Musica, psicologia e terapia

Foto ModicaDott. Vittorio Catalano Attività indipendente nell’ ambito della psicologia clinica ad approccio analitico, delle neuroscienze, del coaching psicologico ed in ambito psicoeducazionale, focalizzati sulla cura, la prevenzione, e la promozione della salute psicosociale. Cagliari

 

Musica e psicologia

Dalla notte dei tempi l’uomo utilizza la musica per esprimere e condividere emozioni, Sciamani, curatori, terapeuti di ogni luogo e tempo, non hanno potuto ignorare le manifestazioni con cui la musica incide da sempre nelle nostre culture, nei nostri cuori e nelle nostre menti. L’essere umano, è un animale emotivo, e anche per questo, ognuno di noi, può considerarsi ancora più esclusivo, rispetto al concetto di unicità che ogni persona ha di sé . Questo perché la gamma delle sfumature emotive, anche se i neuropsicologi hanno stabilito un numero definito di emozioni primarie pari a 8, consiste, in combinazioni e gradazioni emotive intermedie, che si discostano dalle 8 emozioni base specie specifiche, e che sono innumerevoli e innumerabili. Basti pensare che lo stesso luogo con una situazione praticamente identica, può esprimere in una persona emozioni totalmente differenti, a seconda della condizione psicologica particolare in cui essa si trova in quei momenti. Gli effetti emotivi della musica possono essere ottenuti, con meccanismi diversi, dalle note e dal ritmo. Gli effetti del ritmo sono semplici, e dipendono essenzialmente dalla velocità (in termini musicali il “tempo”) della musica. Questa si misura in battiti al minuto. Tempi inferiori a 60 battiti al minuto hanno effetto tranquillizzante, che sotto i 30-40 diventa addirittura rattristante/deprimente, tanto da essere utilizzato per marce funebri. Al contrario, da 80-90 battiti al minuto in su l’effetto è attivante. La musica da discoteca si situa tipicamente da 120 in battiti in su, con una “fascia bassa”, da 107 a 120, per una disco dance “tranquilla”. Perché questi valori, e non altri? Ipoteticamente perché l’attività cardiaca umana normale, in veglia a riposo, si aggira fra i 60 e gli 80 battiti per minuto, tipicamente 70-72. La frequenza cardiaca di una mamma ha effetto sullo stato d’animo del bambino che tiene abbracciato al petto, e che ode il suo cuore . Il bambino è tranquillizzato da frequenze normali, o lievemente più lente, che gli comunicano che la mamma sta bene ed è tranquilla, o addirittura dorme. Frequenze più alte indicano che la mamma è all’erta, o in ansia, e il bambino risponde con analoga attivazione. Questa risposta emotiva alla frequenza di suoni ritmati, in particolare quando ricordano il suono dei battiti del cuore come i tamburi, il contrabbasso e il basso elettrico, probabilmente ce la portiamo appresso per tutta la vita. Le neuroscienze hanno dimostrato che l’impiego della musica come stimolo neuronale può avere una azione serotoninergica e dopaminergica. Da una ricerca condotta presso il Neurolgical Institute and Hospital della McGill University di Montreal e il Center for Interdisciplinary Research in Music Media and Technology si è dimostrato che per produrre dopamina è sufficiante anche solo immaginare il tema di una canzone, pregustandone in tal modo l’andamento melodico, ancor prima di ascoltarla (Imagery). Attraverso tecniche diversificate di Brain Imaging, atte a visualizzare le strutture del cervello (PET/MRI) si è poi constatato che nei casi in cui si verificava un maggior coinvolgimento emotivo, e quindi un appagamento, la produzione di dopamina subiva un incremento significativo. Si è visto inoltre sempre mediante tecniche di Brain Imaging, che il cervello risponde ai meccanismi tensio-dimensionali propri della musica tonale, rispettivamente sui versanti cognitivo e motorio (fase tensionale-aree celebrali preposte alla configuarazione predizione di un evento -proiezione gestaltica-,movimento eattività intellettuali), e sul versante emotivo (fase distensionale aree celebrali afferenti il sistema limbico, tensione emotiva, attività cognitive). L’utilizzo della risonanza magnetica tomografica (MRI) e della tomografia a emissione di positroni (PET) ha permesso inoltre sempre ai ricercatori dell’Università canadese McGill di Montreal, di visualizzare le regioni cerebrali attivate durante l’ascolto di alcuni brani. Hanno così osservato un elevato flusso sanguigno nel nucleus accumbens del sistema mesolimbico, ovvero la regione deputata all’elaborazione del piacere. Si tratta dell’area implicata in funzioni biologicamente importanti, come l’alimentazione o la riproduzione, ma anche nella soddisfazione data dal consumo di stupefacenti. I volontari, nei passaggi musicali a loro più graditi, presentavano in queste strutture un consistente rilascio di dopamina, la molecola che innesca il cosiddetto “circuito della ricompensa”. I soggetti provavano “un brivido” in corrispondenza dei passi armonici per loro più emozionanti all’interno di un brano musicale, che, coincideva con il picco di attività neuronale. Dallo stesso studio è risultato anche, che i livelli di dopamina aumentavano anche nel caudato durante la fase anticipatoria, ovvero quando l’individuo “si aspettava”(Imagery), un determinato accordo immediatamente prima di ascoltarlo, e che le fasi di attesa e anticipazione, e  quelle di più intensa risposta emotiva, sono mediate da vie anatomicamente distinte. Nella fase di anticipazione domina l’attività dei neuroni del nucleo caudato (uno dei centri cerebrali coinvolti nei meccanismi di ricompensa, importante nel controllo sia dei movimenti, volontari o meno, sia di alcune funzioni cognitive), mentre durante la risposta emotiva e neurovegetativa (il punto di massimo piacere indotto dall’ascolto), prevale l’attivazione delle cellule del nucleo accumbens (un sistema di neuroni responsabile delle sensazioni di piacere e paura, coinvolti nei meccanismi di dipendenza). La musica – ascoltata e creata – dunque, fa bene al cuore, alla mente, e alla fatica. Il nostro corpo e la nostra psiche reagiscano positivamente al dolore e allo sforzo (sportivo, di lavoro ed emotivo) se questo è accompagnato dalla creazione musicale. Cantare mentre si lavora, suonare un tamburo, creare motivi musicali con gli attrezzi sportivi, aiutano a non sentire il dolore (Max Planck Institute, Gant, Belgio). Un esperimento su 18 neonati di pochi giorni condotto dalla neuro scienziata Daniela Perani, Università San Raffaele di Milano, dimostrerebbe che la musica è già scritta nei neuroni. La Perani col suo studio, lavorando con neonati di 1-3 giorni, bimbi non esposti a musica durante i mesi nel grembo materno, utilizzando sia musica classica sia musica rock-pop, e impiegando la risonanza magnetica funzionale per “vedere” le zone cerebrali che entravano in attività all’ascolto della musica, evidenzia «Che alla nascita il nostro cervello è già predisposto a ricevere e interpretare la musica, distinguendola dagli altri suoni». Già Kandel (con questa scoperta vincitore del premio Nobel per le neuroscienze nel 2000) ritenendo che i meccanismi della memoria sono filogeneticamente conservati, esplorò la dimensione molecolare della plasticità sinaptica che era stata già dimostrata da Bliss e Lomo, osservando che nel processo della memoria, per esempio uno stimolo sensoriale doloroso, inviato ripetutamente, causa la produzione di serotonina che permette alle cellule di comunicare tra di loro, e induce così una serie di processi a catena che alla fine si traducono in un potenziamento della propagazione del segnale nervoso. In questo modo può essere spiegato il processo della memoria a breve termine. Se lo stimolo viene ripetuto, la traccia mnestica viene consolidata: il legame ripetuto tra la serotonina e i recettori ha come conseguenza la modificazione della molecola PKA, la fosfochinasiA che, a differenza di quanto accade nella meccanismo della memoria a breve termine, agisce anche nel nucleo dei neuroni e, in particolare, nell’espressione di specifici geni. In questo stadio si verifica un passaggio cruciale del meccanismo molecolare della memoria a lungo termine: l’espressione di specifici geni attiva un processo di reazioni a catena nella cellula che porta a rafforzamento delle sinapsi e alla formazione di nuove connessione sinaptiche.

Musica, Imagery e Terapia

Dalla notte dei tempi la musica è stata considerata, e lo è ancora, come una componente essenziale delle pratiche di guarigione tradizionali in molte delle culture tribali e indigene in tutto il mondo. Questa convinzione è supportata dalla letteratura riguardante l’etnomusicoterapia, in particolare nel testo “Music of many Cultures” (1993) dove vengono citate 19 culture che utilizzano la musica in ambito curativo e rituale. La musica nelle pratiche curative sciamaniche viene utilizzata come integrazione nell’induzione della trance ipnotica, per permettere più facilmente allo sciamano di avvicinarsi allo spirito del mondo e stabilire la connessione che possa dare beneficio al paziente. Infatti l’uso di ritmiche musicali ripetitive enfatizzate da un alterato stato di coscienza sono tipiche e caratteristiche di molte musiche sciamaniche. Gli Sciamani Siberiani descrivono il ruolo della musica nei riti di guarigione con questa metafora “ Il tamburo dello Sciamano è come un cavallo che porta lo sciamano fino al cielo per permettergli di incontrare lo spirito del mondo”(Eliade 1974). La connessione ritmica tra lo sciamano e il paziente può essere vista come il principio universale dello spostamento ritmico riferito alla sua fase conclusiva che si verifica quando due o più oggetti che stanno battendo quasi allo stesso ritmo tendono a bloccarsi iniziando a battere entrambi allo stesso ritmo (Moreno 1988). Questo collega entrambi in modo da aiutarci a comprendere meglio come lo sciamano riesce a influenzare lo stato fisiologico e psicologico dei pazienti. La musica presentata ritmicamente in un rituale sciamanico obbliga il guaritore e il paziente a massimizzare la fede del paziente nel sistema di credenza prevalente (una dimensione psicologica) e questo influisce positivamente sulla possibilità di cambiamento a livello psicologico. In molte tradizioni sciamaniche c’è poca differenza tra mente e corpo, come invece è caratteristico dell’approccio biomedico, e questa visione più unificata della malattia fornisce una alternativa positiva alla compartimentalizzazione del trattamento che è associata al modello occidentale. In un’altra prospettiva la musica in un rituale sciamanico può essere considerata uno stimolo che seda e distrae l’emisfero sinistro nel cervello del curatore in una distrazione temporale immediata cosi da liberare l’emisfero destro per incontrare il “concettualizzato mondo degli spiriti” (Moreno 1988). A Differenza della musica occidentale, la musica sciamanica non è sempre musica per assistere ad un evento, ma spesso, è una musica che ci aiuta a fermaci e a lasciarci andare. Nei rituali in cui si coinvolge la possessione da parte degli spiriti, un medium diventa posseduto dallo spirito di una divinità in risposta a precisi stimoli musicali. Come nella pratica sciamanica la musica serve da supporto al processo di induzione della trance. Durante la trance il medium entra in potere dello stato di una divinità ed è anche capace di fornire una conversazione diretta con gli spiriti per gli altri partecipanti al rituale. Per il medium lo stato di trance può essere visto come il mezzo di trascendenza e fuga dal Sé in un modo terapeutico socialmente riconosciuto e stimato. Sfortunatamente la musica è stata ridotta ad un ruolo secondario rispetto alla medicina e alla psicoterapia occidentali. La crescita della consapevolezza Olistica all’interno delle professioni della salute ha portato a un rinnovato interesse per l’integrazione della musica e delle altre arti creative all’interno degli interventi medici e approcci di psicoterapia rivolti al futuro. L’approccio medico tradizionale centrato attorno ad una diagnosi di una specifica sintomatologia fisica col trattamento diretto verso i fattori causanti visti da una prospettiva psicologica. Il trattamento medico è effettuato senza un pieno indirizzamento ai fattori che predispongono la malattia nelle circostanze sociali e interpersonali dei pazienti e il potenziale di alterarle in modo favorevole alla guarigione. L’approccio del modello medico, abbastanza raramente concede adeguata attenzione al rinforzo delle credenze dei pazienti nelle loro capacità di partecipare attivamente al loro benessere, congiuntamente con le prescrizioni medicinali. Nel lavoro centrato sulla Musica ed Imagery ( un tipo di musicoterapia contemporanea comunemente impiegata) noi possiamo vedere paralleli interessanti con la musica sciamanica e la pratica guaritrice (Moreno 1988). L’approccio usuale di Musica e Imagery nella musicoterapia e la pratica clinica comporta il lavoro individuale o di gruppo nei quali un periodo di progressivo rilassamento è seguito dall’ascolto di una selezione di musica strumentale registrata. Ci sono molti approcci di Musica ed Imagery che possono o non possono utilizzare una giuda vocale dal terapista, ma il principio essenziale è che la musica deve indurre uno stato alterato di coscienza a supporto dell’ Imagery mentale. Questa Imagery musico-indotta sarà tipicamente riflessione del significato emotivo dei problemi che possono essere repressi nella ordinarietà, che verranno verbalmente affrontate successivamente col terapista. Rispetto alla pratica sciamanica, nella Musica e Imagery guidate è il paziente piuttosto che il terapista, che entra in uno stato alterato di coscienza che è sostenuta attraverso la profonda relazione e concentrazione dal supporto musicale. La musica assiste il paziente nel viaggio verso il suo inconscio a scoprire e venire a patti con dell’ importante materiale interno.

Etnomusicoterapia

Per tanto tempo, nel campo della antropologia medica, la musica tradizionale e le pratiche guaritrici sono state considerate soprattutto come musicali ed antropologiche piuttosto che come interesse medico. Il prof. Joseph Moreno ha evidenziato come siamo veramente in ritardo nel considerare seriamente queste tradizioni musicali con la proposta esplicita di determinare il loro potenziale applicativo all’interno del moderno sistema della salute sociale. Una ricerca collaborativa tra, musico terapisti, etnomusicologi, antropologi medici e personale medico può portare allo sviluppo di una nuova ed importante disciplina che sempre il prof. Moreno ha proposto di denominare Etnomusicoterapia. J. Moreno definisce l’Etnomusicoterapia come lo studio multidisciplinare della musica indigena e delle pratiche di guarigione incentrate sul paziente. Essa considera l’impatto della musica in una performance rituale sui progressi misurati compiuti dai pazienti/partecipanti con problemi psicopatologici con eziologi nota. Gli effetti psicologici e fisiologici della musica e delle pratiche rituali sui partecipanti, hanno bisogno di essere monitorati durante il trattamento e correlati alle risposte dei pazienti, con procedure previste per i pazienti in trattamento e per quelli che hanno già terminato il trattamento per una valutazione post-trattamento. Sviluppare la disciplina dell’ Etnomusicoterapia richiederà ricerche focalizzate su un approccio etnomedico, cioè lo studio di un particolare gruppo di persone che percepisce e si occupa della salute e delle malattie. Questo approccio include lo studio delle credenze mediche, delle tecniche di guarigione e della pratica medica come quel fenomeno correlato alla cultura e alla società che essi hanno trovato. Seguendo queste linee guida l’ Etnomusicoterapia ha bisogno di concentrarsi su quegli aspetti della musica e delle tradizioni guaritrici che sono prodotte dallo sviluppo della cultura indigena con chiare implicazioni per la pratica clinica come per la ricerca. Le teorie della Musicoterapia sarebbero ulteriormente confermate con l’inclusione delle referenze derivate dai dati ottenuti dalla ricerche interdisciplinari di Etnomusicoterapia. Tutto ciò, vorrebbe significare dirigere alla creazione di nuove tecniche di musicoterapia all’interno della pratica clinica coinvolgendo l’ambito della ricerca per dare maggiore attenzione agli effetti specifici della musica e dei rituali di guarigione sui pazienti. “La migliore medicina per il futuro sarà praticata da quelli che prenderanno il meglio dagli sciamani e dagli scienziati” (Achterberg 1975), la ricerca sull’ Etnomusicoterapia aiuterà certamente a realizzare questa integrazione dei livelli di entrambi gli ambiti, teoria e pratica.

Bibliografia

AA.VV. Storia della musica, a cura della Società Italiana di Musicologia, Torino, EDT, 1991, 12 voll.

Mario Carrozzo e Cristina Cimagalli, Storia della musica occidentale, voll. 1-3, Armando Editore, Roma, 1997

Salvino Chiereghin, Storia della musica italiana – Dalle origini ai nostri giorni, Vallardi, Milano, 1937

Paul Griffiths, Breve storia della musica occidentale, Einaudi (ed. originale: A Concise History of Western Music, Cambridge University Press, 2006)

Salvino Chiereghin, Musica, divina armonia, Società Editrice Internazionale, Torino, 1953

Dizionario Enciclopedico Universale della Musica e dei Musicisti (DEUMM) a cura di Alberto Basso, Torino, UTET, 1985

Enciclopedia Italiana Treccani (www.treccani.it)

Musica e mito nella Grecia Antica a cura di Donatella Restani, Bologna, il Mulino, 1995

Mario Pintacuda, La musica nella tragedia greca, Cefalù, Misuraca, 1978

Fulvio Rampi e Massimo Lattanzi, Manuale di Canto Gregoriano, Milano, Editrice Internazionale di Musica e Arte, 1991

Alberto Turco, Il canto gregoriano, Roma, Torre d’Orfeo, 1987

Eugene Cardine, Semiologia Gregoriana, Roma, Pontificio Istituto di Musica Sacra, 1968

Nino Pirrotta, Li due Orfei. Da Poliziano a Monteverdi, Torino, Einaudi, 1981

Massimo Mila, Breve storia della musica, Torino, Einaudi, 1963 (ultima ristampa: 2007)

Alessandro Zignani, Il suono rivelato. Una Storia della Musica, Varese (2010), Zecchini Editore, pp. IV+188,

Curt Sachs, The rise of music in the ancient world. East and West, New York, Norton, 1943 (trad. it. La musica nel mondo antico. Oriente e Occidente, Firenze, Sansoni, 1981)

Curt Sachs, The rise of music in the ancient world. East and West, New York, Norton, 1943 (trad. it. La musica nel mondo antico. Oriente e Occidente, Firenze, Sansoni, 1981)

Marco Capozza e Laura Pieroni Perché ci emozioniamo ascoltando la musica? www.scienzaeconoscenza.it/

Daniela Perani, Nasciamo e la musica è già in noi, http://www.fondazioneveronesi.it/

(Walter Friedrich Otto. Theophania. Genova, Il Melangolo, 1996, pag.48)

(George M. A. Hanfmann. Oxford Classical Dictionary. Oxford, Oxford University Press, 1970;

Lo Zingarelli 2003 data il primo uso del termine in volgare al 1262 ca. Il Dizionario etimologico della lingua italiana

M. Cortelazzo e P. Zolli (a cura di), Dizionario etimologico della lingua italiana, Bologna, Nicola Zanichelli S.p.A. Editore, 1983.

“I canti degli sciamani” a cura di F. Paolo Campione (www.materterra.it)

Orsi W., D’Anastasio C., Ciarrocchi R.A. Animazione e demenze: memorie, emozioni e buone pratich sociali. Editore Santarcangelo di Romagna (Rimini: Maggioli, 2012.

Luigi Boccia, Musica e cervello: la nuova frontiera delle neuroscienze(www.urbanpost.it)

Eva Perasso, La musica che abbatte la sensazione di fatica, www.corriere.it

Eric R. Kandel et al (1981 First Edition, Fifth Edition due for publication on March 24, 2010): Principles of Neural Science Elsevier. Trad. it. Principi di Neuroscienze. Prima ed.C.E.Ambrosiana, Milano, 1994.

Gray P. , Psychology NY 2002

Moreno j., Ethnomusic terapy an Interdisciplinary approach to Music and Healing,1995

http://www.mni.mcgill.ca/media/news/it em/?item_id=170538
http://www.psych.unito.it/csc/pers/enrici/pdf/Neuroimaging_funzionale.pdf
http://www.brainmindlife.org/ithome.htm