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Le piante esperte nel risparmio energetico

‘Lezione’ utile per alghe usate nella produzione di biocombustibili

Le piante sono delle vere e proprie ‘maestre’ di risparmio energetico durante il processo di fotosintesi: la loro ‘lezione’ potrà essere utilizzata per migliorare le alghe e renderle più efficienti per la produzione dei biocombustibili del futuro. E’ quanto dimostra lo studio pubblicato sulla rivista Nature Plants dai biotecnologi dell’Università di Verona in collaborazione con i fisici del Politecnico di Milano e dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit).

Sfruttando le più innovative tecnologie laser per misurare eventi ultrarapidi, i ricercatori sono riusciti ad analizzare nel dettaglio l’assorbimento della luce da parte delle piante e la sua trasformazione in energia chimica. Questo processo si svolge in pochi millesimi di miliardesimi di secondo all’interno di due tipi di ‘centraline’: il fotosistema 1 (PSI), localizzato negli strati cellulari più profondi, e il fotosistema 2 (PSII), posto negli strati più superficiali. Per via della diversa localizzazione, che li espone a quantità diverse di luce, i due fotosistemi si sono diversificati e specializzati in modo da poter lavorare comunque in tandem e allo stesso ritmo, senza mai sprecare neanche una particella di luce.

”Ora che abbiamo svelato la ragione dell’efficienza delle piante, una strategia evoluta in centinaia di milioni di anni, possiamo insegnare alle alghe a fare come loro”, afferma Roberto Bassi, coordinatore del gruppo del Politecnico. ”In questo modo – prosegue – potremo coltivare le alghe a concentrazione più alta con maggiore rendimento. Al momento, i fotobioreattori non sono abbastanza efficienti proprio perché contengono una quantità di alghe ridotta che non ripaga a sufficienza l’elevato costo di gestione e costruzione”.
Lucy perse la vita cadendo da un albero
Scrive un nuovo capitolo nella storia degli antenati dell’uomo
Lucy, la più celebre antenata dell’uomo, morì per le ferite riportate cadendo dall’albero che molto probabilmente era la sua ‘casa’ e nel cadere deve avere allungato le braccia, nel tentativo di fermare la caduta. La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature, conferma indirettamente che gli antenati dell’uomo della specie Australopitecus arafensis, vivevano sugli alberi, sebbene fossero in grado di camminare in posizione eretta. La scoperta mette così fine a un lungo dibattito. 
Alla conclusione sono arrivati i ricercatori guidati da John Kappelman, dell’università del Texas di Austin, analizzando le fratture dei resti di Lucy, che risalgono a 3,18 milioni di anni fa e scoperti nell’attuale Etiopia nel 1974. Utilizzando la Tac (Tomografia assiale computerizzata) sono stati analizzati i resti fossili di cranio, costole, spina dorsale, mani, bacino e piedi. 

Il confronto con fratture simili di individui moderni ha indicato diverse anomalie, indicando l’impatto da una considerevole altezza, probabilmente la conseguenza di una caduta: un’ipotesi coerente sia con la gravità delle fratture rilevate in più ossa, sia con il contesto in cui sono state ritrovate.