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Risarcimenti record per la truffa dei medicinali

La Corte dei conti riconosce ai farmacisti anche i danni per l’immagine

Prescrivevano farmaci soltanto per far spendere soldi;  i medicinali finivano poi nell’immondizia. Ora però dovranno pagare pagare un conto salato alla Regione e tanto che il mezzo milione di euro come danno erariale. Oltre a settantamila euro a titolo di risarcimento come «danno di immagine». L’inchiesta sulla farmatruffa non è terminata. Perché dopo i patteggiamenti è arrivata ora la scure della Corte dei conti che ha condannato alcuni dei medici di base e dei farmacisti a risarcimenti monster nei confronti del Servizio sanitario. Soltanto a Bari il dottor Francesco D’atri è stato condannato a settecentomila euro di risarcimento, esclusa la rivalutazione monetaria. Mentre i farmacisti Antonio Potenza a 354mila, Domenico e Patrizia Potenza a 177mila e Vito Frontera a 65mila. La storia nasce nel 2002 quando il servizio della Asl si accorge che «su circa cinquemila prescrizioni arrivate ricostruisce la Corte dei conti 2.400 circa, firmate dal dottor D’atri risultavano anomale».

 Erano intestate infatti, accerterà un’inchiesta della Finanza, «a pazienti non assistiti dallo stesso in quanto minori di 12 anni», «rilasciate ad uno stesso paziente nella stessa giornata con numeri progressivi non consecutivi, ma completamente diversi», «rilasciate a uno stesso paziente nello stesso giorno, alcune scritte a penna, altre al computer». Oppure c’erano «numerosi casi di prescrizioni mediche redatte a carico dello stesso paziente nella stessa giornata sino a un massimo di 15 prescrizioni». Dalle indagini effettuate nei mesi successivi è emerso che «gli informatori scientifici, al fine di incrementare le vendite dei propri farmaci si legge nella sentenza offrivano somme di danaro, viaggi, eccetera a medici compiacenti, affinché questi ultimi prescrivessero metodicamente i loro farmaci, mentre le farmacie coinvolte collaboravano attivamente con i medici e gli informatori, accettando da questi ultimi, ordini di farmaci sponsorizzati dal medico, nella certezza che sarebbero stati prescritti dallo stesso medico nel più breve tempo possibile». Sempre le indagini hanno accertato ( il dottor D’Atri ha anche patteggiato) che «il medico effettuava corpose prescrizioni fraudolente di farmaci, oggetto di accordi illeciti con gli informatori scientifici, che poi provvedeva personalmente a ritirare presso le farmacie che collaboravano attivamente nell’attività illecita, per poi disfarsene, tramite la segretaria-convivente (gettandoli nei cassonetti Amiu o facendoli scadere». «In definitiva, risulta ampiamente provato che le ricette false, redatte dal D’Atri e spedite sia presso la farmacia gestita dai Potenza che presso quella di Frontera si legge ancora nella sentenza della Corte dei conti riguardavano una enorme quantità di farmaci dovendosi ritenere più che probabile che l’interesse del medico a conseguire vantaggi economici da parte degli informatori scientifici fosse collegato anche all’acquisto dei farmaci da parte dei grossisti che successivamente li cedevano alle farmacie e che, in ogni caso, la prescrizione di false ricette per smaltire farmaci in scadenza, costituisse impegno collaterale del medico a fronte dell’impegno dei farmacisti ad accettare le ricette false concernenti gli ordini diretti». 

Dunque anche le farmacie avevano vantaggio perché così riuscivano a smaltire farmaci che altrimenti avrebbero dovuto buttare. La Corte ha dunque stabilito che esisteva un danno, indicandolo «nella misura del 50 per cento di tutte le ricette redatte dal D’Atri nel periodo dal 2000 al 2003». Mentre l’altra metà è finita in carico ai farmacisti. Ma la vicenda, e qui c’è una novità importante, non riguarda soltanto i danni materiali. La Corte ha condannato, ribadendo un concetto al quale tiene particolarmente, anche il medico (l’unico con una sentenza passata in giudicato ) a risarcire la Asl per i danni di immagine. «Non c’è dubbio che il suo comportamento abbia creato un danno di immagine. E questa Sezione, da tempo, ha già avuto modo di affermare che la commissione da parte del pubblico dipendente di un reato contro la pubblica amministrazione, costituisce un evento che, oltre a offendere l’interesse di volta in volta tutelato dalla norma penale, può comportare anche un offesa alla credibilità ed all’immagine della pubblica amministrazione di appartenenza, valori questi costituzionalmente protetti; ed ancora che la prova del danno all’immagine dell’ amministrazione dipende dalle conseguenze in termini di credibilità, efficienza, efficacia, buona organizzazione e trasparenza che possono avere ampiezza e consistenza diversa, in termini di intensità e protrazione nel tempo».