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La fiabazione contro la violenza assistita ai minori

di Salvo Falcone Direttore Responsabile Medicalive Magazine
Twitter: @falconesalvo

Subdola e sistematica, ma pur sempre molto dannosa, la violenza assistita di genere conta, come vittime, 400 mila minori in Italia: sono bimbi o ragazzini inermi e vulnerabili spettatori di violenze, maltrattamenti fisici, psicologici, economici perpetrati sulle loro madri il più delle volte da mariti e compagni all’interno delle mura domestiche. In una considerazione più ampia, il fenomeno è una violenza domestica che si palesa nel caso in cui il minore sia obbligato ad assistere (ecco da dove deriva la parola “assistita”) a scene di violenza tra i genitori o, comunque, tra persone che rappresentano, per lui, un punto di riferimento o su soggetti ad esso legati affettivamente, che siano adulti o minori. La violenza assistita, considerata un maltrattamento psicologico, è un genere di pressione che provoca nel bambino effetti consistenti a livello emotivo, cognitivo, fisico e relazionale. Se da una parte la giurisprudenza fa registrare ampi segnali di apertura sulla violenza assistita ai minori, dall’altra non risulterebbe ancora dimostrabile una connessione lineare tra la stessa violenza e l’insorgenza di esiti clinici. Molto spesso, comunque, le vittime non manifestano sintomi immediati e facilmente intellegibili. Secondo gli esperti, gli effetti della sofferenza sono meno visibili, ma sono comunque estesi e profondi.
“Assistere a episodi di violenza inflitti alla madre o ai fratelli – dice Maria Dolores Cappato, coordinatore infermieristico presso RSA Residenza Bellagio Como – lascia nei “piccoli” ferite psicologiche e fisiche che difficilmente potranno essere rimarginate. Il minore che assiste quotidianamente a episodi di violenza sul genitore fa propria l’idea che quella sia l’unica modalità di relazione. Ascoltarli e aiutarli oltre che un obbligo morale è anche, e soprattutto, un obbligo sociale. L’interesse rispetto a questa tematica parte da lontano. Ho scelto, nel mio percorso professionale, di occuparmi di persone fragili, indifese, bisognose di aiuto. Svolgo nel quotidiano, il difficile compito di ascoltare le donne che subiscono maltrattamenti e violenze di ogni genere, per cui ho deciso di rivolgere il mio interesse anche ai loro figli, ai bambini e adolescenti minori che assistono ogni giorno a episodi di vita domestica violenta. Con il passare del tempo mi sono resa conto che mancava un tassello nella mia relazione con loro e così ho deciso di frequentare un corso di fiabazione. E’ stata una svolta importante che mi ha consentito di interagire in maniera più lineare”.
Secondo la dottoressa Cappato, la fiabazione è uno strumento che può essere usato anche da educatori, assistenti sociali, counselor, operatori sanitari debitamente formati sulla materia, in quanto si tratta la fiaba in modalità narrativa e non terapeutica: “Viene quindi delegato agli psicologi l’uso della fiaba per fini terapeutici. Rimane sempre il contesto medico-psicologico a cui loro fanno riferimento per mettere in luce le loro problematiche. A me rimane quella parte “giocosa” che loro vivono come momento ludico, staccato da tutto il loro contesto di vita vissuta in maniera drammatica. Inizialmente non è facile instaurare una relazione perché sono sempre diffidenti, intimoriti, impauriti dalle persone adulte che potenzialmente potrebbero fargli del male”. La dottoressa spiega le modalità di intervento: “Adottando i protocolli operativi propri della fiabazione ed entrando nel vivo del contesto narrativo, si invitano i bambini a inventare delle fiabe, a raccontare la loro vita affidandola a personaggi inventati su cui riversano tutta la loro rabbia e il loro vissuto estremo”. Poi un monito: “Ascoltare il minore che assiste quotidianamente a episodi di violenza mette in luce la scarsa sensibilità che a oggi ancora c’è per questo tipo di problematica. Si pone sempre molta attenzione al “minore” abusato, ma molta poca attenzione viene data a questo tipo di violenza”.
Secondo la dottoressa Cappato è necessario: “impostare campagne di educazione all’affettività, fondamentali per impedire alle future generazioni di agire sui loro familiari con modalità violente di comportamento. Nella mia esperienza personale il difficile ruolo che vive l’équipe professionale è quella di aiutare i minori ad avere di nuovo fiducia negli adulti”.