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Salvo Falcone, Direttore Responsabile Medic@live Magazine.

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La connessione ulteriormente dimostrata negli Usa
Tumori al seno e alla tiroide, relazioni sempre più pericolose
A Palagianello, il convegno promosso dal dott. Livio Ostillio, fa il punto sul “nuovo
in senologiae nelle patologie della tiroride”. Secondo il direttore scientifico dott.
Rinaldi, occorre evitare esami e analisi inutili durante il follow-up dei pazienti

A certificare ulteriormente l’interdipendenza tra tumori al seno e alla tiroide hanno provveduto i ricercatori della The University of Chicago Medicine &Biological Sciences. Dallo studio pubblicato a febbraio su “Cancer Epidemiology, Biomarkers and Prevention”, si evince che i pazienti affetti da tumore alla mammella hanno un rischio maggiore (1.55) di sviluppare un tumore alla tiroide come neoplasia secondaria, mentre il rischio di sviluppare un tumore al seno come neoplasia secondaria è maggiore (1.18)  per i pazienti con tumore della tiroide.  La metanalisi statunitense – che ha coinvolto quasi centotrentamila pazienti-conferma l’esistenza di una connessione già sospettata da qualche tempo, ma sulla quale non c’era un’evidenza nella letteratura scientifica.

Diventa quindi imprescindibile l’esigenza di informare, maggiormente, i sopravvissuti del possibile aumento del rischio, di modo che possano seguire le appropriate linee guida per il controllo e lo screening durante il follow-up.

Mentre s’intensificano gli studi dei ricercatori sulla componente genetica che potrebbe influire sull’eventuale connessione, ipazienti affetti da tumore alla mammella potrebbero essere sottoposti acheck-up che vanno a identificare il tumore alla tiroide e viceversa, ma senza esagerare nella mole di esami clinici e diagnostici.
Si è discusso anche del follow-up dei pazienti guariti di tumore alla mammella al convegno dal titolo “Il nuovo in Senologia e nella patologia della Tiroide” svolto al Castello “Stella Caracciolo” di Palagianello in Puglia su iniziativa del radiologo Livio Ostillio, con l’organizzazione di AV Eventi e Formazione e il supporto del Dott. Lino De Maio e la direzione scientifica di Antonio Rinaldi, Dirigente medico U.C. Medicina interna con Direzione S.S.D. Oncologia Medica ASL Ta Polo occidentale e con il patrocinio del Comune di Palagianello.

“Se la grande maggioranza delle pazienti affetta da tumore alla mammella è guarita dopo i trattamenti iniziali – ha detto Rinaldi in collegamento video – per una donna, sentirsi sempre ammalata, costituisce un danno. Il follow-up intensivo impatta fortemente sulle pazienti e sulla qualità della vita stesse e incide profondamente sulla spesa sanitaria.

Due studi recenti – ha proseguito – hanno dimostrato che il confronto tra l’esecuzione di un follow-up minimale e di un follow-up intensivo non impatta sulla sopravvivenza globale: sia a 5 che a 10 anni, i due gruppi di pazienti monitorati hanno raggiunto la stessa sopravvivenza.

Dunque bisogna attenersi alle linee guide internazionali che consigliano una visita ogni 3-6 mesi nei primi tre anni, ogni 6-12 mesi nei due anni successivi, poi annualmente. Suggeriti inoltre, l’autoesame mensile da parte della donna e la mammografia a cadenza annuale. Sono questi – ha ribadito l’oncologo – i punti cardine del follow-up cui attenersi unitamente al controllo ginecologico e all’ecografia pelvica annuale. Risultano importantissimi, poi, la valutazione genetica delle forme familiari, il monitoraggio dei trigliceridi e del colesterolo e la mineralometria ossea soprattutto per chi fa uso inibitori della aromatasi”. Poi l’avvertimento a non esagerare.

“In assenza d’indicazioni cliniche – ha precisato Rinaldi – sono del tutto sconsigliati RMN alla mammella, Tc encefalo torace addome, Tc-Pet, analisi del sangue, marcatori tumorali, radiografia del torace, ecografia addominale e scintigrafia ossea”.

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Il tumore alla mammella provoca complessivamente dodicimila decessi l’anno e si tratta del primo tumore della donna come incidenza e mortalità. Una neoplasia che in Italia presenta numeri preoccupanti: + 38% negli ultimi cinque anni.

Complessivamente, l’evento di Palagianello ha trattato – grazie ai relatori – lo studio e la terapia sia chirurgica che oncologica dei tumori del seno e della tiroide con particolare riguardo alle novità sia in campo diagnostico che in quello chirurgico e oncologico.

Di vera e propria svolta nel campo diagnostico ha parlato il dott. Ostillio a proposito della Tomosintesi, la nuova metodica che permette di studiare la mammella “a strati” in modo simile alla tomografia computerizzata. Il metodo svela lesioni neoplastiche che non sarebbero visibili in mammografia. Aumenta l’accuratezza diagnostica, mentre le radiazioni assorbite sono trascurabili rispetto ai vantaggi offerti da una diagnostica per immagini che risulta essenziale per una diagnosi ottimale delle patologie.

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Pietro Fedele, responsabile di Chirurgia Senologica presso la casa di cura “D’Amore” di Taranto,ha affrontato, invece, l’aspetto chirurgico oncoplastico ricostruttivo sottoponendo all’attenzione degli intervenuti alcuni casi clinici.
La citologia per agoaspirazione della tiroide e della mammella è stato il tema delle due relazioni di Carlo Sarandria, specialista in Anatomia Patologica,  già primario all’Ospedale SS. Annunziata. foto3

Filippo Lauriero, primario di Medicina Nucleare presso l’ASL di Taranto è intervenuto sul tema delLinfonodo Sentinella nella stadiazione del tumore del seno. Dopo l’analisi di alcuni casi clinici, Lauriero  ha approfondito la biopsia escissionale, concludendo la sua relazione occupandosi di radioterapia con radioiodio nel tumore differenziato della Tiroide.
La patologia nodulare della Tiroide e la sua natura sono invece state approfondite da Pietro Montedoro, endocrinologo di Grottaglie.
Il follow-up visto dal lato della radiologia è stato discusso, invece, dal radiologo Gianfranco Bacca, mentre il tema della terapia adiuvante del carcinoma mammario è stato approfondito da Anna Elisabetta Brunetti, Oncologa presso l’Ospedale Castellaneta e all’IRCCS Istituto Tumori di Bari.

“Parlando della senologia, negli ultimi anni – ha aggiunto Rinaldi – si è comunque registrata unariduzione della mortalità pari all’uno per cento l’anno. I progressi sono legati al miglioramento delle capacità diagnostiche e delle competenze chirurgiche e mediche.

Per la parte medica – ha aggiunto – abbiamo avuto, nel tempo, grandi rivoluzioni: prima l’ormonoterapia, poi la chemioterapia, successivamente negli anni ’90 le terapie biologiche, soprattutto Trastuzumab si è rivelato un farmaco che ha offerto importanti opportunità, infine la recentissima immunoterapia implementata nell’autunno del 2015. Un recente studio del 21 gennaio 2016 – ha ricordato Rinaldi -rivela che la parte immunologica inizia a essere presa in considerazione nella prognostica del tumore alla mammella”. Grande partecipazione dei Medici di Medicina Generale del territorio che hanno reso le sessioni interattive e fonte di importanti confronti.
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Il convegno – che ha suscitato grande interesse tra il pubblico – ha visto l’intervento – durante la fase dei saluti – di Vita Surico, dirigente scolastico dell’Istituto di Istruzione Superiore dei Servizi Enogastronomici e dell’Ospitalità Alberghiera e dei Servizi Commerciali Istituto Tecnico del Turismo “Mauro Perrone” di Castellaneta, i cui studenti hanno realizzato, per l’evento, un gradito servizio di catering. Presente anche la coordinatrice Ada Semeraro, gli studenti dell’istituto che assume sempre più i connotati di una “scuola green” hanno realizzato un menù con prodotti biologici. Materie prime, quindi, in linea con l’aspetto salutistico e in ossequio ai corretti valori nutrizionali che sono alla base delle numerose campagne di prevenzione del cancro.

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Link a supporto
www.ilnuovoinsenologia.it
www.perrone.ta.it

Oncologia

Dott.ssa Elena Bertone. Dirigente medico di I livello S.C. Ostetricia e Ginecologia 4 day Hospital Oncologico
Città della salute e della scienza di Torino P.O. Sant’Anna

Dott. Saverio Danese. Dirigente medico di I livello F.F. S.C. Ostetricia e Ginecologia 4 day Hospital Oncologico
Città della salute e della scienza di Torino P.O. Sant’Anna

Dott. Sergio Macchioni. Dirigente medico di I livello S.C. Ostetricia e Ginecologia 3 day Hospital Oncologico Cittaà della salute e della scienza di Torino P.O. Sant’Anna

Introduzione

I tumori ovarici borderline ( BOT ) sono stati riconosciuti come entità a se stante di neolasie ovariche dal 1970. Prima di questa data, sono stati classificati con cancro ovarico maligno da FIGO e dall’OMS, anche se la loro prognosi è più favorevole rispetto ai carcinomi ovarici invasivi.

I BOT sono caratterizzati istologicamente da cellule con architettura papillare complessa, epitelio stratificato con ciuffi di crescita, poche atipie nucleari, lieve e modesto aumento dell’attività mitotica, ma senza capacità di invasione stromale (1).

Tumore Borderline (BOT), tumore di basso potenziale maligno (LMP) e tumore proliferativo atipico sono i tre termini che di solito sono usati per riferirsi a questa patologia (2).

Clinicamente sono difficili da rilevare fino a quando aumentano di dimensione e vengono diagnosticati ad uno stadio piu’ avanzato.

La mancanza di registri per la raccolta dei casi, la casistica limitata e loro caratteristiche istologiche sono alcuni degli ostacoli che il ginecologo deve affrontare nella pratica clinica.

Epidemiologia

L’incidenza di BOT è aumentata nel corso degli ultimi decenni; questo può essere dovuto al miglioramento dell’ accuratezza diagnostica o al cambiamento delle abitudini di stile di vita, compreso l’uso di farmaci per la fertilità e contraccettivi. (4)

I tumori ovarici borderline rappresentano tra il 10% e il 20% di tutti i tumori ovarici epiteliali (6), con un’incidenza di 1,8-4,8 per 100.000 donne ogni anno (3).

Le pazienti con tumori ovarici borderline hanno, in genere, un’età media di circa 45 anni (14), anche se possono essere diagnosticati nella terza decade di età. Un terzo delle pazienti con diagnosi di BOT è al di sotto dei 40 anni di e spesso è candidato alla chirurgia fertility sparing (16).

La tabella seguente illustra la distribuzione dei casi borderline e invasivi per gruppo di età, come riportato nella sesta relazione annuale FIGO (11).

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Eziologia e fattori di rischio

L’eziologia dei BOT non è chiara a causa della mancanza di studi clinici randomizzati e dell’esiguità della casistica. Non ci sono fattori di rischio statisticamente significativi, ma i fattori piu’ frequentemente correlati alla malattia sono:

• uso di farmaci per la fertilità (12)

• menarca precoce

• Età alla prima gravidanza

• età al primo parto

• Storia mestruale

• storia di fumo

• Storia familiare di cancro ovarico.

Alcune mutazioni dei geni BRCA sono state riscontrate in pazienti affette da BOT (2). Il ruolo dei contraccettivi ormonali è controverso (2-3).

Istologia

Il tumore ovarico borderline (BOT) è una forma intermedia tra un tumore benigno e un tumore maligno. I principali criteri istologici per differenziarlo dalle neoplasie maligne è l’assenza di invasione stromale, anche se si possono impiantare sulla superficie peritoneale.

Si differenzia dalle forme benigne per un maggiore indice mitotico e per la presenza di atipia nucleare. La maggior parte dei casi sono diagnosticati allo stadio I, come riportato in molti studi , e per questo si ritiene che i tumori borderline siano più simili a tumori benigni che a quelli maligni, (7-9), anche se la sopravvivenza globale è diverse tra neoplasie benigne e BOT . Il secondo ha una sopravvivenza globale a 5 anni dell’ 87,3%.

Così, tutti i tipi di BOT sono caratterizzati da attività ptroliferativa delle cellule epiteliali e da anomalie nucleari, ma con nessuna crescita infiltrante. Nella tabella seguente è indicata la percentuale degli istotipi piu’ frequenti

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I tumori sierosi borderline (SBOT) si dividono ancora in un sottotipo micropapillare (10%) e in un sottotipo tipico (90%).

I SBOTs rappresentano tra un quarto a un terzo dei tumori maligni sierosi. Per lo più, essi sono confinati dell’ovaio (stadio 1); in alcuni casi si diffondono all’interno del bacino (stadio 2) e alla parte superiore dell’addome (stadio 3).

Una caratteristica anatomopatologica di SBTS è la presenza di focolai di microinvasione, che non incide negativamente sulla prognosi. (5).

I SBOTs sono associati ad impianti peritoneali in circa il 30% dei casi ( gruppo maligno di basso grado). Questi, spesso, sembrano simili al tumore ovarico primario, sebbene possano mostrare atipia maggiore o minore rispetto al tumore primario.

Gli impianti peritoneali di SBT sono stati classificati in categorie non invasive e invasive, che si differenziano per quanto riguarda la prognosi. Il primo tipo presenta una proliferazione con aspetti ghiandolari o papillari. A volte sono presenti corpi psammomatosi e atipie cellulari; in alcuni casi si osserva fibrosi desmoplastica. Gli impianti invasivi sono simili, ma hanno le cellule epiteliali infiltranti lo stroma. Inoltre, atipie nucleari severe e elevata attività mitotica negli impianti sono risultati correlati ad una prognosi infausta (5).

Sebbene i BOT possano avere dimensioni molto variabili, i dati raccolti confermato la tendenza dei tumori con istotipo mucinoso ad essere più grandi di quelli con un istotipo sieroso (10).

I tumori mucinosi borderline (cistadenomi mucinosi) sono divisi in due sottotipi:intestinale (85% ) e mulleriano (15%).

Altri BOT meno comuni comprendono i tumori endometrioidi e i tumori a cellule chiare con attività proliferativa a livello delle cellule epiteliali e anomalie nucleari, ma senza crescita infiltrativa (carcinomi di basso potenziale mitotico), il Tumore di Brenner con malignità borderline.

Altri istotipi comprenono i carcinomi indifferenziati: un istotipo a struttura epiteliale che è troppo poco differenziata per essere classificata in qualsiasi altro gruppo.

I tumori epiteliali misti sono composti da due o più dei cinque principali tipi di cellule di tumori epiteliali comuni che dovrebbero sempre essere riconosciuti e descritti all’esame istologico

I casi con carcinoma a origine intraperitoneale in cui le ovaie risultano interessate ma non sembrano essere l’origine primaria della malattia dovrebbero essere etichettati come carcinoma peritoneale extra-ovarico (2, 11).

Prognosi

I tumori ovarici borderline hanno una prognosi favorevole, ma, a volte, possono verificarsi recidive sintomatiche e anche il decesso per la progressione di malattia.

Sono stati segnalati in letteratura casi di recidiva anche a distanza di venti anni dalla prima diagnosi. (2)

La sesta relazione annuale FIGO riassume tutti i casi di tumori ovarici borderline riportati dal 1958. La sopravvivenza globale a 5 anni è 87,3% e non è praticamente cambiata fino al

1982, quando la sopravvivenza è migliorata passando dal 77% al 89%. (11)

C’è una grande differenza nel tasso di sopravvivenza a 5 anni dei pazienti con tumori borderline rispetto a quella dei pazienti con tumori maligni (sopravvivenza 49,7%). Ciò può essere spiegato con il fatto che la maggior parte dei casi borderline, riportato dalla relazione FIGO, è allo stadio I. (11)

Il tasso di sopravvivenza per le donne con stadio I di un tumore borderline è pari a circa il 95 –

97% a 5 anni e circa il 70% -95% a 10 anni, soprattutto a causa della recidiva tardiva.

Per la fase II-IV la sopravvivenza a 5 anni è solo 65-87%. (13)

I principali parametri che possono determinare una prognosi infausta, in pazienti affetti da tumore ovarico borderline, sono (2):

• stadio FIGO (II-IV);

• MBOT;

• Impianti invasivi piu’ frequenti nei SBOT;

• istotipo papillare;

• presenza di microinvasione;

• chirurgia incompleta o chirurgia fertility sparing;

• recidiva extra-ovarica;

• Carcinoma intracistico

• Età superiore a 40 anni.

Tuttavia, i parametri istopatologici, come l‘istotipo micropapillare e la presenza di microinvasione, sembrano non essere predittivi di recidiva del BOT (17), sebbene il riscontro di gravi atipie nucleari e la presenza di attività mitotica negli impianti peritoneali di SBOTs sono indipendentemente correlati ad una prognosi sfavorevole.

La trasformazione in malattia invasiva e maligna dipende anche dalla presenza di nuove mutazioni che si verificano in K-Ras e / o nei geni BRAF o in PTEN con / senza perdita di eterozigosi e instabilità microsatellite.

Nella letteratura una chirurgia radicale è segnalata come il fattore prognostico più importante per ridurre il rischio di recidiva. D’altra parte, la chirurgia conservativa è correlata con un tasso di 10-30% di recidiva, contro il 0,5% dopo chirurgia radicale (14).

Diagnosi

Quasi il 30% delle pazienti con tumori borderline sono asintomatiche; circa il 50-60% si lamentano di sintomi non specifici, come dolore addominale o distensione addominale, e il 10% ha sanguinamenti anomali. (4) Per lo più le masse asintomatiche vengono rilevate durante le visite di routine ginecologiche attraverso visita ginecologica ed ecografia.

L’ecografia è lo strumento diagnostico principale, ampiamente utilizzato, sia per rilevare la massa sia per classificarla come benigna o maligna. (2) Il gruppo (International Ovarian Tumor Analysis) IOTA ha progettato e convalidato un linguaggio e dei criteri, come ad esempio LR1 e LR2 ( modelli logistici di regressione 1 e 2), regole semplici e di facile descrizione, in grado di standardizzare e semplificare l’interpretazione dei risultati ecografici.

LR1, LR2 e le simply rules hanno dimostrato una grande prestazione diagnostica con una sensibilità rispettivamente del 92%, 92% e 89% e una specificità del 87%, 86% e 93% nel differenziare tra le masse benigne e maligne (18).Recentemente lo IOTA ha pubblicato un algoritmo definito ADNEX model che è il primo modello di rischio che permette di differenziare le tumefazioni ovariche in benigne e nei 4 tipi di neoplasie ovariche: border, stadio I, stadio II-IV e tumori metastatici secondari, ma non si puo’ ancora considerare un modello da utilizzare nella pratica clinica quotidiana. (83).

Nonostante elevata precisione nell’identificazione masse maligne, vari studi hanno dimostrato una grande prevalenza di diagnosi errata in caso di tumori borderline. I tumori borderline insieme con fibromi, e cistadenomi sierosi e mucinosi / cystadenofibromi sono classificati correttamente nel 78% dei casi; mentre il 13% di loro rimangono non classificati e il 9% sono classificati in modo non corretto dopo una valutazione ecografica anche da parte di un esaminatore esperto (23). Un altro studio ha osservato che, dopo una ecografia anche in mani esperte solo il 47% dei tumori borderline sono correttamente classificati , il 24% non sono classificati o riconosciuti e il 29% sono erroneamente classificati come benigni (25). Inoltre le simple rules IOTA,i modelli di regressione logistica, CA125 e RMI non aiutano quando la valutazione soggettiva fallisce (23). Anche le simply rules IOTA non hanno dimostrato una grande prestazione diagnostica, valutando correttamente solo il 50% dei tumori borderline. (24) Altri tipi di masse annessiali, come endometriomi, teratomi benigni, cisti semplici cisti funzionali e carcinoma ovarico avanzato primario raramente causano problemi diagnostici (26). I tumori BOT mal diagnosticati per lo più appaiono come cisti uniloculari o come uniloculari – solide e non c’è modo dimostrato di distinguerli da cisti benigne prima di sottoporle ad un esame istologico (27). In caso di cisti uniloculare-solida, il rischio di malattie borderline e invasive sono circa 10 e 20%, rispettivamente (59). In particolare, il tipo intestinale MBOT viene classificato il ​​16% delle volte come cistoadenoma mucinoso (28).

Anche se l’aspetto macroscopico di ogni sottotipo di tumore BOT è stato studiato a fondo e descritto nei singoli particolari, la maggior parte delle caratteristiche ecografiche si sovrappongono con quelle delle masse benigne e non è sempre agevole la diagnosi differenziale (29).

I tumori borderline sono classificati erroneamente come masse benigne o maligne. Uno studio ha dimostrato che il BOT e i tumori epiteliali ovarici invasivi diagnosticati al I stadio hanno caratteristiche ecografiche simili Raramente appaiono come tumefazioni solide singole e il fluido è in gran parte descritto con basso livello ecogenicità o aspetto vetro smerigliato (31).

Il flusso di sangue non è un indicatore utile quando si tratta di distinguere tra BOT e carcinoma invasivo, come rivelato da alcuni studi (32; 33). Anche l’ecografia 3D, anche se promettente, non ha mostrato grandi miglioramenti nel predire neoplasie ovariche, BOT inclusi (34).

La presenza di ascite sembra essere l’unica caratteristica affidabile per differenziare cancri ovarici invasivi da BOT, insieme con l’età della paziente (34).

La corretta classificazione dei BOT, anche dopo una accurata diagnosi , è difficile, ma gli ultrasuoni sono in grado di fornire una visione dettagliata del bacino, e l’ ecografia transvaginale e’ in grado di rilevare gli impianti peritoneali su scansioni transvaginale e transaddominali con elevata precisione (91% -95%) (35).

Inoltre, l’ecografia è uno strumento utile per la stadiazione e la pianificazione dell’intervento (36).

La TAC non è spesso usata per studiare BOT e non sembra per migliorare l’accuratezza diagnostica (37). Uno studio di Grabowska-Derlatka et al, ha valutato le masse annessiali tenendo conto dei seguenti criteri:

1. Il numero di vasi in ​​proiezioni papillari, la presenza di componente solida tessuto, e setti

2. la presenza di serpentine e la configurazione caotica di vasi,

3. Presenza di microaneurismi,

4. Presenza di microfistole artero-venose.

Se tre o più criteri erano presenti, la massa era considerata un tumore ovarico; se due o meno criteri erano presenti, è stato considerato un tumore borderline.

Questi criteri angiografici hanno dimostrato elevata sensibilità (97%) e specificità (96%) nel differenziare i tumori ovarici borderline dai cancri ovarici invasivi(38) Un limite di questo studio è che la TAC è stata eseguita solo nelle masse maligne già classificate dagli ultrasuoni.

Ci sono anche dati che riportano l’utilità della risonanza magnetica. Uno studio condotto da Zhao, ha dimostrato che la RM può essere utilizzata per identificare i bot e i cistoadenomi mucinosi. Le caratteristiche più importanti sono la struttura a nido d’ape, l’elevata intensità di segnale su T1pesata e bassa intensità di segnale in T2 pesata del contenuto intracistico, la presenza di setti o parete ispessita, e noduli intramurali o proiezioni papillari di oltre 5 mm di dimensioni. (39)

La risonanza magnetica è in grado di riconoscere specifici tipi di tessuti (sangue, grasso, tessuto fibroso) in base alle proprietà del segnale e permette una diagnosi sicura di lesioni ovariche benigne come cisti emorragiche, endometriomi, cisti dermoidi, e fibromi o tecomi e fibrotecomi.

Dovrebbe essere usata per valutare le lesioni complesse sospette che non possono essere identificate mediante ultrasuoni. (37)

La tomografia ad emissione di positroni / tomografia computerizzata ha mostrato risultati superiori rispetto alla sola CT (37). In ogni caso alcuni sottotipi di tumori borderline, cellule chiare e mucinoso, hanno un assorbimento FDG inferiore, suggerendo che SUVmax può variare a seconda del tipo istologico del tumore. E ‘stato anche riportato che anche un corpo luteo emorragico può avere un alto assorbimento di FDG e rendere sospetto il quadro clinico riscontrato alla scansione PET. (40; 41) Per queste ragioni, la PET non è considerata un metodo diagnostico affidabile in caso di BOT.

Biomarcatori

Il biomarcatore più comunemente usato è CA125. Recentemente HE4 è stato introdotto e utilizzato per identificare i tumori ovarici epiteliali e l’algoritmo ROMA è stato creato per unire CA125 e HE4 per ottenere una migliore performance diagnostica. Un recente studio condotto da Braicu et al., Ha misurato CA125, HE4 e calcolato l’algoritmo ROMA su 167 donne con BOT o la massa benigna. Lo studio ha anche cercato significative differenze nei valori marcatori tra BOT con impianti peritoneali e BOT senza impianti peritoneali. Il CA 125 ha mostrato una maggiore AUC (0,762), rispetto al HE4 (0,723) e ROMA (0,728). Nessuno di loro, comunque, ha mostrato differenze significative tra BOT con impianti peritoneali e BOT senza impianti peritoneali.

Nella revisione sistematica di du Bois et al., i livelli di CA125 sono risultati negativi (CA125 ≤35 U / ml) in 53,8% dei 1.937 pazienti con tumori borderline analizzati.

In conclusione, sia CA125 chee HE4 più la loro combinazione (algoritmo ROMA), non sono indicatori affidabili per la diagnosi di BOT o per predire la presenza di impianti peritoneali (4; 42; 43).

Istologico al congelatore intraoperatorio

Il tumore ovarico borderline è relativamente una nuova entità e non rappresenta una sfida per i patologi da diagnosticare intraoperatoriamente. Essa può derivare dal fatto che BOT è una forma intermedia, avente le proprietà di entrambi, tumori benigni e maligni. Inoltre, alcuni tumori possono presentare aspetti tanto borderline quanto maligni. Uno studio condotto da Ureyen et al., ha messo a confronto l’esito al congelatore con la diagnosi definitiva di 145 pazienti con tumori borderline. La concordanza per il gruppo totale di BOT, per l’ istotipo sieroso e istotipo mucinoso erano 79%, 92% e 62%, rispettivamente. La bassa concordanza, in caso di MBOT, può essere dovuta alla loro massa voluminosa e alla difficoltà di esaminare l’intera massa per riscontrare la presenza di lesioni invasive

In conclusione, una diagnosi errata di BOT, in particolare del sottotipo mucinoso, su sezioni congelate può accadere e deve essere tenuto in considerazione quando si deve decidere la miglior strategia terapeutica in corso di intervento chirurgico

Trattamento

Condizioni Generali

Il trattamento chirurgico di BOT dipende dall’età del paziente, dal desiderio di intraprendere una gravidanza, dallo stadio alla diagnosi, e dalla presenza o l’assenza di impianti invasivi.

Un terzo dei pazienti BOT è più giovane di 40 anni e gli aspetti di conservazione della fertilità sono diventati un problema notevole, quando il piano di trattamento è definito. Lo stadio, una incompleta stadiazione chirurgica e il tumore residuo, in caso dipreservazione della fertilità sono fattori prognostici indipendenti per la recidiva della malattia.

Non ci sono studi prospettici randomizzati disponibili per la gestione clinica. Pertanto, le raccomandazioni per la consulenza e il trattamento sono basate principalmente su esperienze di analisi retrospettiva e monocentrici.

Ci sono due tipi di trattamento chirurgico (36):

1. fertility sparing: tutti i seguenti requisiti devono essere soddisfatti: donne <40 anni di età che vogliono preservare la loro fertilità, che sono motivate a periodici e ravvicinati follow-up, e che non hanno impianti invasivi.

2. radicale: per i casi che presentano alcune delle seguenti: pazienti> 40 anni di età, i loro desideri di gravidanza a termine, avrebbero difficoltà a aderire al follow-up esigenze, e gli impianti invasivi.

La citoriduzione ottimale è un fattore prognostico indipendente, che incide profondamente sulla sopravvivenza della paziente. La morte si verifica nel 12% di pazienti che sono state trattate correttamente rispetto al 60% di coloro che hanno ricevuto un trattamento insufficiente (36).

Chirurgia Radicale

Nelle donne in post-menopausa e in coloro che hanno soddisfatto i loro desideri riproduttivi, il trattamento raccomandato e iniziale per tumori borderline è lo stesso a cui sono sottoposte le pazienti con cancro invasivo. La procedura chirurgica che dovrebbe essere eseguita comprende:

• isterectomia,

• annessiectomia bilaterale,

• omentectomia,

• biopsie multiple, e

• la citologia peritoneale.

Lo scopo è quello di rimuovere l’intera malattia che è macroscopicamente visibile. Nel caso di BOT mucinoso, una appendicectomia deve essere eseguita.

Un intervento chirurgico sarà considerato incompleto in caso non vengono effettuate tutte le procedure o se viene eseguito un intervento chirurgico risparmiando fertilità. (53)

La chirurgia non ottimale nei pazienti con BOT ha una prognosi infausta, perché senza un’esplorazione peritoneale accurata, potrebbero rimanere gli impianti peritoneali invasivi. Inoltre, una stadiazione non ottimale è considerato un fattore predittivo di recidiva, dal momento che le donne con un intervento chirurgico incompleto presentano un due-volte superiore tasso di ricaduta. (19)

Nelle pazienti con una superficie peritoneale macroscopicamente normale all’esplorazione, biopsie random non hanno dimostrato efficacia nell’ aumentare la sopravvivenza. Solo in presenza di un pattern micropapillare, la chirurgia peritoneale è necessaria per la corretta stadiazione di un SBOT. (50)

Il ruolo della linfadenectomia è stata discussa; linfoadenectomia pelvica e aortica non migliora il tempo libero da malattia o tasso di sopravvivenza globale per le donne con BOT.La linfoadenectomia è necessaria solo in casi di pazienti con diffusione peritoneale e linfoadenomegalia durante l’esplorazione chirurgica o alla TAC. (50)

La laparoscopia è spesso utilizzata per il trattamento conservativo. In uno studio condotto da Fauvet et al (69) le pazienti sottoposte a laparoscopia hanno avuto un tasso maggiore di trattamento conservativo e di rottura cisti che nel gruppo laparotomia. Al contrario il tasso di completa stadiazione era più bassa nel gruppo laparoscopia. Nessuna differenza nel tasso di recidiva è stata osservata tra i due metodi chirurgici, ma un più alto tasso di recidiva è stato osservato dopo trattamento conservativo.

Tutte le procedure laparoscopiche devono essere eseguite da chirurghi oncologici ampiamente addestrati, al fine di ottenere stadiazione ottimale chirurgico, completo debulking, e migliori risultati sia in termini di tasso di conservazione libera da recidiva della sopravvivenza e della fertilità (4; 45; 46).

Trattamento Adiuvante

Nella malattia in stadio precoce (stadio I o II), non è necessario nessun ulteriore trattamento,soprattutto se siamo in presenza di tumore residuo assente.

È noto che la risposta agli usuali agenti citotossici in queste patologie è bassa, probabilmente legato al lento proliferazione di questi tumori. Inoltre, non sembrano rispondere a terapie ormonali anche se esprimono recettori per gli estrogeni positivi nel 90% dei casi.

I dati sul ruolo della chemioterapia per prevenire le ricadute non sono chiari; BOT trattati dopo l’intervento chirurgico con la chemioterapia o la radioterapia mostrano ancora alta malattia persistente o ricorrente. Uno studio retrospettivo del Gynecologic Oncology Group (GOG) ha dimostrato un tasso di mortalità del 0,7% dopo 5 anni in donne che non hanno ricevuto la terapia adiuvante (21).

L’uso della chemioterapia adiuvante in donne con una fase avanzata BOT è controverso, perché non vi è alcuna prova che mostrano vantaggi nell’uso di questa terapia (22).

I fattori che suggeriscono un più alto tasso di recidive invasive sono:

– SBOT con impianti invasivi;

– SBOT con presenza di microinvasione;

– SBOT con un modello micropapillare;

– MBOT con tumore intraepiteliale;

– MBOT dopo cistectomia;

– coinvolgimento peritoneale dopo l’intervento chirurgico.

L’unica situazione in cui è stata dimostrata l’utilità della chemioterapia è dopo

chirurgia per i BOT sierosi con impianti invasivi. Il regime utilizzato è lo stesso di quella per carcinoma invasivo

La terapia ormonale sostitutiva (HRT) per prevenire le malattie cardiovascolari e osteoporosi e migliorare la qualità della vita è una questione importante, come molti pazienti con BOT sono relativamente giovani donne. Per queste ragioni, la TOS deve essere offerto a quesei pazienti. (51)

Chirurgia Fertility Sparing

L’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OCSE) nel 2012 ha pubblicato una analisi circa l’età media delle donne alla nascita del loro primo figlio. L’Italia, insieme con Regno Unito e Germania, è uno tra i paesi con le madri più vecchie (60). Questi dati sono rilevanti, mentre si avvicina un paziente nullipara in premenopausa con una massa annessiale sospetta. Inoltre, si deve considerare che un terzo dei pazienti con diagnosi di BOT sono più giovani di 40 anni di età (16).

Il primo fattore chiave da considerare, diversa dalla malattia stessa, è il desiderio della paziente o dei genitori se minorenne, di mantenere la fertilità. Altri fattori principali sono l’età, la storia ostetrica, la storia familiare, una storia di infertilità e la causa, se conosciuta (61).

La chirurgia fertility sparing richiede conservare almeno una parte di un ovaio e l’utero. (2)

Come già discusso nelle sezioni precedenti, circa la metà dei tumori ovarici borderline sono correttamente classificati prima dell’intervento, circa un terzo è considerato benigno e la percentuale restante è non classificato (25).

Tuttavia, la chirurgia conservativa, può diminuire la fertilità dei pazienti, dal 10% al 35%, a causa d di aderenze pelviche e il tasso di recidiva è alto dopo chirurgia conservativa (10% al 20% rispetto al 5% circa chirurgia radicale).

Per lo stadio I, un approccio di trattamento conservativo può essere utilizzato e le opzioni sono:

1. ooforectomia unilaterale,

2. ovarosalpingectomia monolaterale

3. cistectomia.

Inoltre, proprio come per la chirurgia radicale,deve essere eseguita l’esplorazione della cavità addominopelvica,l’ omentectomia, il lavaggio peritoneale, la resezione delle lesioni sospette, biopsie multiple peritoneali .

Nello stadio I, il rischio di recidiva di BOT e invasiva in pazienti trattate in modo conservativo sono statisticamente aumentati nelle pazienti con una SBOT, in pazienti sottoposte a cistectomia, in pazienti con malattia in stadio IB e nelle pazienti che hanno avuto una patologia micropapillare (MPP). Il sottotipo mucinoso e la presenza di un MPP erano fattori prognostici per la malattia invasiva (62). Come conseguenza, in caso di BOT mucinoso o BOT sieroso con il modello micropapillare, la sola cistectomia non è raccomandata per l’elevato rischio di recidiva in forma di carcinoma (13% di recidiva rispetto al 2% in BOT sierose senza protesi peritoneale).

Il rischio di ricaduta a seconda dello stadio della malattia, quando viene eseguito un intervento chirurgico di fertility-sparing, è mostrato nella tabella seguente.

border-italiano-3

Tutti i BOT sono caratterizzati da bassa cinetica proliferativa. La malattia allo stadio II e III comprende la presenza di impianti peritoneali che possono essere invasivi o non invasivi. Nel seondo caso è possibile effettuare una chirurgia conservativa che deve comunque asportare tutti gli impianti.

La presenza di impianti invasivi è correlata con un rischio maggiore di traformazione carcinomatosa e un piu’ alto rischio di recidiva del BOT .

Se si è optato per una chirurgia fertility sparing anche in presenza di impianti invasivi è fondamentale sottoporre la paziente ad uno stretto Follow up, ad una corretta stadiazioe chirurgica e alla radicalizzazione chirurgica della malattia al termine della eventuale gravidanza.

In uno studio su 801 pazienti con BOT si è visto che i fattori predittivi per un basso PFS sono correlati all’età, allo stadio di malattia, all’istotipo, al valore di ca 125 e alla chirurgia conservativa. I dati di recidiva in base al tipo di chiurgia di uno studio di Du Bois sono riportati nella tabella seguente

border-italiano-4

Questi dati indicano che la chirurgia conservativa aumenta il rischio di recidiva pur senza impattare negativamente sulla sopravvivenza globale. Altri dati di letteratura indicano che puo’ peggiorare la PFS. Dati recentissimi pubblicati da Helpman e coll dimostrano che in pazienti entro i 35 anni di età la chirurgia conservativa è fattibile e non aumenta il rischio di recidiva nemmeno negli stadi avanzati(84).

Una review sistematica pubblicata nel 2012 ha calcolato che il tasso di gravidanza in pazienti sottoposte a terapia conservativa per il BOT si aggira intorno al 54%. I fattori prognostici per la fertilità sono:

– il tipo di terapia conservativa

– età

– istotipo del BOT

– approccio laparoscopico vs laparotomico

– chirurgia ripetuta

Sugli ultimi due punti mancano dati di letteratura e studi clinici randomizzati che speriamo vengano condotti quanto prima.

Le pazienti con BOT mucinoso hanno un tasso di gravidanza piu’ alto rispetto a quelle con BOT sieroso: forse cio’ è dovuto al fatto che l’istotipo sieroso piu’ spesso è bilaterale ed esteso al peritoneo. Inoltre si è visto che le pazienti con BOT sieroso anno spesso anamnesi positiva per infertilità.

Rischio di recidiva e follow up

Lo stadio FIGO è il fattore prognostico principale per valutare il richio di recidiva e la sopravvivenza delle pazienti. Quando il BOT è diagnosticato allo stadio I la OS a 5 anni è del 97-99%, mentre scende a 70-95% a 10 anni per la comparsa di recidive tardive. Negli stadi II e III la sopreavvivenza a 5 anni varia dal 65 fino all’87%.

Come abbiamo già detto in precedenza i fattori di richio principali sono legati all’istotipo , allo stadio alla diagnosi e al tipo di chirurgia.

Lo scopo del follow up in generale è quello di diagnosticare precocemente le recidive in particolare quelle invasive e migliorare i tassi di fertilità nelle donne giovani trattate in maniera conservativa. Negli stadi iniziali il follow up è molto importante per diagnosticare precocemnete le recidive per poter consentire ancora una chirurgia conservativa in assenza di impianti invasivi.

Il rischio di trasformazione di un BOT in carcinoma invasivo è del 2-4%; in genere i carcinomi invasivi sono di basso grado.

Le recidive possono svilupparsi anche dopo molti anni dal primo trattamento.

La visita di follow up deve comprendere l’esplorazione pelvica e il dosaggio del ca 125. Alcuni autori hanno consigliato di agiungere anche il ca 19.9, anche se l’uso dei marcatori in letteratura è controverso.

Nel caso si sospetti una recidiva pelvica l’esame di prima scelta è l’ecografia TV a cui si puo’ aggiungere una RM pelvica.

Possiamo concludere che la diagnosi ed il trattamento della patologia borderline dell’ovaio è una sfida multidisciplinare per tutti i ginecologi oncologi e che è necessario inviare le pazienti in centri di riferimento per poter garantire il miglior trattamento possibile a tutte le nostre pazienti

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Oncologia

Dott.ssa Elisa Bellini Medico Oncologo, Consulente c/o Oncologia Medica 2 Città della Salute e della Scienza di Torino

La neutropenia febbrile (NF) è una complicanza frequente dei trattamenti chemioterapici, con un’incidenza stimabile tra il 10 e il 57% (linee guida ESMO, 2010) ed un rischio maggiore nel primo ciclo di chemioterapia (35% dei casi) (1).

Il grado di neutropenia è definito secondo i criteri di tossicità NCI-CTCAE versione 4.2 (Tabella 1).

La NF si classifica come conta dei neutrofili ≤500/mm3 associata a rialzo termico>38,5°C per una durata superiore ad un’ora.

La neutropenia e le complicanze ad essa correlate rappresentano la principale tossicità dose-limitante della chemioterapia.

Il grado e soprattutto la durata della neutropenia possono favorire l’insorgenza di infezioni potenzialmente fatali, per il cui trattamento si impone l’ospedalizzazione e l’utilizzo di terapia antibiotica ad ampio spettro. L’incidenza totale di mortalità a seguito di ospedalizzazione per neutropenia febbrile è del 9.5%, raggiungendo il 21% in soggetti compromessi con più comorbilità (2).

La neutropenia, inoltre, può determinare la dilazione dei trattamenti (dose intensity) o la riduzione delle dosi dei farmaci chemioterapici somministrati (dose density), con conseguente diminuzione dell’efficacia terapeutica ed aumento dei costi di gestione del paziente. E’stato dimostrato che il 45% delle pazienti che ricevono un trattamento chemioterapico adiuvante per carcinoma mammario in stadio precoce sono sottoposte almeno una volta a riduzione di dose della chemioterapia pianificata o un ritardo nei tempi di somministrazione della stessa a causa della neutropenia riportata nel ciclo precedente (3).

Ciascun paziente che si sottopone ad un trattamento di chemioterapia leucopenizzante deve essere inquadrato dal clinico in una specifica classe di rischio per l’insorgenza di neutropenia G3-G4.

I fattori di rischio che aumentano l’incidenza di neutropenia febbrile si possono suddividere in tre gruppi:1)Trattamento correlati: la tipologia di regime chemioterapico, le precedenti linee di chemioterapia con farmaci mielosopressivi, la concomitante o pregressa radioterapia sul midollo osseo, l’insorgenza di neutropenia complicata nel ciclo precedente; 2)paziente correlati: l’età, il Performance Status, le comorbilità, 3)patologia correlati lo stadio avanzato di malattia, il coinvolgimento tumorale midollare, elevati livelli di LDH (linfoma).

Per ridurre l’incidenza della neutropenia e delle sue complicanze, permettendo l’ottimale somministrazione dei farmaci e il mantenimento di un’adeguata dose-intensity, si può utilizzare il G-CSF (Granulocyte Colony Stimulating Factor) nelle sue tre formulazioni: il Filgrastim, non glicosilato, e di cui sono disponibili diverse molecole biosimilari, il Lenograstim, glicosilato, e le formulazioni Long-Acting Pegfilgrastim (peghilato di Filgrastim) e Lipegfilgrastim.

Il G-CSF può essere utilizzato in profilassi primaria fin dal primo ciclo di chemioterapia in regimi in cui l’incidenza attesa di NF sia>20% oppure compresa tra il 10 e il 20% in presenza di fattori di rischio. L’utilizzo in profilassi secondaria è raccomandato per i pazienti che abbiano avuto un pregresso episodio di NF e per i quali il mantenimento di una corretta intensità di dose può influenzarne l’outcome.

Il Filgrastim a causa della sua breve emivita (3.5 ore) deve essere somministrato giornalmente 24-72 ore dopo la chemioterapia fino al raggiungimento di valori di neutrofili superiori a 1.000/mm3 dopo il nadir, rendendo pertanto necessari frequenti controlli emometrici.

La glicosilazione aumenta in Lenograstim la stabilità della molecola, l’affinità per il recettore specifico e l’efficacia nella mobilizzazione dei PMN (Granulociti polimorfonucleati). Lenograstim, inoltre, determina la formazione di neutrofili maturi e quindi normofunzionanti capaci di riprodurre le normali cinetiche di risposta neutrofilica quando esposti a stimoli adeguati.

Per aumentare l’emivita del farmaco si è cercato, con tecniche di ingegneria molecolare, di ridurre o eliminare la clearance renale, mantenendo soltanto la clearance mediata dai neutrofili, dando vita alle formulazioni Long-Acting. Il Pegfilrastim si presenta come un coniugato del Filgrastim al glicole-monometossipolietilenico (PEG=Poli-etilen-glicole). Il PEG è solubile in acqua, è relativamente inerte e possiede un profilo tossicologico sicuro, non ha potere immunogenico. Pertanto, la configurazione del PEG alle proteine del Filgrastim offre i seguenti vantaggi: eliminando la clearance renale aumenta l’emivita del farmaco che non necessita più di somministrazioni quotidiane, evita fluttuazioni ampie nelle sue concentrazioni plasmatiche, aumenta la stabilità della molecola proteggendola da una metabolizzazione troppo rapida.

La clearance sierica di Pegfilgrastim è neutrofilo-mediata e decresce all’aumentare della dose. Infatti, in accordo con un meccanismo di auto-regolazione, la concentrazione sierica di Pegfilgrastim si mantiene stabile per tutto il periodo della neutropenia e declina rapidamente in coincidenza con la risalita dei neutrofili.

La concentrazione sierica massima di Pegfilgrastim si osserva da 16 a 120 ore dopo la somministrazione di una singola dose sottocutanea di 6 mg da effettuare 24-72 ore dopo la chemioterapia.

Il Lipegfilgrastim è un coniugato glicosilato e peghilato Long Acting da utilizzare in monosomministrzione 24 ore dopo la chemioterapia, disponibile in commercio in Italia da Luglio

2014 con delibera AIFA del 13 Maggio 2014.

Il G-CSF è solitamente ben tollerato. L’effetto indesiderato più comune avvertito nel 26% dei pazienti trattati è il dolore osseo, generalmente di entità lieve o moderata ed in genere controllabile con l’assunzione di Paracetamolo o Analgesici non oppioidi. Nessun paziente ha sospeso il trattamento in studi clinici a causa del dolore osseo.

Gli eventi avversi più temibili, anche se rari, sono: la sindrome acuta da di stress respiratorio (ARDS) , in pazienti con sepsi, probabilmente determinata dall’afflusso di neutrofili nel sito di infiammazione del polmone, la rottura della milza in pazienti con splenomegalia che hanno utilizzato Filgrastim per la mobilizzazione delle cellule staminali per autotrapianto. In casi di ARDS o aumento volumetrico della milza, la terapia va immediatamente sospesa. In letteratura vengono anche descritti casi di severe crisi di falcizzazione in pazienti affetti da anemia drepanocitica, più controverso il rischio di leucomi acuta mieloide o mielodisplasia in donne che ricevono G-CSF durante la chemioterapia adiuvante per tumore della mammella.

Un recente studio osservazionale multicentrico italiano ha evidenziato come l’utilizzo del daily-G-CSF nella pratica clinica, senz’altro più economico dell’analogo Long Acting, esuli dalle raccomandazioni delle linee guida nazionali ed internazionali, inficiandone così i potenziali benefici e le finalità del trattamento(4).

Su un totale di 518 pazienti arruolati e sottoposti a trattamento con G-CSF, il 42% di essi inizia la terapia con Filgrastim oltre le 72 ore dal termine della chemioterapia. Complessivamente l’86% dei pazienti riceve meno di sei somministrazioni totali di G-CSF ed il 47% viene trattato con un numero inferiore a 4 somministrazioni consecutive. Tutto ciò si traduce in una maggiore incidenza di riduzione di dosaggio e di ritardo nelle somministrazione dei chemioterapici tra un ciclo e l’altro. Maggiore aderenza alle raccomandazioni e omogeneità di utilizzo sembrerebbe legata all’uso del Pegfilgrastim. E’necessario, pertanto, fornire degli specifici programmi educazionali agli operatori ai fini di ottenere i migliori risultati in termini di outcome e annullare l’inutile perdita di risorse economiche.

Neutropenia - Bellini

Bibiliografia
1. Pettengell R, Schwenkglenks M, Leonard R, Bosly A, Paridaens R, Constenla M, Szucs TD, Jackisch C. Neutropenia occurrence and predictors of reduced chemotherapy delivery: results from the INC-EU prospective observational European neutropenia study. Support Care Cancer. 2008 Nov;16(11):1299-309.

2. Kuderer NM, Dale DC, Crawford J, Cosler L, Lyman G. Morbidity and cost associated with febrile neutropenia in adult cancer patients. Cancer. 2006;106:2258-2266.

3. Link BK, et al. Delivering adjuvant chemotherapy to women with early-stage breast carcinoma: current patterns of care. Cancer, 2001;92:1354-1367.

4. Barni S, Lorusso V, Giordano M, et al. A prospective observational study to evaluate G-CSF usage in patients with solid tumors receiving myelosuppressive chemotherapy in Italian clinical oncology practice. Med Oncol. (2014) 31:797.

Oncologia

de concilisDott. Enrico Maria Romano De Conciliis, specialista in Oncologia Medica (focus principale ca. mammella), Dirigente medico I° livello c/o Ospedale Cardinal Massaia di Asti, Day-hospital di Onco-ematologia.

Introduzione

Uno degli obiettivi più importanti nel trattamento chemioterapico adiuvante e neo-adiuvante del carcinoma mammario è il mantenimento della “dose intensity”. Una riduzione dell’intensità di dose riduce infatti le percentuali di risposte complete o di guarigione di una neoplasia in trattamento.

Nel carcinoma mammario molti degli schemi attualmente in uso nel setting adiuvante e neo-adiuvante (FEC 100, DTX, TC, TAC, EC) sono in grado di provocare neutropenia febbrile in una percentuale variabile ma comunque rilevante di pazienti. Si rende necessario pertanto l’impiego dei fattori di crescita granulocitari per prevenire la neutropenia febbrile e consentire lo svolgimento della terapia nei tempi e con le dosi previste.

Nostra esperienza

Presso il Day-hospital onco-ematologico dell’Ospedale Cardinal Massaia di Asti negli ultimi tre anni sono state trattate con chemioterapia adiuvante o neo-adiuvante 187 pazienti con nuova diagnosi di carcinoma mammario.

Di queste pazienti circa due terzi (130/187) sono state sottoposte a schemi chemioterapici in cui l’incidenza attesa di neutropenia febbrile è superiore al 20% : FEC 100, EC accelerato “ dose-dense”, Docetaxel (in mono-chemioterapia a 100 mg/mq o in associazione a Ciclofosfamide), antracicline + taxano in associazione (TAC).

Le pazienti venivano sottoposte a profilassi primaria con pegfilgrastim, la forma pegilata di G-CSF sintetizzata coniugando covalentemente il filgrastim e una molecola di glicole monometossipolietilenico (PEG), che ne riduce la clearance plasmatica.

La formulazione pegilata rende possibile un’unica somministrazione per ogni ciclo di terapia, ed è stata approvata alla dose singola di 6 mg sottocute per ogni ciclo chemioterapico.

Abbiamo somministrato la terapia di supporto a partire dal primo ciclo di chemioterapia (profilassi primaria).

Poichè il pegfilgrastim non deve essere somministrato nei 14 giorni che precedono la chemioterapia come anche nelle 24 ore successive alla stessa, in caso di impiego di antraciclina veniva somministrato 48 ore dopo il ciclo di chemioterapia. Nel caso di impiego di Docetaxel il farmaco veniva somministrato 72 ore dopo il ciclo di chemioterapia.

Risultati

Nelle 130 pazienti così trattate si è verificato un solo decesso per pancitopenia tardiva, mentre delle 7 pazienti che hanno interrotto precocemente la chemioterapia per tossicità, solo in una si è verificata una pancitopenia, con conseguente ricovero ospedaliero, nonostante l’impiego del peg-filgrastim.

Laddove necessaria, si è determinata una migliore risposta alle terapie antibiotiche, generalmente condotte con l’impiego di levofloxacina.

Va sottolineato come, nel dicembre 2014, in un periodo di momentanea indisponibilità del farmaco, nonostante l’impiego del filgrastim non pegilato, si sono verificati tre ricoveri per complicanze infettive acute da neutropenia febbrile.

Complessivamente è stato riferito un miglioramento della qualità di vita con riduzione dell’astenia legata alla neutropenia.

Le neutropenie non febbrili sono state di durata ridotta.

In nessuna delle pazienti si è resa necessaria una riduzione delle dosi di chemioterapia, né un rinvio del ciclo per problemi legati alla neutropenia.

Considerazioni

A causa del costo elevato, equivalente a 11 fiale di G-CSF, il pegfilgrastim non va considerato un’alternativa di routine al G-CSF, ma viene impiegato solo come trattamento per la riduzione dell’incidenza di infezioni dovute a neutropenia febbrile nei pazienti affetti da neoplasie non mieloidi, sottoposti a terapia con farmaci antineoplastici mielosoppressivi, il cui impiego sia associato ad una incidenza clinica significativa di neutropenia febbrile o come trattamento di supporto in regimi chemioterapici accelerati “dose dense”, quando indicati per specifiche situazioni di malattia.

Abbiamo quindi scelto l’impiego del pegilato per la praticità di somministrazione (sottocute), la possibilità di una mono somministrazione e la posologia adattabile a tutti gli schemi di chemioterapia adoperati (1f ogni 21 giorni o ogni 14 nei cicli dose-dense).

Il farmaco è ben tollerato. Il più frequente effetto collaterale, il dolore osseo post somministrazione dovuto all’espansione della massa midollare, si è verificato in una percentuale di casi molto maggiore rispetto alle attese (oltre l’80% delle pazienti vs il 25%), ma è stato in genere moderato e comunque ben controllato dalla premedicazione con paracetamolo o altri analgesici non oppioidi, eventualmente ripetuta nelle ore successive. Solo 15 delle pazienti trattate ha preferito passare all’assunzione del filgrastim non pegilato (dose variabile tra 5 e 7 fiale) senza peraltro una riduzione sostanziale della tossicità.

L’incidenza di piastrinopenie ed incremento di LDH e fosfatasi alcalina è stata modesta (5-10%).

Si segnalano occasionali episodi di riacutizzazione di condizioni infiammatorie e di comparsa di rush cutanei.

Per ciò che riguarda una valutazione complessiva del trattamento, gli elementi favorevoli superano gli svantaggi. Si è potuta osservare globalmente una migliore compliance delle pazienti verso la mono somministrazione rispetto alla somministrazione refratta in 7-11 dosi.

Va considerato inoltre che la gestione della neutropenia febbrile comporta costi elevati, legati alla morbilità (degenza, terapie antibiotiche mirate, esami diagnostici radiologici) nonché un aumento della mortalità. Una sua prevenzione risulta pertanto in un risparmio di risorse economiche.

La corretta somministrazione delle chemioterapie adiuvante e neo-adiuvante, in accordo con il concetto di efficacia legato alla dose-intensity, determina infine una maggiore percentuale di OS e PFS. Da ciò ne consegue un ridotto numero di recidive che permette di risparmiare alle pazienti ulteriori linee di chemioterapia, indagini diagnostiche e a terapie di supporto, con un notevole beneficio sulla qualità di vita.

Bibliografia

Sul concetto di dose-intensity :

– Skipper HE et al. : Experimental evaluation of potential anticancer agents: XII. On the criteria and kinetics associated with curability of experimental leukemia. Cancer Chemotherapy Rep 1964; 35 : 1-111

– Norton LA : A Gompertzian model of human breast cancer growth. Cancer Res 1988; 48: 7067-7071

Sull’uso dei fattori di crescita :

– Holmes FA et al. : Blinded, randomized, multicenter study to evaluate single administration pegfilgrastim once per cycle versus daily filgrastim as an adjunct to chemotherapy in patients with high-risk stage II or stage III/IV breast cancer. J Clin Oncol 2002; 20: 727-73122

– Kuderer NM et al : Mortality, morbidity and cost associated with febrile neutropenia in adult cancer patients. Cancer 2006; 106: 2258-2266

– von Minkwitz G et al : Pegfilgrastim +/- ciprofloxacin for primary prophylaxis with TAC chemotherapy for breast cancer. Results from the GEPARTRIO study. Ann Oncol. 2008 ; 19: 292-298