Il ritardo di linguaggio tra mito e scienza

Dott.ssa Paola Montoro
Logopedista e Counselor

Dott.ssa Raffaella Sisti
Logopedista – Studio di Logopedia – Associazione Paroleincerchio – Catania

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La logopedia, dal greco logospaideia, etimologicamente significa “insegnare il linguaggio”. E’ una disciplina intrinsecamente centrata sulla comunicazione e sul linguaggio umano, nella normalità e nella patologia.
Imparare a parlare per i bambini rappresenta una delle acquisizioni principali che interessano la fascia di età compresa tra i 12 e i 36 mesi. In un arco di tempo relativamente breve, circa due anni, la maggior parte dei bambini acquisisce gradualmente la capacità di esprimere verbalmente – ed in maniera sufficientemente intellegibile – la maggior parte delle proprie intenzioni comunicative.
Il linguaggio, la più evoluta e complessa fra le funzioni superiori del sistema nervoso centrale, svolge una funzione cruciale nello sviluppo cognitivo e sociale dell’essere umano: permette di entrare in contatto con gli altri, veicolando informazioni di varia natura e genere, ed organizza l’esperienza ed il pensiero, aiutando a comprendere meglio il mondo che ci circonda (organizzatore cognitivo, Bruner, 1983).
Un ritardo di esordio e/o di strutturazione del linguaggio verbale determina quindi non solo delle problematiche nella sfera comunicativo-linguistica, ma può anche compromettere l’armonico sviluppo cognitivo ed affettivo-relazionale del bambino.
Il ritardo nell’acquisizione del linguaggio è uno dei motivi più ricorrenti di consultazione in ambito neuropsichiatrico infantile, in particolare riguardo ai bambini in epoca prescolare. Più di frequente, le difficoltà di linguaggio vengono rilevate dopo i tre anni di età, mentre nei primi tre anni di vita uno sviluppo linguistico “ritardato” e/o “atipico” spesso viene sottovalutato, a volte dai genitori, ma a volte anche dai pediatri, in quanto interpretato come una condizione transitoria, legata alla grande variabilità individuale, e tende ad essere affrontato con un approccio wait and see (aspetta e vedi; Whitehurst e Coll., 1991).
In realtà, il fatto che un bambino non parli o abbia un vocabolario ridotto e non sempre comprensibile a 24 mesi può essere la espressione di un fenomeno transitorio, ma anche l’espressione di un vero e proprio disturbo. E’ oramai opinione largamente condivisa in letteratura che l’approccio wait and see non permetta di effettuare una prevenzione efficace, e che un ritardo nello sviluppo delle competenze linguistiche debba essere sempre sottoposto a un precoce e accurato approfondimento clinico-diagnostico. L’approccio watch and see (monitora e vedi) di Paul (1996, 1997), fondato sul monitoraggio dello sviluppo del linguaggio del bambino in ritardo con le tappe evolutive di riferimento, consente invece di effettuare un intervento precoce per promuovere progressi linguistici a breve termine e per ridurre gli effetti cumulativi del ritardo e l’impatto che questo problema può presentare sulla armonica maturazione emotiva e sul comportamento del bambino stesso (Olswang e Coll., 1998).
E’ difficile ottenere una stima precisa circa la prevalenza del ritardo di linguaggio in età prescolare (Silva, 1980), in quanto essa varia a seconda della fascia di età considerata, dei parametri e degli strumenti utilizzati per identificarlo (Nelson, Nygren, Walker e Panoscha, 2006). Esistono però dati relativi alla prevalenza dei cosiddetti ”parlatori tardivi” (PT): una popolazione pediatrica definita – utilizzando la terminologia di derivazione anglosassone – “late talkers” (Mirak e Rescorla, 1998;Thal, Baters, Goodman e Jahn-Samilo, 1997; Rescorla e Lee, 2000), nel riferirsi a quei soggetti normoudenti, di età compresa fra i 24 e i 36 mesi, che mostrano un ritardo esclusivamente nel versante espressivo del linguaggio, quindi con una comprensione adeguata all’età cronologica, con normali abilità cognitive non verbali e sviluppo non atipico della personalità.
I genitori dei bambini PT riportano spesso, nella clinica quotidiana, che la comparsa delle prime parole è avvenuta intorno ai 18 mesi o addirittura più in là; riferiscono inoltre la mancata esplosione del vocabolario, che avviene tipicamente intorno ai 20 -22 mesi di età, e un incremento molto lento del vocabolario dei loro bambini, di poche parole al mese, quando sappiamo che il vocabolario dei loro coetanei aumenta con rapidità, in media 5 – 10 parole nuove alla settimana (Bloom, 2002; Camaioni, 2001).
I criteri per identificare un bambino PT a 24 mesi sono condivisi da molti studi e riguardano in particolare la dimensione del vocabolario (inferiore a 50 parole differenti) e, successivamente, la mancanza della combinazione di più parole in un unico enunciato.
La percentuale dei bambini che presenta queste caratteristiche all’età di 24 – 29 mesi è compresa tra il 13 e il 20% (Klee e Coll., 1998; Rescorla, 1989; Rescorla e Alley, 2001; Rescorla e Achenbach, 2002). Secondo Rescorla e Schwarz, 1990; EllisWeismer, Murray-Branch e Miller, 1994, il 50 % dei bambini definiti parlatori tardivi a 24 mesi, dimostra a 36 mesi di aver risolto il ritardo di linguaggio: sono, questi, i cosiddetti late bloomers, il cui linguaggio sboccia e si normalizza tardivamente rispetto ai coetanei.
Questi dati stanno ad indicare che non sempre un ritardo di linguaggio è sinonimo di un disturbo/patologia dello sviluppo: soltanto il 3% dei soggetti PT mantiene un disturbo persistente, e questo dato risulta abbastanza in linea con la stima di prevalenza dei Disturbi Specifici di Linguaggio (DSL), che nel nostro paese si assesta tra il 3 e il 5% (Cipriani, Chilosi, Pfanner, Villani e Bottari, 2002).
In un’ottica di precocità nell’individuazione di uno sviluppo atipico del linguaggio – al di fuori cioè dei range evolutivi previsti per età – quali sono dunque i “campanelli di allarme” che richiedono attenzione?
1. Mancato sviluppo della lallazione entro il primo anno di vita: potrebbe essere la spia di un deficit uditivo –percettivo;
2. Assenza del gesto dell’indicare entro i 16 mesi;
3. Assenza o marcata difficoltà di comprensione verbale tra i 18 e i 24 mesi: criterio determinante al fine di stabilire tempi e modalità di intervento;
4. Assenza di verbalità dopo i 18 mesi;
5. Mancato sviluppo del linguaggio entro il secondo anno di vita: come in precedenza riportato, rappresenta un possibile e importante indicatore di rischio.
6. Persistente povertà del repertorio lessicale o regressione delle prime abilità linguistiche entro il terzo anno di vita;
7. Assenza di combinazione di due parole tra i 24 e i 30 mesi, assenza delle prime frasi fra i 24 e 36 mesi: descrivono altri indicatori cruciali.
Identificare precocemente bambini con un ritardo/disturbo di linguaggio costituisce solo una prima fase, cui deve seguire un percorso di valutazione clinica finalizzato a rispondere a quesiti in ordine alla:
– Prognosi: si tratta di un ritardo effettivamente transitorio (variante estrema della normalità) o di un disturbo persistente o atipico di sviluppo?
– Etiologia del disturbo: il ritardo del linguaggio è un sintomo isolato (specifico o primario) oppure è secondario, ossia associato ad altri segni clinici evocatori di una patologia di sviluppo neurofunzionale?
A differenza della diagnosi che ha uno scopo soprattutto classificatorio, la valutazione logopedica, fornendo categorie di conoscenza con cui confrontare fenomeni, mira a descrivere le caratteristiche del singolo – al di là del confronto con la categoria di riferimento – e, tracciando una mappa di come,con quali mezzi e con quali risultati il soggetto comunica, culmina con la stesura del bilancio. Nel bilancio logopedico si sintetizzano tutti i dati raccolti e si delinea un progetto abilitativo/riabilitativo che affronti sul piano pratico e concreto le difficoltà dell’intento.
– counseling ai genitori, familiari, docenti;
– riabilitazione indiretta, tramite la videoregistrazione di momenti di gioco in casa e l’analisi dei comportamenti comunicativi – e non – emersi e discussi insieme ai genitori;
– riabilitazione diretta sul bambino in presenza o meno del genitore;
– riabilitazione in piccolo gruppo per stimolare la motivazione, in una situazione ecologica fra pari, e quindi l’imitazione positiva dei bambini;
– applicazione di modelli di intervento precoce per bambini parlatori tardivi (PT), come il modello Interact. (Bonifacio, Stefani, 2010).
Questo modello è centrato sulla coppia genitore-bambino guidata dal logopedista,il quale– dopo un’attenta valutazione delle modalità comunicativo-linguistiche del bambino e dello stile comunicativo del genitore – proporrà dinamiche di interazione adulto/bambino più efficienti ed efficaci, che promuoveranno da un lato un ruolo più attivo del bambino nella conversazione e dall’altro un ruolo di supporto (scaffolding) maggiore del genitore nello sviluppo linguistico del proprio figlio.
La logopedia, disciplina sanitaria relativamente recente, cresce e si evolve costantemente, imponendo modelli di lavoro sempre più rigorosi e protocolli riabilitativi per l’applicazione delle migliori evidenze scientifiche nella pratica quotidiana, secondo le linee tracciate dall’EBM/EvidenceBasedMedicine.