la nostra attuale società ma anche, nello specifico, quando si devono comprenderei risultati scientifici dove la componente del significato attribuito allo stress è cruciale.

A questo riguardo ricordo che è stato già dimostrato quanto ciò che ciascuno di noi attribuisce al concetto stesso di stress influenza la nostra fisiologia determinando sia la nostra longevità che la probabilità di sviluppare problematiche di varia natura (Epel et al. 2004;Keller et al., 2012).

Uno studio emblematico è quello di Keller e colleghi fatto su quasi trentamila persone (Keller et al., 2012), dove hanno dimostrato che gli alti livelli di stress (in termini quantitativi) aumentano il rischio di morte del 43% ma unicamente per coloro che ritenevano che lo stress stesse danneggiando la loro salute. 

Le persone che avevano riportato elevati livelli distress, ma che non lo consideravano dannoso, non avevano probabilità maggiori di morire, anzi, la loro condizione si associava al rischio di morte più basso rispetto qualunque altro individuo coinvolto nell’indagine, persino più basso rispetto coloro che avevano riferito di aver sperimentato uno stress molto meno intenso.

Chiaramente questi risultati sono paradossali se analizzati alla luce del modello classico di stress perché essendo focalizzato nell’identificare ed enfatizzare i fattori quantitativi relativi l’attività fisiologica comuni a molte specie animali ha fortemente sottovalutato le componenti specie specifiche che per quanto riguarda le persone sono rappresentate dalla componente soggettiva nell’attribuire significati agli eventi.

In estrema sintesi la letteratura presente indica la necessità di approfondire ulteriormente il concetto di stress includendo anche, almeno nella specie umana, la dimensione soggettiva legata alla capacità di attribuire significati diversi agli eventi percepiti e/o vissuti (Agnoletti 2019, 2020).

Questo nuovo concetto di stress richiede dunque un aspetto quantitativo abbinato ed integrato con quello qualitativo (significato, legato alla finalità attribuita allo stresso) per distinguere ciò che viene considerato positivo (eustress) e cosa invece viene considerato minaccioso per la salute per l’organismo inteso nella sua complessità bio-psico-sociale.

Bibliografia

Agnoletti, M. (2020). La variabilità cardiaca come strumento di misurazione della resilienza. Magazine, 9, 26-31.

Agnoletti, M. (2019). Nove principali errori nella visione riduzionistica dello stress. Medicalive Magazine, 10, 16-21.

Bottaccioli, F., Bottaccioli, A.G. (2017). Psiconeuroendocrinoimmunologia e scienza della cura integrata. Edra Editore.

Cannon, W.B. (1929). Organization for physiological homeostasis. Physiological Review, 9(3), 399-431.

Charmandari, E., Tsigos, C. &Chrousos, G. P. (2005). Neuroendocrinology of stress. Ann. Rev. Physiol. 67, 259–284.

Epel, E., Blackburn, E., Linn, J.,Dhabhar, F., Adler, N., Cawthon, R., Morrow, J. (2004). Accelerated telomereshortening in response to exposure to life stress. PNAS 101,17312–17315.

Keller, A., Litzelman, K., Wisk, L. E., Maddox, T., Cheng, E. R., Creswell, P. D., & Witt, W. P. (2012). Does the perception that stress affects health matter? The association with health and mortality. Health psychology : official journal of the Division of Health Psychology, American Psychological Association, 31(5), 677–684. https://doi.org/10.1037/a0026743

Lazarus, R. S. & Folkman, S. (1984). Stress, appraisal and coping. New York: Springer.

McEwen, B. S. (2007). Physiology and neurobiology of stress and adaptation: central role of the brain. Physiol. Rev. 87, 873–904.

Sapolsky, R. (2006). Perché alle zebre non viene l’ulcera? Orme Editore, Milano.

Selye, H. (1976). Stress in health and disease. Butterworth’s, reading, Massachusetts.