Rivista del mese


1.Inquadramento professionale.

1.1.Definizioni.

Per la migliore comprensione delle riflessioni che seguiranno, è utile definire le professioni sanitarie di Ostetrica e di Infermiere alla luce dei rispettivi Codici deontologici, nonché dell’Infermiere pediatrico. Di seguito sono delineate alcune delle principali responsabilità professionali.

L’Ostetrica/o:

  • è il professionista sanitario abilitato e responsabile dell’assistenza ostetrica, ginecologica e neonatale; la sua attività si fonda sulla libertà e l’indipendenza della professione;
  • tutela la dignità e promuove la salute femminile in ogni età, individuando situazioni di fragilità, disagio, privazione e violenza, fornendo adeguato supporto e garantendo la segnalazione alle autorità preposte, per quanto di sua competenza. L’ostetrica/o promuove e si impegna a garantire la continuità assistenziale accompagnando e prendendosi cura della donna, della coppia, del nascituro durante la gravidanza, il travaglio, il parto ed il puerperio, al fine di garantire una salute globale degli assistiti;
  • garantisce cure appropriate al neonato favorendo i processi fisiologici di adattamento alla vita post-natale. Con il consenso della persona interessata, l’ostetrica promuove le tecniche di contenimento del dolore nella donna e nel neonato per quanto di sua competenza attraverso una scelta clinicamente ed eticamente appropriata;
  • favorisce l’attaccamento precoce madre/padre e bambino, promuove l’allattamento al seno e supporta il ruolo genitoriale;
  • favorisce una informazione corretta e appropriata scientificamente validata sulla donazione/raccolta di materiale biologico ai fini terapeutici e di ricerca, per mettere la donna/coppia nelle condizioni di poter fare una scelta consapevole. L’ostetrica/o promuove e sostiene la raccolta e la conservazione allogenica del sangue cordonale per la donazione solidale;
  • prende parte alla pianificazione dei percorsi diagnostico-terapeutici dell’area ostetrico-ginecologica e neonatale ed attua i relativi programmi di prevenzione, assistenza/cura e riabilitazione.

 

L’Infermiere:

  • è il professionista sanitario, iscritto all’Ordine delle Professioni Infermieristiche, che agisce in modo consapevole, autonomo e responsabile. È sostenuto da un insieme di valori e di saperi scientifici. Si pone come agente attivo nel contesto sociale a cui appartiene e in cui esercita, promuovendo la cultura del prendersi cura e della sicurezza;
  • orienta il suo agire al bene della persona, della famiglia e della collettività. Le sue azioni si realizzano e si sviluppano nell’ambito della pratica clinica, dell’organizzazione, dell’educazione e della ricerca. Nell’agire professionale l’Infermiere stabilisce una relazione di cura, utilizzando anche l’ascolto e il dialogo. Si fa garante che la persona assistita non sia mai lasciata in abbandono coinvolgendo, con il consenso dell’interessato, le sue figure di riferimento, nonché le altre figure professionali e istituzionali. Il tempo di relazione è tempo di cura;
  • promuove la cultura della salute favorendo stili di vita sani e la tutela ambientale nell’ottica dei determinanti della salute, della riduzione delle disuguaglianze e progettando specifici interventi educativi e informativi a singoli, gruppi e collettività. Nel percorso di cura l’Infermiere valorizza e accoglie il contributo della persona, il suo punto di vista e le sue emozioni e facilita l’espressione della sofferenza;
  • informa, coinvolge, educa e supporta l’interessato e con il suo libero consenso, le persone di riferimento, per favorire l’adesione al percorso di cura e per valutare e attivare le risorse disponibili;
  • previene, rileva e documenta il dolore dell’assistito durante il percorso di cura. Si adopera, applicando le buone pratiche per la gestione del dolore e dei sintomi a esso correlati, nel rispetto delle volontà della persona;
  • presta assistenza infermieristica fino al termine della vita della persona assistita. Riconosce l’importanza del gesto assistenziale, della pianificazione condivisa delle cure, della palliazione, del conforto ambientale, fisico, psicologico, relazionale e spirituale;
  • sostiene i familiari e le persone di riferimento della persona assistita nell’evoluzione finale della malattia, nel momento della perdita e nella fase di elaborazione del lutto;
  • favorisce l’informazione sulla donazione di sangue, tessuti e organi quale atto di solidarietà; educa e sostiene le persone coinvolte nel donare e nel ricevere;
  • ai diversi livelli di responsabilità assistenziale, gestionale e formativa, partecipa e contribuisce alle scelte dell’organizzazione, alla definizione dei modelli assistenziali, formativi e organizzativi, all’equa allocazione delle risorse e alla valorizzazione della funzione infermieristica e del ruolo professionale;
  • partecipa al governo clinico, promuove le migliori condizioni di sicurezza della persona assistita, fa propri i percorsi di prevenzione e gestione del rischio, anche infettivo, e aderisce fattivamente alle procedure operative, alle metodologie di analisi degli eventi accaduti e alle modalità di informazione alle persone coinvolte.

 

L’infermiere pediatrico:

  • si pone in un piano di collaborazione con l’Ostetrica, durante la visita domiciliare, per l’ascolto dei genitori, la promozione ed il sostegno dell’empowerment, la cura e l’assistenza alla mamma e al neonato;
  • è la figura responsabile della gestione e della valutazione dei bisogni assistenziali del bambino ed è di fondamentale importanza per le attività di partecipazione ad iniziative di prevenzione e ad interventi di educazione sanitaria, (non solo di assistenza diretta al bambino e/o ai suoi genitori);
  • informa la madre circa le pratiche di cura del neonato (cambio pannolino, primo bagnetto, posizioni più idonee per tenere i neonati in braccio o durante il sonno, e sugli stimoli adeguati all’età) e condivide con la donna dubbi e preoccupazioni legati alla relazione con il nuovo nato (sonno, pianto, alimentazione);
  • facilita momenti di riposo per la mamma, nel rispetto delle scelte individuali e culturali del nucleo familiare che ne fa richiesta; informa e educa le famiglie sul piano vaccinale;
  • fornisce sostegno e assistenza al neonato al fine di promuovere la fisiologia dell’adattamento postnatale, l’allattamento al seno, la relazione e il benessere della famiglia;
  • salvaguarda la relazione tra genitori e bambino, ottenibile promuovendo l’interazione attraverso il baby massage; programma un piano di assistenza caratterizzato dalla personalizzazione e dalla continuità degli interventi in cui si tenga conto degli orientamenti e delle preferenze della donna e che sia effettuato da operatori integrati tra loro;
  • educa i genitori nella preparazione di latte artificiale per garantire che ciò avvenga nel modo più sicuro possibile in caso di mancato allattamento al seno; informa e consiglia i genitori per consentire loro di valutare le condizioni generali del loro bambino, identificare segni e sintomi di problemi di salute comuni osservati nei bambini e contattare un operatore sanitario e/o il Pediatra di libera scelta, se necessario;
  • presta attenzione ai fattori di rischio e ai segni e ai sintomi di violenza;
  • valuta, ad ogni controllo: la vitalità; l’attività motoria; la postura; la qualità dello stato di allerta; il ritmo sonno-veglia; il peso (calo ponderale); lo stato di idratazione; l’adeguatezza dell’apporto calorico; la capacità di alimentarsi; la tranquillità; il pianto e la consolabilità; l’ittero; le alterazioni cutanee; il colorito cutaneo; il respiro; l’ attività cardiaca; la temperatura; le condizioni ambientali; il comportamento (sguardo, ascolto, mimica globale dell’attenzione); la cura degli occhi; il cordone ombelicale (i genitori vanno informati su come mantenere il cordone ombelicale pulito e asciutto e che gli antisettici non vanno usati di routine);
  • informa circa l’igiene della cute e sugli agenti detergenti che non dovrebbero essere aggiunti all’acqua del bagno del bambino, né tantomeno usare lozioni o salviette medicate; favorisce il contatto pelle a pelle; valuta la poppata; garantisce la precoce presa in carico del neonato da parte del pediatra di libera scelta; informa su come prendersi cura del bambino e li aiuta a comprenderne il linguaggio; informa i genitori sui determinanti di salute: vaccinazioni, fumo, alcool, lettura, musica in culla, trasporto in auto in sicurezza, incidenti domestici, posizione in culla; favorire un primo esame completo del bambino dal Pediatra di libera scelta.

1.2 Brevi cenni sull’evoluzione della legislazione in materia di professioni sanitarie.

infermiereLa Legge n. 24 dell’8 marzo 2017, denominata anche Legge Gelli-Bianco dal nome dei relatori, recante “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie”,  modifica la normativa previgente in tema di “colpa sanitaria” attraverso una innovazione della materia della “sicurezza della cura” con specifico riferimento alle linee guida giacché dell’osservanza delle stesse, secondo la nuova disciplina legislativa, si terrà conto in sede di valutazione della condotta dei professionisti sanitari in ambito penale e in ambito civile.

Si è infatti statuito all’art. 5 della legge che “gli esercenti le professioni sanitarie, nell’esecuzione delle prestazioni sanitarie con finalità preventive, diagnostiche, terapeutiche, palliative, riabilitative e di medicina legale, si attengono, salve le specificità del caso concreto, alle raccomandazioni previste dalle linee guida pubblicate ai sensi del comma 3 ed elaborate da enti e istituzioni pubblici e privati nonché dalle società scientifiche e dalle associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie iscritte in apposito elenco istituito e regolamentato con decreto del Ministro della Salute, da emanare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, e da aggiornare con cadenza biennale. In mancanza delle suddette raccomandazioni, gli esercenti le professioni sanitarie si attengono alle buone pratiche clinico-assistenziali”.

infermiereUna delle definizioni di linee guida più utilizzata è costituita da quella elaborata dall’Istitute of Medicine del 1992, secondo cui esse sono delle “raccomandazioni di comportamento clinico, elaborate mediante un processo di revisione sistematica della letteratura e delle opinioni di esperti,con lo scopo di aiutare i medici e i pazienti a decidere le modalità assistenziali più appropriate in specifiche situazioni cliniche” (LohrK.N., 1992).

Alla luce dei chiarimenti ministeriali, la FNOPO ha posto celermente in essere una serie di iniziative con il precipuo scopo di non far escludere la professionalità ostetrica dal novero delle professioni sanitarie con una propria società iscritta nell’elenco ministeriale e abilitata quindi a poter elaborare linee guida.

In sostanza la FNOPO, in virtù della normativa di riferimento, fornisce ogni garanzia di affidabilità – la cui dimostrazione è invece espressamente richiesta alle società scientifiche – e ha i requisiti per emanare linee guida per la professione ostetrica in materia di buone pratiche clinico-assistenziali con la finalità di assicurare la più efficiente assistenza ostetrica e neonatale avendo quale oggetto istituzionale la promozione scientifico-culturale della professione sanitaria e, di riflesso, la tutela della sicurezza e della cura/assistenza alla persona.

TRIAGE IN PRONTO SOCCORSO OSTETRICO

Dopo quasi 20 anni dall’emanazione delle prime Linee Guida sul triage intraospedaliero, i Pronto Soccorso italiani si preparano a un nuovo epocale cambiamento, che mira a migliorare e uniformare sul territorio nazionale la funzione di triage.

Questo cambiamento ci vede coinvolte in prima linea, non solo per le modifiche di carattere generale che, come ovvio, avranno un risvolto anche nei Pronto Soccorso specialistici, come quelli Ostetrici, ma anche perché il documento in oggetto identifica nell’Ostetrica triagista la figura professionale idonea alla corretta valutazione e gestione della gestante che accede al Pronto Soccorso.

L’Ostetrica triagista ha le competenze per ridurre il rischio di errata valutazione. Alcuni studi hanno già evidenziato una maggiore specificità nell’attribuzione del codice di priorità in ambito ostetrico tenendo conto della gestante e del prodotto del concepimento, ma è la prima volta che un documento di carattere generale sul triage riconosce tale competenza alla Professione. (Moschettini L., 2015)

2. I percorsi formativi universitari – Peculiarità

Da un’analisi del piano di studi di due Università italiane, scelte casualmente, si evince che il percorso formativo della facoltà di ostetricia prevede solo pochissimi moduli MED/45 per le materie puramente assistenziali e per gli esami di tirocinio che, al contrario, rappresenta la base formativa per gli studenti di infermieristica.

Nella prima Università :

Settore MED/45 I anno: Educazione alla salute.

Settore MED/45 III anno: Medicina perinatale, patologia ostetrica e pediatrica, assistenza ostetrica; materia: Scienze infermieristiche generali, cliniche e pediatriche.

Nella seconda:

Settore MED/45 I anno: Scienze ostetrica; materia: Scienze infermieristiche generali, cliniche e pediatriche.

Settore MED/45 III anno: Farmacologia, anestesiologia e chirurgia di interesse ostetrico. Primo soccorso; materia: Scienze infermieristiche generali, cliniche e pediatriche.

3. Le prassi organizzative.

infermiereLe attuali possibilità di impiego della figura dell’ostetrica/o, per la piena valorizzazione delle funzioni di tutela della salute della donna e del bambino, prevedono tre aree: ostetrica, neonatale e ginecologica.

Tale modello organizzativo fatica a realizzarsi in concreto, sia per una certa resistenza delle strutture sanitarie alla sua attuazione, sia per la scarsa consapevolezza delle stesse ostetriche.

I profili di ostetrica esistenti in organico, spesso, sono coperti ricorrendo a personale assistenziale non specializzato, e questo in contraddizione con la “carenza infermieristica” lamentata nelle sedi istituzionali e nella comunicazione ai mass media.

Una recente indagine condotta su un campione rappresentativo di Ostetriche, mette in evidenza alcuni dati interessanti con riferimento all’inquadramento nelle tre distinte aree di competenza (ostetrica, neonatale e ginecologica). Infatti, lo studio dimostra che una percentuale vicina al 60% delle intervistate ne coglie il significato di “valorizzazione della professione ostetrica”, ma almeno il 30% lo interpreta soltanto come “un mezzo per contenere la carenza infermieristica”.

4. Il consolidato orientamento giurisprudenziale.

infermiereSi riportano le massime di alcune delle pronunce più significative, di primo e secondo grado, concernenti le mansioni specifiche dell’ostetrica, anche in rapporto alle diverse competenze dell’infermiere.

“L’art. 7, d.P.R. 7 marzo 1975 n. 163, consente all’ostetrica di svolgere le attività proprie degliinfermieri professionali in connessione alla sua attività per l’assistenza alle gestanti, allepartorienti e alle puerpere; pertanto, è illegittimo l’ordine di servizio che assegna all’ostetricaesclusivamente mansioni proprie dell’infermiere, quale è quella di somministrazione deivaccini.”

(T.A.R. L’Aquila, 20/01/1998, n.141)

“In base alla normativa vigente (art. 40 e 41, d.P.R. 27 marzo 1969 n. 128 e art. 20 e 21, d.P.R. 7settembre 1984 n. 821), illegittimamente l’unità sanitaria locale impone alle ostetricheospedaliere di svolgere in via ordinaria e continuativa le mansioni proprie della posizioneprofessionale degli infermieri professionali, in quanto le attività di assistenza diretta attinentialla competenza professionale dell’ostetrica sono differenziate da quelle dell’infermiereprofessionale.”

(T.A.R. Catanzaro,  sez. I, 20/06/2001, n.996)

“Le funzioni di infermiere professionale non possono essere legittimamente attribuite, inmodo continuativo e normale, ad un’ostetrica, al di fuori della connessione con i compiti aiquali essa è professionalmente chiamata.  “

(Consiglio di Stato sez. V, 27/03/2001, n.1729)

“Le qualifiche di ostetrica e di infermiere professionale si distinguono sia sotto il profilo dellostato giuridico che del trattamento economico. Pertanto è illegittimo il provvedimento di unaU.S.L. con il quale si ordina ad un gruppo di ostetriche di svolgere in via ordinaria econtinuativa le mansioni inerenti alla posizione funzionale di infermiere professionale.”

(Consiglio di Stato sez. V, 18/01/1989, n.29)

La Suprema Corte ha statuito che una ostetrica, sebbene assunta quale infermiera mentre era ancora in vigore il D.P.R. n. 163/1975 che consentiva all’ostetrica di “praticare tutto quanto è consentito dalle disposizioni in vigore agli infermieri professionali”, non possa fare l’infermiera.

( Suprema Corte di Cassazione, 6^ sezione penale, n. 37767 del 2018)

5. Osservazioni conclusive.

Le Ostetriche e gli Infermieri seguono percorsi formativi diversi ed hanno competenze e funzioni distinte, com’è stabilito dalle vigenti disposizioni normative e statuito dalla giurisprudenza amministrativa, di primo e secondo grado.

L’apparente confusione dei ruoli, oggi comunemente rilevabile nella prassi organizzativa delle strutture sanitarie, è il retaggio dell’assetto originario – ormai non più attuale – della disciplina professionale, secondo cui l’Ostetrica era una Infermiera con formazione supplementare.

Alla luce delle considerazioni svolte, si pongono alcuni interrogativi:

  1. a) E’ legittimo che l’Ostetrica esegua funzioni e procedure specifiche dell’Infermiere ?
  2. b) E’ legittimo assegnare studenti del corso di laurea in Ostetricia, durante il tirocinio, in reparti non attinenti e facendo loro svolgere funzioni diverse dal proprio ruolo?

L’esposizione dei fatti, supportati dall’analisi della disciplina di settore e dal richiamo alle pronunce giurisprudenziali più significative, entrambe orientate a sottolineare la netta differenza tra le due professioni sanitarie, suscita non pochi dubbi e dovrebbe indurre ad un serio ripensamento del ruolo dell’Ostetrica, per renderlo più aderente al dettato normativo, con l’unico fine di assicurare la valorizzazione delle professionalità e, al contempo, la massima efficienza nell’organizzazione del lavoro.


Bibliografia

  • Mongelli K., “L’ostetrica tra ieri, oggi e domani: dalla levatrice alla libera professionista”,2013;
  • Spina E., “La professione ostetrica: mutamenti e nuove prospettive”, 2014;
  • Miletta, M., Bogliatto F., Leidi, L., “Nuove prospettive di integrazione professionale della figura ostetrica.”, Working Paper of Public Health, 2016;
  • Del Vecchio R.A., “Ostetrica condannata per abuso professione Infermieristica”, AssoCareNews, 26/08/2018;
  • Cantoira S., “Ostetriche vs Infermieri: doverose precisazioni e opportune informazioni ”, quotidianosanità, 05/2012;
  • Vicario M.,“Analisi strutturale e sostanziale del percorso formativo universitario dell’Ostetrica-o”, Risveglio Ostetrico, n.1/2-2004;
  • Visconti S., “Professione ostetrica, l’evoluzione nel corso della storia”, Nurse24, 05/12/2018;
  • Asta M.L.,“L’Ostetrica che ha ottenuto il titolo prima della 42/1999 non può fare l’Infermeria. Condannata per abuso di professione.”, Infermieristicamente, 25/08/2018;
  • Legge n. 341 del 1990 “Riforma degli ordinamenti didattici universitari”.
  • DM 740/1994 “Regolamento concernente l’individuazione della figura e del relativo profilo professionale dell’Ostetrica/o”.
  • Legge n. 42 del 26 febbraio 1999 ”Disposizioni in materia di professioni sanitarie”.
  • Legge 251/2000 “Disciplina delle Professioni Sanitarie Infermieristiche, tecniche della Riabilitazione, della Prevenzione nonché della professione Ostetrica”.
  • Decreto del residente della repubblica 7 marzo 1975, n. 163. “Aggiornamento del regio decreto 26 maggio 1940, n. 1364, concernente il regolamento per l’esercizio professionale delle ostetriche. (GU n.147 del 6-6-1975)”;
  • De Francesco G., “Chi è l’ostetrica o ostetrico? Ecco il profilo professionale.”, 2020;
  • Spina, E., “La professione ostetrica: mutamenti e nuove prospettive.” Cambio. Rivista Sulle Trasformazioni Sociali , 4 (7), 53-63;
  • Miletta, M., Bogliatto, F., Leidi, L. “Nuove prospettive di integrazione professionale della figura ostetrica.” Working Paper of Public Health. 2016;
  • Camera M., Mascolo M. R. “Le competenze infermieristiche e ostetriche.” La Rivista Dell’Ostetrica/o. n.4-2012;
  • Gasparro N., “Il rinascimento delle ostetriche, tutto cominciò con le levatrici, portatrici di un sapere legato all’esperienza”. 24ore Sanità, 2011.
Rivista del mese


Dott. Massimo Agnoletti, 

Psicologo, Dottore di ricerca Esperto di Stress,
Psicologia Positiva e Epigenetica.
Formatore/consulente aziendale,
Presidente PLP-Psicologi
Liberi Professionisti-Veneto.
Direttore del Centro di Benessere Psicologico, Favaro Veneto (VE)

 

Sintesi

Grazie al contributo delle scienze del microbiota e del paradigma epigenetico, si sta affermando sempre più il concetto di adattoma per descrivere la complessità e la fitness bio-psico-sociale umana.


English abstract:

Both the epigenetic paradigm and the recent discoveries relating to the microbiota are revolutionizing some important biomedical and psychological aspects concerning the general concept of well-being and bio-psycho-social health.
In this context, the concept of adaptome assumes fundamental importance because it underlines the holistic and integrated aspect of the human organism where the mind assumes the pivotal role of mediator of all the complex and different human and extra-human teleonomy that make up the human-microbiota holobiont.

Italian abstract:

Sia il paradigma epigenetico che le recenti scoperte relative il microbiota stanno rivoluzionando alcuni importanti aspetti biomedici e psicologici riguardanti il concetto generale di benessere e salute bio-psico-sociale.

In questo contesto, il concetto di adattoma assume un’importanza fondamentale perché sottolinea l’aspetto olistico ed integrato dell’organismo umano. Il concetto esplicita che la mente assume il ruolo cardine di mediatrice di tutte le complesse e differenti teleonomie umane ed extraumane che compongono l’olobionte umano-microbiota.


Nel concetto di adattoma, il microbioma (ossia la totalità del contenuto genetico dell’ecosistema di microorganismi che compongono il microbiota) può essere considerato la parte variabile del genoma umano. Questa, consente al nostro organismo di adattarsi con maggiore efficacia agli stimoli esterni quali la tipologia e la quantità di alimenti, gli inquinanti ambientali, gli antibiotici assunti, lo stress psicosociale vissuto, la tipologia e la quantità di esercizio motorio messo in atto, la qualità e la quantità di sonno, i farmaci assunti, ecc. (Gasbarrini, Dionisi& Gasbarrini, 2019).

I fattori estrinseci, come ad esempio l’attività lavorativa, le abitudini alimentari, lo status socioeconomico percepito, ecc., influenzano la composizione del microbiota intestinale del singolo individuo umano in misura assolutamente maggiore rispetto la genetica individuale umana che possediamo (Rothschildet al., 2018).

Il concetto di adattoma è un recente costrutto delle scienze biomediche che, prendendo sempre maggiore consapevolezza dell’importanza dell’impatto del Microbiota e la sua interazione con il nostro organismo, obbliga a riconsiderare (se nona confutare completamente) due assiomi della batteriologia classica.

Il primo, che assumeva la relazione che “ad una specifica malattia corrisponde sempre uno specifico agente patogeno” (si pensi ad esempio al caso dell’ulcera gastrica con il batterio helicobacter pylori), il secondo che dava per scontata la priorità clinica relativa la presenza o meno di un singolo agente patogeno piuttosto che la variazione del rapporto esistente tra differenti specie batteriche comunque presenti (Gasbarrini, Dionisi& Gasbarrini, 2019).

Il termine adattoma, in genere, si riferisce alla caratteristica adattativa, funzionale ed addizionale del contenuto informativo del genoma del microbiotarispetto il genoma umano.

Sappiamo da recenti lavori che la natura di questo contributo genetico extra-umano, viene determinata principalmente da fattori ambientali e solo in misura marginale dalla genetica umana dell’ospite (Rothschildet al., 2018).

Il patrimonio genetico interindividuale umano è infatti lo stesso al 99,9% mentre la diversità genetica a livello del microbiota tra due individui può arrivare anche all’80-90% (Gasbarrini, Dionisi& Gasbarrini, 2019).

È del tutto rilevante notare che quindi, quest’ultima variabilità, stimata essere almeno decine di volte maggiore rispetto quella legata all’informazione del DNA interindividuale umano, è dovuta a fattori ambientali e non genetici.

Dal punto di vista biologico evoluzionistico è chiaro che questa diversità genetica concessa dall’implementazione e l’interazione simbiotica del microbiota all’interno e all’esterno del nostro organismo umano ha rappresentato un vantaggio adattativo molto significativo impossibile da raggiungere considerando esclusivamente la potenzialità genetica umana.

Naturalmente il periodo particolarmente delicato dei primi 3-4 anni di vita in cui il nostro sistema immunitario apprende dal microbiota preziose informazioni assume un’importanza fondamentale per determinare un efficace gestione infiammatoria dell’organismo.

adattomaIn questo contesto, il concetto di adattoma, è prezioso anche per sottolineare la necessità di parlare di organismo, non solo come unità bio-psico-sociale in riferimento al genotipo umano, ma anche come unità costituita da differenti entità. Queste, pur non condividendo lo stesso DNA (pensiamo al caso delle cellule con DNA umano, al DNA mitocondriale, e quello dei microorganismi che compongono il microbioma), condividono almeno alcune teleonomie ossia degli scopi definiti dalla loro stessa struttura.

Ciascun singolo sistema teleonomico, sia umano che extra-umano, sia biologico che di natura psicosociale, può essere rappresentato come un sistema di informazioni che si modifica nel tempo, seguendo le regolarità caratteristiche dei sistemi evolutivi (Agnoletti, 2004; Barbieri, 2003; Miller, 1970; Monod, 1970; Morin, 1985; Prigogine, 1976; Volkenstein& Chernavskii, 1978).

In altri termini sia il livello biologico, socioculturale e psicologico soddisfano la definizione di sistema informazionale di adattoma che evolve nel tempo in maniera indipendente l’uno dall’altro. Ciò significa che, nella complessità dell’organismo “umano”, vi è la possibilità che queste teleonomie interagiscano in modalità talvolta convergenti, massimizzando la fitness globale, talaltre divergenti, diminuendo la fitness complessiva della persona.

In questa visione il concetto di eubiosi, ossia di “equilibrio” tra i vari microorganismi del microbiota, assume un significato nuovo perché va considerato in funzione delle teleonomie dell’organismo umano e non come se esistesse un concetto di “equilibrio” perfetto ed astratto avulso da un contesto e rappresentato dalle sue interazioni.

A confermare questa visione, il concetto di disbiosi rappresenta uno squilibrio, non tanto perché si è affermata un nuovo rapporto tra specie batteriche intestinali o gastriche, ma perché tale rapporto ha delle implicazioni che ostacolano le teleonomie bio-psico-sociali dell’ospite umano (in termini di diversa produzione di metaboliti, in termini di dolore percepito, rapporti sociali compromessi, ecc.).

Sia come numerosità assoluta (stimata essere superiore di almeno 10 volte rispetto le cellule con il DNA umano) che come quantità di geni (stimata essere superiore di almeno 150 volte rispetto il DNA umano), il microbiota che ospitiamo non può più essere considerato semplicemente un parassita che non ci comportava particolari spese metaboliche (come si pensava fino a pochi anni fa) ma deve essere ripensato come un vero  co-protagonsta del nostro percorso ontogenetico (pensiamo, solo a titolo d’esempio, all’impatto sul neurosviluppo), della nostra sopravvivenza e del nostro benessere psicofisico.

Per questa ragione sono sempre più convinto che sarebbe più corretto parlare di olobionte (Agnoletti, 2021) in cui la mente avrebbe un nuovo ruolo esclusivo di mediatrice di tutte le differenti e complesse teleonomie bio-psico-sociali di tutti gli agenti genetici umani ed extra-umani che compongono in maniera stabile il “nostro” organismo, la nostra persona.

Prendendo atto della definizione sostenuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (1948) dove la salute è “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente assenza di malattie o infermità” e le recenti acquisizioni scientifiche relative il significativo impatto del microbiota nei confronti della nostra natura bio-psico-sociale, è chiaro che quanto esposto poco sopra rappresenti un cambio di paradigma. Il cambio viene inteso come una sfida concettuale e clinica rispetto quello finora adottato, promuovere il benessere e la salute umana.

Pur essendo, appunto, molto sfidanti, questi concetti ci obbligano ad affrontare la quasi disorientante complessità dell’organismo “umano” tracciata dalle scienze biomediche e psicologiche ma ci offrono anche una moltitudine di strumenti, conoscenze e strategie nuove per supportare e promuovere efficacemente la salute ed il benessere delle persone finora impensabili.


Bibliografia

Agnoletti, M. (2004). Il modello bio-psico-culturale. Dipav.11,11-34. Franco Angeli, Milano.

Agnoletti, M. (2021). L’olobionte umano-microbiota e l’effetto imbuto dei telomeri. State of Mind, 11.

Barbieri, M. (2003). The Organic Codes. Cambridge: Cambridge University Press.

Gasbarrini, A., Dionisi, T., & Gasbarrini, G. (2019). L’azione del Microbiota nel trapianto fecale. Atti della Accademia Lancisiana. Vol.LXIII, 1, 113-121.

Miller, J.G. (1970). Living Systems. New York: Mc-Graw-Hill. Trad. it. (1971), La teoria generale dei sistemi viventi. Milano: Franco Angeli.

Monod, J. (1970). Le hazard et la necessité. Parigi: Seuil.

Morin, E. (1985). La via della complessità. In G. Bocchi, M. Ceruti (a cura di) (1985), La sfida della complessità. Milano: Feltrinelli site web.

Prigogine, I. (1976). Order Through Fluctations. Self-Organization and Social Systems. In E. Jantsch & L.H. Waddington, Evolution and Consciousness. Human Systems in Transition. Reading (Mass.): Addison-Wesley.

Rothschild, D., Weissbrod, O., Barkan, E., et al. (2018). Environment dominates over host geneticsin shaping human gut microbiota. Nature, 555: 210-5.

Volkenstein, M.C., &Chernavskii, D.S. (1978). Information and Biology. Jour-nal of Social and Biological Structures, 1,1, 69-86.

Rivista del mese

Dott. Giuseppe Cultrera
Fisioterapista.
Presidente associazione Approccio Variabile.
Autore tecnica approccio variabile.
Presidente Nazionale collegio probiviri dello SPIF, Sindacato Professionale
Italiano Fisioterapisti.
Libero professionista, Giarre.


Nella fisioterapia tradizionale tanto ortopedica quanto neurologica, l’approccio al recupero e al miglioramento funzionale implica quasi sempre attività che coinvolgono l’escursione di segmenti articolari, o attraverso esercizi aspecifici oppure attraverso esercizi finalizzati al raggiungimento di obiettivi funzionali (prendere un bicchiere, calciare una palla, allenare l’equilibrio etc.). In molti casi la parte di riabilitazione dedicata agli aspetti automatici del movimento viene presa poco in considerazione quando addirittura non considerata del tutto. Eppure l’automatismo rappresenta il substrato indispensabile al movimento volontario, per cui deve essere a mio avviso oggetto di (ri)apprendimento. Diventa necessario dunque intervenire con tecniche che possano “dialogare” più compiutamente con gli aspetti relativi all’organizzazione automatica del movimento.

Come sappiamo dalla fisiologia, l’automatismo, per quanto appreso, rappresenta il substrato indispensabile al movimento volontario. La complessa rete di interazioni dei sistemi corticali e sottocorticali permette l’integrazione di stimoli visivi, vestibolari, motori, sensitivi e propriocettivi, indispensabile per la gestione dei riflessi spinali, schemi di movimento già prestabiliti, ma adattabili al compito motorio secondo quel meccanismo che prende il nome di “atteggiamento funzionale” (Eric R. Kandel, James H. Schwartz, Thomas M. Jessell: Principi di Neuroscienze). L’unico recettore a possedere un’innervazione efferente motoria, oltre quella afferente sensitiva, è il fuso neuromuscolare, che oltre ad “informare” il SNC, viene da questo modulato durante la sua attività di “informatore”.

La Tecnica Approccio Variabile è un approccio (inteso come metodo o atteggiamento mentale o prospettiva particolare con cui si affronta lo studio di un problema) frutto di una più che trentennale esperienza di lavoro e di studio in ambito riabilitativo e prende l’avvio dalla considerazione che la funzione e la “disfunzione” sono sempre il risultato dell’interazione tra vari sistemi che devono essere tenuti in considerazione contemporaneamente nel trattamento riabilitativo. Ritengo che l’intuito sia elemento strutturale indispensabile nel ragionamento clinico tanto quanto lo sia il sapere scientifico. Sia in fase valutativa, quanto nel trattamento la Tecnica Approccio Variabile considera il paziente nel suo insieme, senza distinguerlo in paziente “ortopedico” e “neurologico”, e sottolinea la necessità di non tralasciare l’inevitabile e importante interrelazione tra le diverse componenti, che concorrono a determinare una disfunzione.

La tecnica “Approccio Variabile” (AV) sottende i concetti sopra esposti, proponendo un intervento manuale sul muscolo (direttamente ed indirettamente) con l’obiettivo di rivolgere “domande specifiche” che, attraverso la stimolazione dei sistemi fusimotorio e scheletromotorio, facilitino una risposta muscolare adeguata e significativa, sia su base volontaria che automatica. Il punto di forza della tecnica AV consiste nella possibilità di intervenire direttamente sul muscolo senza dover implicare necessariamente il movimento articolare e cominciare la stimolazione dei meccanismi automatici sopra riportati già nelle prime fasi dell’intervento riabilitativo, ad esempio all’inizio di una presentazione clinica acuta o di un percorso post-chirurgico, riducendo i tempi di recupero.

È questo il caso delle tante patologie e disfunzioni a carico del sistema movimento, a cui si rivolge la Tecnica Approccio Variabile: è possibile agire efficacemente negli esiti di lesioni centrali (ictus) o nelle patologie degenerative del Sistema Nervoso come la Sclerosi Multipla, si riducono i tempi di guarigione e di gestione della disabilità temporanea nella riabilitazione post chirurgica di anca, ginocchio, colonna, caviglia, spalla etc. Inoltre molto efficace risulta l’utilizzo della Tecnica nelle cervicalgie, lombalgie e nei traumi di grandi e piccole articolazioni che riguardano tutte le età e gli sportivi; infine altrettanto indicata è la Tecnica AV nel trattamento dei pazienti amputati che si apprestano alla verticalizzazione e all’utilizzo della protesi di arto inferiore. Questi sono alcuni esempi del campo di applicazione della Tecnica AV. Qualunque contatto manuale con il paziente obbliga il sistema nervoso a mettere in atto meccanismi di adattamento. Il Fisioterapista deve essere in grado tanto di cogliere questi adattamenti quanto di indurli e gestirli in maniera appropriata adeguandosi egli stesso alle mutevoli presentazioni cliniche, guidando il paziente verso il più efficace apprendimento motorio. É tutto questo un aspetto innovativo proprio della tecnica dell‘Approccio Variabile; per cui non cogliere gli aspetti di cui ho scritto spesso porta a ritardi nel processo di recupero così come ad insuccessi.

Rivista del mese

 

Dott. Roberto Urso
Dirigente Medico
U.O. di Ortopedia e Traumatologia
Ospedale Maggiore, Bologna

 


Il chiodo in carbonio: case report.

Abstract: Aneurysmal bone cyst is an expansive lesion that arises below the periosteum. The lesion tends to swell and create large cavities lined with histio-fibroblastic connective tissue and giant cells, filled with blood, but not vascularized. -Surgical treatment of the proximal metaphyseal fracture with the carbon locking nail.


Già in altra sessione si era parlato dell’encondroma nell’ambito delle neoplasie ossee benigne unifocali ad accrescimento autonomo, afinalistico, senza tempistica della sua evoluzione e molto lento rispetto alle forme maligne.

Oggi affrontiamo un argomento, quello della cisti ossea, che si mostra alla visione dell’ortopedico molto più spesso di quanto si possa credere, la cisti ossea.

La cisti ossea appartiene al gruppo delle lesioni pseudotumorali: un gruppo di lesioni ad eziologia quasi sempre sconosciuta e di natura displastica (alterazione cellulare) o iperplastica (aumento). In questo gruppo vengono inserite le cisti ossee, le cisti aneurismatiche e i granulomi eosinofili.

cisti ossea

Il motivo per cui devono essere tenute sotto controllo è dovuto al fatto che, essendo lesioni pseudotumorali, hanno spesso un aspetto clinico, anatomo-patologico e radiologico somigliante alle lesioni cancerose maligne.

Cisti ossea: è una lesione cistica espansiva dell’età infantile che colpisce la metafisi prossimale dell’omero o del femore ed è a contenuto sieroso, ma può diventare ematico nel caso che il segmento si fratturi.

Cisti ossea aneurismatica: si tratta di una lesione di tipo espansivo e insorge al di sotto del periostio. La lesione tende a gonfiarsi, a creare delle grosse cavità rivestite da connettivo istio-fibroblastico e di cellule giganti ripiene di sangue, ma non vascolarizzate.

Granuloma eosinofilo: è una lesione simil-granulomatosa che insorge in età giovanile e può colpire le ossa piatte, brevi e lunghe (cranio, bacino, vertebre), costituita da granulociti eosinofili ed istiociti. L’area di osteolisi si presenta a macchia d’olio e spesso, erodendo la porzione corticale, la radiografia fa sospettare a una neoplasia maligna.

cisti ossea

fig. 2 sede di insorgenza più frequente, la meta-epifisi prossimale dell’omero

 Case report

Paziente maschio, di anni 16. Nessuna patologia di rilievo. Buona salute, attività fisica regolare. Improvvisa frattura spontanea dell’omero destro; esegue radiografia di controllo e, alla visione della frattura della porzione più prossimale della diafisi, il responso appare molto inquietante, facendo passare la lesione di tipo osteolitico come una lesione tumorale di certa rilevanza.

Gestione clinica.

Clinicamente solo dolore, nessun deficit di tipo neurologico (spesso le fratture d’omero possono allarmare per il rischio di un danno a carico del nervo radiale). Al paziente venne data indicazione a trattamento di tipo incruento e fu immobilizzato con un bendaggio di tipo Desault (fig. 1A) da portarsi per 35- 40 giorni.

Giunto alla mia visione il paziente presentava notevole intolleranza a tale tipo di trattamento, ma ancor peggio era il dolore che provavain qualunque posizione stesse e, ancor peggio, durante la notte, in quanto non vi era posizione che non determinasse dolore.

cisti ossea

Si richiese TAC di controllo per visionare la dimensione e struttura della lesione e per fare valutazione sulla ricostruzione in 3D (fig.3C). Nella figura 3 appare ben evidente che la lesione non corrispondeva a quella visibile ai radiogrammi (fig.3A), ma era molto più estesa partendo dal 3° prossimale di omero fino alla porzione più esterna della testa dell’omero (fig.3B).

Le frattura diafisarie e meta-diafisarie di omero devono essere attentamente valutate e possono, molto frequentemente, essere gestite con una chirurgia mini-invasiva e stabilizzate con un chiodo bloccato (fig.1 e fig.2).

Ciò che tale approccio chirurgico ha di veramente positivo è determinato dalla possibilità di iniziare già dal giorno successivo all’intervento, una mobilizzazione precoce dell’arto superiore interessato. Questo permette una più veloce ripresa ai movimenti e di conseguenza una precoce guarigione.

Materiale e metodo

Nella figura 1A si vedono quelle che sono le sedi fratturative più frequenti a livello dell’omero in questi giovani pazienti e la figura 2 mostra l’approccio chirurgico per tale tipo di intervento. Una piccola incisione e, sotto controllo ampliscopico e previa riduzione della frattura, si inserisce un chiodo bloccato.

La scelta classica, nelle fratture non patologiche e traumatiche dell’adulto, cade pressoché sempre su un chiodo bloccato costruito in lega di titanio e con modulo di elasticità pari a quella dell’osso vivente. (fig.1B)

Nel caso specifico di cui stiamo parlando, si scelse un chiodo bloccato in carbonio e tale scelta fu determinata dal fatto che, a differenza del titanio, il carbonio è radiotrasparente e permette di seguire il processo di guarigione meglio che i chiodi classicamente usati.

Trattamento

In anestesia generale e con il paziente in decubito beach-chair, si eseguì piccola incisione di circa 2 centimetri con accesso tran-deltoideo; sotto scopia si inserì il filo guida e con l’apposita raspa si praticò il foro di ingresso. Si fece un prelievo per esame istologico e si inserì il chiodo bloccato in carbonio.

cisti ossea

Nella figura 4A. è visibile il controllo eseguito nell’immediato post-operatorio cisti ossea. Dopo circa 24 ore il paziente fu dimesso a domicilio e con solo il braccio al collo su tutore semplice. La desutura delle ferite avvenne a 2 settimane dall’intervento, ma la rieducazione funzionale assistita fu immediata. Nel primo mese con movimentazione graduale attiva e passiva fino ai gradi estremi e dal secondo mese più intensa e con rinforzo muscolare attivo.

I controlli furono a 1 mese e a 2 mesi e furono eseguiti i relativi radiogrammi che, per merito del chiodo al carbonio, mostrano l’evoluzione del processo di guarigione.

A 2 mesi il paziente eseguì nuovo radiogramma di controllo che mostrava un callo osseo riparativo molto valido (fig.4B) e la mobilizzazione dell’arto era totalmente libera e senza tutore. Un risultato che può essere definito ottimo.


Bibliografia

C.P. Adler, K. Kozlowsky: “Primary bome tumors and tumrous condition in children”, Springer Verlag, 1993, London

Klaus Buckup: “Ortopedia pediatrica”, 1° edizione 1987, Aulo Gaggi editore, Bologna

M. Campanacci: “Lezioni di Clinica Ortopedica”, 2° edizione, 1975, Patron Editore, Bologna

G. Canepa, G. Stella: “Tumori ad istogenesi cartilaginea”, vol.4, Trattato di Ortopedia Pediatrica, 2002, Piccin Editore

B.L. Coley, N.L. Higinbotham: “Tumors primary in the bones of hand and feet”, Surgery, 5,112, 1939

Frank Netter, William Enneking, Ernest U. Conrad III: “Tumori dell’apparato muscolo-scheletrico”, Apparato muscolo-scheletrico, parte 2, Ciba Collection, volume 8, 1998

Rivista del mese

Dott.ssa Annamaria Venere
Sociologa Sanitaria;
Criminologa Forense;
Socio AICIS (Associazione Criminologi per l’Investigazione e la Sicurezza);
Amministratore Unico: AV eventi e formazione, Catania;
Direttore editoriale: Medicalive Magazine;
www.annamariavenere.it

 


In una società dominata dal potere dei mass media e dei social, l’immagine rappresenta l’elemento essenziale del successo personale, sociale e professionale spingendoci a uniformarci a un ideale di perfezione ampiamente incentrato sull’apparenza. Preoccuparsi del proprio aspetto diviene fondamentale e, allo stesso tempo, difficile da ignorare. I sintomi del disturbo da dismorfismo corporeo possono svilupparsi in maniera graduale o acutamente. Anche se l’intensità può variare, si pensa che il disturbo sia solitamente cronico a meno che i pazienti siano adeguatamente trattati.

L’autostima è l’idea che la persona ha di sé, del suo valore e delle proprie capacità. Si tratta di un pensiero in continua trasformazione che fonda le sue radici nei primi anni di vita, per poi evolversi nel tempo.

Una fase critica del periodo evolutivo è l’adolescenza, ciclo di vita compreso tra i 10 e i 19 anni (OMS, 2007) che abbraccia l’instaurarsi di diversi cambiamenti psicologici, sociali e morfologici.

In alcuni soggetti, questa metamorfosi può condizionare un gesto semplice come guardarsi allo specchio perché il giudizio che hanno di sé, è frutto del confronto fra ciò che vedono e la loro idea di bellezza. Più grande è il divario, più si sentiranno inadatti. Coloro che soffrono di Dismorfismo Corporeo, sono insoddisfatti in forma estrema e ossessiva, lo specchio diventa un oggetto di tortura.

I pazienti con il disturbo da dismorfismo corporeo sono profondamente tormentati per un difetto immaginato, guardandolo con “odio, disgusto e imbarazzo” e incapaci di esserne ossessionati. Generalmente, si tormentano per difetti del viso (rughe, cicatrici, acne, colore della carnagione, peli sul viso, paura di possibile calvizie, naso, orecchie) ma qualunque altra parte del corpo può essere il fulcro della preoccupazione.

Benché il disturbo da dismorfismo corporeo sia poco conosciuto, non è raro. Grazie ad alcuni studi sembrerebbe che il disturbo sia sotto diagnosticato a causa del riserbo dei pazienti sui loro sintomi e la loro ritrosia a cercare un trattamento psichiatrico; infatti molti consultano dermatologi o chirurghi plastici. La qualità della vita è compromessa dalla continua insofferenza, vergogna, rabbia che portano il soggetto ad evitare le occasioni sociali, a non accettarsi e a cercare di perfezionarsi con interventi estetici. Una particolarità interessante è che qualunque intervento venga effettuato non porterà alla soddisfazione del risultato. L’eccessiva attenzione centrata su sé stessi e di conseguenza sull’immagine corporea negativa, porta la persona a credere che le altre persone hanno la medesima opinione su di loro ed inoltre porta la persona a utilizzare un eccessivo mimetismo.

Il Disturbo di Dismorfismo Corporeo (DDC) è entrato a far parte dei disturbi psicologi solo in epoca recente, infatti la sua inclusione nel DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali) risale al 1987 e fa parte dello spettro del “disturbo ossessivo-compulsivo e dei disturbi correlati.” Il Disturbo da Dismorfismo Corporeo, come tutti gli altri disturbi psicologici, ha diverse cause che possono spiegarne l’eziopatogenesi cioè l’insieme dei fattori psicologici e biologici e delle condizioni socio-ambientali. É grave ed una invalidante condizione di salute mentale caratterizzata da tutta una serie di sintomi legati alle preoccupazioni dell’immagine corporea.

Ma è possibile prevenire? Il termine prevenzione nel campo psicologico fa riferimento a politiche e programmi che hanno l’obiettivo di eludere o perlomeno di prevenire il possibile sviluppo di disturbi psicologici proteggendo così non solo la persona in sé ma anche e soprattutto la popolazione in generale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha definito tre livelli differenti di prevenzione:

Prevenzione di tipo primaria: ha l’obiettivo di adottare interventi specifici e programmi in grado di evitare o ridurre la possibilità di insorgenza e sviluppo di una malattia e si attua riducendo i fattori di rischio.

Prevenzione di tipo secondaria: si riferisce alla diagnosi precoce di una patologia, permettendo un intervento tempestivo senza riuscire a evitarne o ridurne però la comparsa.

Prevenzione di tipo terziaria: è rivolta alle complicazioni, alla possibilità di recidiva e perfino di morte.

Quando, nella mente, si sviluppa una visione distorta del proprio corpo, tale da indurci a porre in essere continui tentativi per correggerla e modificarla, il correlato e inevitabile aumento dello stato d’ansia innesca altrettanto inevitabili sindromi.

Rivista del mese

Salvo Falcone
Giornalista;
Media Consultant;
Direttore Responsabile
Medic@live Magazine

Ricerca EuroTrak 2022: nonostante 12,5%  degli italiani soffra di perdita dell’udito, solo il 4,4% utilizza un apparecchio acustico


Troppi italiani con problemi di udito pagano per poter sentire. Al 20esimo congresso della Federazione italiana audioprotesisti – si legge in un comunicato – si parla anche dei nuovi Lea, i Livelli essenziali di assistenza in attesa di approvazione tramite decreto da parte del governo.

“C’è ancora tanto da fare e non siamo soddisfatti”, sottolinea il presidente dell’Associazione nazionale audioprotesisti, Ana, Mauro Menzietti: infatti “tante persone avrebbero bisogno di vedere riconosciuto il loro diritto di sentire a spese del Sistema sanitario nazionale, invece dal 2017 esiste un decreto sui nuovi Lea che ancora non trova applicazione, tra l’altro in uno scenario in cui la necessità di massima diffusione delle tecnologie è richiesta dall’Oms e dai governi di tutto il mondo”.

Ribadita la richiesta al nuovo governo di “immediata attuazione di questo aggiornamento delle tariffe di assistenza protesica per il bene dell’utente”. Infatti, il 12% della popolazione, circa otto milioni di persone ipoacusiche,avrebbe “un enorme beneficio in termini di qualità di vita dall’uso dei dispositivi, tuttavia solo due milioni li autorizzano regolarmente e molti di loro sono costretti a sostenere il costo di tasca propria”.

Ora come ora, conferma il direttore della Federazione italiana audioprotesisti Dario Ruggeri, “i Lea non sono applicati nè applicabili perchè mancano le tariffe, che però “sono in dirittura d’arrivo”, dato che le gare sono state ritenute “non adatte” in quanto i dispositivi, seppure prodotti in serie, sono “personalissimi”. Come sottolinea il presidente di Federanziani Roberto Messina, per gli ipoacusici, assieme a Fia, Ana e Anap, “siamo riusciti a fare in modo che in Italia nessuna gara fosse bandita e aggiudicata facendo ricorsi ai Tar e al Consiglio di Stato che abbiamo sempre vinto”. E ora, aggiunge, “c’è un problema tecnico di cambiamento del nuovo governo che deve fare approvare tutte le tariffe Lea, che sicuramente rivedrà, dopodiché saranno rimesse nuovamente in posizione da tariffa e non da gara anche le protesi per ipoacusici gravi. Spero che entro sei mesi riusciamo a farlo”.

Della battaglia – si legge ancora nel comunicato – fanno parte anche gli Industriali: le preoccupazioni, argomenta la direttrice di Confindustria Dispositivi medici Fernanda Gellona, “sono che il decreto Lea con le nuove tariffe non è ancora stato approvato, per cui tutta la revisione è ancora ferma. Se teniamo conto che il decreto è del 2017 e che l’evoluzione tecnologica del settore è molto veloce – rimarca – siginifica che siamo in grave ritardo rispetto alle prestazioni previste”. E il timore è che “i tempi si allunghino ancora”, per cui si confida che “il nuovo governo possa sveltire l’attività. Cittadini e imprese hanno bisogno di risposte che non possono che essere la revisione del decreto Lea tenendo presente inno azioni tecnologiche e strumenti per valutare l”efficacia dei dispositivi e il loro impatto economico”. La sfida che lanciano dunque le associazioni è quella di arrivare al massimo entro il 2024 al ritorno alle tariffe.

Nel comunicato si sostiene che nonostante il 12,5% della popolazione in Italia soffra di perdita dell’udito, solo il 4,4% utilizza un apparecchio acustico. Posizionata dietro la Polonia (15%) al secondo posto per perdita di udito, l’Italia registra un tasso di adozione dei dispostivi acustici (35%) più basso rispetto a Paesi come Danimarca (55%) e UK (53%). Una percentuale che è però cresciuta e ha portato in quattro anni un aumento del 5%. È probabile si tratti anche di un effetto della pandemia, ovvero le mascherine hanno sollevato in molti il problema dell’ipoacusia in modo più evidente. Lo dimostra – si legge ancora – anche il fatto che il 71% di coloro che hanno un apparecchio acustico lo hanno acquistato a partire dal 2019 o successivamente. Questi alcuni dei dati emersi da EuroTrak Ita 2022, la ricerca di Anovum sull’impatto delle protesi acustiche sulla popolazione italiana, voluta dall’associazione europea di produttori di apparecchi acustici Ehima, di cui fa parte anche Anifa-Associazione nazionale dei fabbricanti di audioprotesi di Confindustria Dispositivi Medici.

“Lo sviluppo tecnologico degli apparecchi acustici, unito alla competenza e disponibilità degli audioprotesisti – ha dichiarato Sandro Lombardi, presidente Anifa-Associazione nazionale dei fabbricanti di audioprotesi di Confindustria Dispositivi medici – ha giocato un ruolo da protagonista anche in un momento fortemente critico quale quello della pandemia. I maggiori disagi che hanno dovuto affrontare le persone con problemi di udito (utilizzo della mascherina, necessità di usare le connessioni per lavoro-relazioni sociali, eccetera) hanno trovato una valida risposta grazie allo sforzo congiunto del nostro comparto e la riprova è proprio quell’incremento di quasi sei punti percentuali di nuovi utilizzatori”.

Un altro aspetto evidenziato dalla ricerca EuroTrak, ha concluso Lombardi, è “la scarsa consapevolezza di cosa sia la sordità: più del 50% delle persone pensa che questa patologia non provochi altri danni collaterali (esempio il ritardo cognitivo). Per questo è necessario fare prevenzione e comunicazione. In questo senso è indispensabile la collaborazione tra la figura del medico e dell’audioprotesista, oltre al continuo aggiornamento professionale. Le nostre imprese, dal canto loro, sono impegnate e lo saranno ancor di più in futuro per diffondere e comunicare il valore della tecnologia ai cittadini e a tutte le figure professionali coinvolte per il benessere delle persone, che non può prescindere dalla sfera uditiva”.

La ricerca EuroTrak 2022 misura il mercato italiano mappando l’efficacia e la qualità dell’applicazione audioprotesica utilizzando il tasso di adozione o il livello di soddisfazione espresso dai pazienti nei principali mercati internazionali. Dalla ricerca emerge chiaramente come il ricorso ad apparecchi acustici migliori la qualità della vita, le situazioni di ascolto, riducendo l’emarginazione sociale e restituendo la socialità. Nello specifico: Il 97% dei possessori di apparecchi acustici dichiara di aver registrato un miglioramento della qualità della vita. Superato anche il concetto di emarginazione legato all’adozione di audio protesi: secondo il 48% dei possessori, l’esclusione maggiore è causata dalla mancanza di udito, riscontrando un’apertura culturale verso le protesi anche dalle persone vicine. L’87% dei possessori di apparecchi acustici afferma che il proprio apparecchio acustico funziona meglio o come previsto. Il 79% dei possessori di apparecchi acustici è soddisfatto dei propri. L’83% dei possessori di apparecchi acustici si sente più sicuro di muoversi in una città da quando indossa gli apparecchi acustici. Le prime fonti di informazione nei confronti delle protesi acustiche sono i medici di base e gli otorinolaringoiatri (52%), seguono i siti web (35%) e il personale degli store (25%).

Rivista del mese

Dott. Massimo Agnoletti
Psicologo, Dottore di ricerca Esperto di Stress, Psicologia Positiva e Epigenetica. Formatore/consulente aziendale, Presidente PLP-Psicologi

Liberi Professionisti-Veneto. Direttore del Centro di Benessere Psicologico, Favaro Veneto (VE)

 


Le recenti scoperte relative le dinamiche tra i microorganismi che compongono il microbiota, la barriera intestinale ed il sistema nervoso centrale hanno diffuso il concetto dell’asse microbiota-intestino-cervello, in questa definizione riduzionistica vengono grandemente sottostimate le interazioni biunivoche con la mente umana.


Abstract

In questo scritto si sottolinea l’esigenza di considerare anche l’aspetto psicologico all’interno dell’asse costituito anche dal microbiota, dall’intestino e dal cervello, per evitare l’ennesimo errore riduzionistico consistente nel pensare che i processi neurali del sistema nervoso centrale siano completamente sovrapponibili a quelli psicologici. Nella specie umana, caratterizzata dalla natura massicciamente integrata tra gli aspetti biologici, psicologici e socioculturali, risulta fondamentale includere anche l’aspetto psicologico e socioculturale all’interno delle continue e vicendevoli interazioni che interessano l’asse microbiota-intestino-cervello per comprendere al meglio questo sistema altamente complesso interpretando correttamente i dati che stanno emergendo dalla letteratura scientifica.

This paper emphasizes the need to also consider the psychological aspect within the axis also consisting of the microbiota, the intestine, and the brain, to avoid yet another reductionist error consisting in thinking that the neural processes of the nervous system central are completely superimposable to the psychological ones. In the human species, characterized by a massively integrated nature between the biological, psychological, and socio-cultural aspects, it is essential to include the psychological and socio-cultural aspects within the continuous and reciprocal interactions that affect the microbiota-intestine-brain axis to better understand this highly complex system by correctly interpreting the data that are emerging from the scientific literature.


Generalmente si parla di asse “microbiota-intestino-cervello” per connotare tutte le interazioni possibili tra questi tre fondamentali sistemi dell’organismo umano (e non). All’interno di questa definizione propongo di aggiungere riferito al contesto umano anche il termine “mente” perché essa non è riducibile interamente al livello neurale così come ciascun altro termine della dicitura “microbiota-intestino-cervello” non è interamente riducibile al livello fisico-chimico molecolare di cui è composto.

Questa precisazione non è motivata da un interesse puramente terminologico o filosofico perché è foriera di molte implicazioni concettuali che, di conseguenza, hanno una loro ripercussione sia nel modo di interpretare i tanti risultati già disponibili dalla letteratura del microbiota sia nelle pratiche cliniche (e non) finalizzate a promuovere la salute umana. Prima di proseguire mi preme sottolineare che, per quanto riguarda la specie umana, il contesto di riferimento deve necessariamente essere bio-psico-sociale al fine di evitare facili riduzionismi nel trattare la salute ed il benessere (Agnoletti, 2004, Agnoletti, 2019; Engel, 1977). La complessità del livello psicologico, così come quello socioculturale, non sono completamente sovrapponibili con i processi rispettivamente neurali ed individuali che, pur rappresentando una condizione “sine qua non”, necessaria quindi, ma non sufficiente per la loro espressione, non determinano tutte le dinamiche caratteristiche degli aspetti mentali o sociali.

Per questo motivo autori come l’embriologo evoluzionista Marcello Barbieri (Barbieri, 2003; Barbieri, 1985) così come molti altri scienziati e filosofi (Dennett & Hofstadter, 1992; Dennet, 1991; Cimatti, 2000; Gazzaniga, 2019; ecc.), sostengono a ragione che ciascun livello di complessità è caratterizzato da una sua autonomia rispetto il livello dal quale deriva pur avendo nei confronti di esso una relazione interattiva biunivoca e di necessità che però non è mai sufficiente per descriverne esaustivamente ne le peculiarità ne la complessità. Già nel livello più intimo e ubiquitario della biologia, cioè l’informazione genetica, dobbiamo infatti ricorrete al termine “codice genetico” proprio per sottolineare che la complessità caratterizzante la struttura fisico-chimica delle proteine non è nemmeno lontanamente riconducibile unicamente alle informazioni genetiche contenute nel DNA (Barbieri, 2003; Gazzaniga, 2019).

In termini pratici, sappiamo infatti molto bene che l’aspetto mentale è legato anche alle dinamiche neurali ma non è derivabile o riconducibile interamente ai processi causali fisico-chimici caratteristici del cervello. Se così non fosse lo stesso concetto universale di attribuzione di responsabilità, giuridica o meno, così come quello di interazione linguistica non avrebbero alcun senso (Cimatti, 2000; Gazzaniga, 2019). Ho fatto questa disquisizione, che apparentemente può sembrare utile solo come esercizio filosofico, perché invece possiede una enormità di conseguenze pratiche nel momento in cui si applica all’interno del contesto integrato di salute e benessere umano.

Nella maggior parte degli studi scientifici relativi l’asse “microbiota-intestino-cervello”, è possibile constatare, grazie ad una semplice ricerca sul web, la presenza, in misura quasi ubiquitaria del termine Stress (tecnicamente sarebbe più corretto parlare di Stress psicosociale negativo) come riferimento ad uno dei più importanti fattori che influenzano la composizione del microbiota e/o la permeabilità dell’intestino facendo credere implicitamente che lo Stress sia totalmente riconducibile ad un fenomeno fisico-chimico neurale del sistema nervoso centrale (cervello). Questa assunzione implicita deriva dal fatto che il paradigma biomedico di riferimento largamente condiviso, anziché essere quello olistico ed integrato bio-psico-sociale più scientificamente aggiornato, è tutto raancorato alla dicotomia mente-materia dove la prima non ha interazioni causali sulla seconda.

La fallacia di questa esemplificazione non permette di comprendere come fenomeni non fisico-chimici come le emozioni o le interazioni linguistiche o sociali abbiano un rapporto causale con i fenomeni fisico-chimici che caratterizzano la nostra fisiologia e, in ultima analisi, le nostre cellule. Ormai la letteratura attualmente disponibile ha ampiamente confermato la natura integrata ed olistica della persona umana che coinvolge tutti gli aspetti bio-psico-sociali (Agnoletti, 2004; Agnoletti, 2018; Agnoletti, 2019; Drury et al., 2012; Epel et al., 2009; Friedrickson et al., 2013) e, piuttosto recentemente, grazie soprattutto all’affermarsi del paradigma epigenetico e lo studio del microbiota, abbiamo cominciato ad essere maggiormente consapevoli relativamente l’ulteriore complessità dei fenomeni fenotipici umani (e non) aprendo la strada anche a nuove modalità concrete e tecnologie per promuovere il benessere e la salute umana.

Alla luce di quanto finora esposto, parlare ancora di asse “microbiota-intestino-cervello” appare riduttivo e semplicistico perché sottostima grandemente le interazioni non fisico-chimiche peculiari del piano psicologico e sociale che hanno ripercussioni nei livelli neurali, intestinali e della composizione del microbiota. Interessante notare che l’aspetto di gestione dello Stress psicosociale della nostra società attuale ha un ruolo fondamentale nel determinare la salute e il benessere umano quindi continuare a non riconoscerlo propriamente considerando solo i suoi riflessi neurali equivale a non comprendere uno degli aspetti che più caratterizzano la specie umana. Senza dubbio il fatto che il fenomeno dello Stress psicosociale è determinato anche da fattori soggettivi (infatti il medesimo stressor può essere vissuto in modo molto differente da persone diverse innescando reazioni neurofisiologiche molto distinte) rappresenta un elemento che poco si accorda con la visione dell’asse “microbiota-intestino-cervello” dove la soggettività non ha un adeguato spazio logico.

microbiotaPer superare questo paradigma limitante che vede come unici protagonisti il microbiota, l’intestino ed il cervello nel suddetto asse microbiota-intestino-cervello, propongo di aggiungere il quarto termine “mente” al fine di sottolineare ed includere tutte quelle influenze che da una parte possono determinare cambiamenti ai livelli di analisi neurali-intestinali e del microbiota (si veda ad esempio il fenomeno dell’ansia e della depressione come fenomeno che coinvolge un’attivazione neurale, una produzione endocrina e un cambiamento nella permeabilità intestinale e nella composizione del microbiota) e dall’altra considerano le influenze psicologiche derivanti dalle dinamiche neurali endocrine, cellulari e del microbiota (si veda, ad esempio, la catena causale degli stati di ansia e di depressione indotti per preservare il cervello dalle infiammazioni di origine intestinale). Includere “nell’equazione” dell’asse microbiota-intestino-cervello anche il piano psicologico permette di accedere alle dinamiche esperienziali come anche quelle socioculturali passando da una visione puramente oggettiva del funzionamento umano ad una che coglie anche la natura soggettiva e molto eterogenea caratteristica della specie umana.

Nel contesto della persona umana come unità bio-psico-sociale, la mente umana, e non il cervello, detiene il primato della volontà, delle scelte dei comportamenti che non hanno una natura causale linearmente prevedibile (così come invece qualsiasi dinamica fisico-chimica) oltre ad essere, attraverso i processi attentivi, l’agente di selezione sia delle telononomie strettamente biologiche evoluzionistiche che di quelle socioculturali (Massimini, Inghilleri & delle Fave, 1996). Comprendere come, ad esempio, ricevere al telefono la notizia traumatica che un proprio caro è deceduto per un incidente automobilistico possa influenzare velocemente i processi relativi l’attivazione neurale, endocrina e cellulare con importanti conseguenze anche a livello di microbiota è importante così come è fondamentale capire che categorie specifiche di stati di ansia e depressione possono essere indotte da dinamiche infiammatorie intestinali (Carloni et al., 2021) senza che vi sia una causalità strettamente psicologica nell’eziologia di quegli stessi stati di ansia e di depressione.

La maggiore consapevolezza dell’asse “microbiota-intestino-cervello-mente” ha come risvolto pratico che i professionisti dovrebbero avere una conoscenze ed una competenza molto più trasversale rispetto a quella attuale perché dovrebbe includere aspetti sociali, psicologici, neurali, metabolici ed immunitari per evitare rischi iatrogeni come ad esempio, cercare inutilmente l’origine psicosociale traumatica di alcune tipologie di stati di ansia e depressione (soprattutto per la categoria degli psicologi) o sottostimare grandemente il ruolo del vissuto psicologico nella gestione dello stress nelle dinamiche fisiologiche(soprattutto per la categoria dei medici). Cercare di agire unicamente sotto l’aspetto psicologico per trattare espressioni mentali come i disturbi ansia ostinandosi nell’identificazione di una eziologia esclusivamente psicologica, così come non considerare l’aspetto psicosociale in una qualsiasi problematica gastrointestinale come un’ulcera o una sindrome da colon irritabile insistendo nel voler “risolvere” il problema agendo a livello esclusivamente fisiologico (magari attraverso uno psicofarmaco o un inibitore di pompa protonica), appare quindi non solo miope (anche rimanendo “solo” sul piano fisiologico) ma anche potenzialmente pericoloso per il benessere e la salute globale delle persone.

Risulta chiaro quindi che la reale complessità di fenomeni che coinvolgono la globalità bio-psico-sociale dell’essere umano devono tener conto anche del ruolo fondamentale dell’aspetto psico-sociale al fine di evitare ulteriori errori riduzionistici che si ripercuotono nella pratica clinica, e non, dei professionisti che supportano i loro pazienti/clienti.


Bibliografia

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Carloni, S., Bertocchi, A., Mancinelli, S., Bellini, M., Erreni, M., Borreca, A., Braga, D., Giugliano, S., Mozzarelli, A. M., Manganaro, D., Fernandez Perez, D., Colombo, F., Di Sabatino, A., Pasini, D., Penna, G., Matteoli, M., Lodato, S., & Rescigno, M. (2021). Identification of a choroid plexus vascular barrier closing during intestinal inflammation. Science (New York, N.Y.), 374(6566), 439–448. https://doi.org/10.1126/science.abc6108

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Massimini, Inghilleri & delle Fave.(1996). La selezione psicologica umana. Teoria e metodo d’analisi. Arcipelago Edizioni.

Rivista del mese

Dott. Renzo Scaglioni
Farmacista.
Direttore Farmalabor Campus,
Milano

 


Della famiglia delle Cannabaceae, la cannabis (Linneo, 1753) è un genere da cui derivano diverse specie.

Le più comuni e diffuse sono:

  • Cannabis sativa,
  • Cannabis indica,
  • Cannabis ruderalis.

La cannabis contiene al suo interno tantissime sostanze (più di 400), l’insieme di queste è detto fitocomplesso.

Le infiorescenze femminili e le foglie rappresentano le principali fonti di principi attivi e quindi gli unici tessuti della pianta ad essere impiegati nella produzione di farmaci a base di cannabis.

 

PRINCIPALI UTILIZZI E PRESCRIZIONI

  • Cura dell’ansia e della tensione muscolare in quanto il CBG inibisce il neurotrasmettitore GABA (acido gamma-amminobutirrico)
  • Trattamento del glaucoma in quanto riduce la pressione intraoculare aumentando il drenaggio del fluido dell’occhio, al pari degli altri Cannabinoidi
  • Trattamento delle malattie infiammatorie intestinali come il morbo Crohn
  • Antidepressivo
  • Effetti anti-nausea e anti-emetico,
  • Proprietà neuroprotettive
  • Proprietà antifungine e antimicrobiche
  • Trattamento della psoriasi in quanto inibisce la proliferazione dei cheratinociti
  • Trattamento delle disfunzioni vescicali, in particolare nella riduzione delle contrazioni vescicali

 

CARENZA CRONICA DI CANNABIS

cannabisAncora oggi il principale ostacolo, nell’utilizzo dei derivati della cannabis, nelle terapie in cui sarebbe di grande utilità, è la carenza sul mercato Nazionale ed Internazionale della materia prima.

La necessità, di derivati della Cannabis a livello Nazionale, sono 4-5 volte superiori alla disponibilità del mercato, mercato che, a livello Europeo, è governato dall’Olanda dove sono nati i primi studi sull’utilizzo dei derivati della C. in campo farmacologico e di conseguenza dove si sono sviluppate le coltivazioni mirate a fornire una pianta con caratteristiche sempre più vicine alle necessità estrattive di principi attivi.

In Italia la produzione della cannabis, destinata all’utilizzo terapeutico, è di competenza esclusiva dell’Officina Farmaceutica Militare di Firenze; sono in fase di valutazione concessioni ad altri produttori per cercare di sopperire alla carenza cronica.

In Italia la cannabis ad uso medico è legale dal 2013. Viene venduta in Farmacia con ricetta medica, partendo dalle infiorescenze che vengono vendute come tali o lavorate dal Farmacista Galenista per ottenerne un estratto oleoso, l’olio di cannabis (oliva, MCT, altro) in gocce da assumere per bocca, sia per uso umano che uso veterinario.

Il medico dovrà compilare per ogni assistito, una scheda di monitoraggio per la raccolta dei dati dei pazienti trattati, da inviare alla Regione territorialmente competente secondo le indicazioni che le stesse Regioni forniranno.

Oggi il paziente può acquistare in farmacia preparati a base di Cannabis dietro prescrizione medica e già molte Regioni riconoscono questi preparati che vengono dispensati in Regime di SSN.

Grazie alla ricerca, che da voce allo sviluppo della letteratura scientifica, medici e pazienti rivolgono, sempre più frequentemente, l’attenzione all’utilizzo di Cannabis nel trattamento, come terza quarta scelta all’interno delle terapie di routine, di specifiche patologie.

 

UTILIZZO DELL’OLIO

Per quanto riguarda la preparazione dell’olio, la forma farmaceutica più prescritta, al centro di controversie legate alla reale concentrazione di attivi finali disponibili,  viene effettuata sapendo che comunque prima dell’utilizzo questa preparazione va sottoposta ad un’analisi presso laboratori attrezzati, ed ora i tempi di attesa si sono molto ridotti, 2-3 giorni, ricordiamoci che i pazienti sottoposti a questo tipo di terapia, non hanno urgenze in quanto comunque sono coperti, sempre, da terapie da protocollo.

Rivista del mese

Dott. Massimo Agnoletti
Psicologo, Dottore di ricerca
Esperto di Stress,
Psicologia Positiva e Epigenetica.
Formatore/consulente aziendale,
Presidente PLP-Psicologi Liberi Professionisti-Veneto.
Direttore del Centro di Benessere Psicologico, Favaro Veneto (VE)


La funzione di ripristino dell’omeostasi di molti sistemi psico-neuro-endocrino-immunologici è una funzione fondamentale del meccanismo dello stress ma esiste anche una funzione dello stress finalizzata a fornire energia e risorse per aumentare la complessità dell’organismo nella sua globalità bio-psico-sociale.


Abstract 

Il paradigma attualmente accettato di Stress prevede che esso abbia una funzione adattiva finalizzata a ripristinare uno squilibrio reale o potenziale (percepito in termini di possibile rischio) di uno o più sistemi appartenenti ad una persona intesa come entità bio-psico-sociale. L’assunto di questa prospettiva è che esista un equilibrio omeostatico (o allostatico), garantito dall’attivazione del sistema dello Stress e che rappresenta uno stato di benessere e salute psicofisica. Nel modello che propongo, il meccanismo di Stress non è limitato a questa funzione di difesa dall’omeostasi ma include anche la disponibilità di energie e risorse finalizzate a perseguire teleonomie che aumentano la complessità del sistema globale bio-psico-sociale. Il coinvolgimento del sistema dello Stress per perseguire teleonomie non omeostatiche risulta essere fondamentale, se non necessario, per la comprensione di bisogni umani quali la curiosità, l’esplorazione, l’apprendimento, il flow, la felicità e molti altri tratti fenotipici umani.

The currently accepted paradigm of Stress provides that it has an adaptive function aimed at restoring a real or potential imbalance (perceived in terms of possible risk) of one or more systems belonging to a person understood as a bio-psychosocial entity. The assumption of this perspective is that there is a homeostatic (or allostatic) balance, guaranteed by the activation of the Stress system and which represents a state of well-being and psychophysical health. In the model I propose, the Stress mechanism is not limited to this defense function of homeostasis but also includes the availability of energy and resources aimed at pursuing teleonomies that increase the complexity of the global bio-psycho-social system. The involvement of the Stress system to pursue non-homeostatic teleonomies is fundamental if not necessary for the understanding of human needs such as curiosity, exploration, learning, flow, happiness and many other human phenotypic traits.


stressAttualmente il modello di Stress largamente condiviso all’interno della comunità scientifica prevede, anche nella specie umana, che vi sia una specifica attivazione psico-neuro-endocrina finalizzata a risolvere una situazione potenzialmente pericolosa per l’omeostasi dell’organismo. L’equilibrio omeostatico può essere perturbato da un cambiamento interno o esterno all’organismo, da una minaccia reale o potenziale ma la logica del meccanismo dello Stress è sempre quella di ripristinare attivamente un equilibrio precedente l’evento perturbante. Dal concetto di “ambiente interno” (“milieu intérieur”) introdotto dal celebre fisiologo francese Claude Bernard, all’altrettanto famoso fisiologo americano Walter Bradford Cannon che identificò la risposta di “lotta o fuga” messa in atto dagli animali in seguito all’esposizione di una minaccia, allo stesso concetto di Stress descritto da Hans Selye, il contesto di riferimento è rimasto sempre la difesa attiva di un equilibrio omeostatico biologico (statico o dinamico) caratteristico di un organismo in uno stato di benessere psicofisico.

L’equilibrio omeostatico può essere definito come un meccanismo attivo finalizzato a mantenere entro determinati livelli di soglia uno specifico stato biologico (il “milieu intérieur” di Bernard) potenzialmente perturbabile da fattori interni od esterni all’organismo ma che è sempre caratterizzato dal medesimo livello di complessità (e quindi non da un suo aumento). Recentemente molti autori come McEwen (2007), Sapolsky (2006) e Chrousos (2009) hanno ulteriormente raffinato il concetto di base riferito ad un equilibrio omeostatico (o allostatico) con sempre maggiori dettagli fisiologici o molecolari. Riportando testualmente una recente pubblicazione di Chrousos e Agorastos (Agorastos & Chrousos, 2021) dove i due autori egregiamente sintetizzano il concetto classico di Stress: “Lo stress è definito da uno stato di minaccia all’ equilibrio omeodinamico da un’ampia gamma di sfide o stimoli intrinseci o estrinseci, reali o percepiti, definiti come fattori di stress. Per preservare questo stato omeodinamico ottimale all’interno di un intervallo fisiologico, gli organismi hanno sviluppato un sistema altamente sofisticato, il sistema dello stress, che serve all’autoregolazione e all’adattabilità dell’organismo mediante il re-indirizzamento dell’energia in base alle esigenze presenti.” (tradotto dall’originale “Stress is defined as a state of threatened homeodynamic balance by a wide range of intrinsic or extrinsic, real or perceived challenges or stimuli, defined as stressors. To preserve this optimal homeodynamic state within a physiologic range, organisms have developed a highly sophisticated system, the stress system, which serves self-regulation and adaptability of the organism by energy redirection according to the current needs.”).

In altre sedi (Agnoletti, 2020a; Agnoletti, 2021b; Agnoletti, 2022) ho sottolineato come questa visione tradizionale del concetto di Stress sia fortemente focalizzata sulla teleonomia puramente biologica (rispetto quella psicologica o socioculturale) e per questo motivo le definizioni di Eustress (Stress positivo) e Distress (Stress negativo) attualmente trovano il loro spazio logico unicamente in funzione della fitness biologica dell’organismo. A mio parere la versione che prevede il meccanismo dello Stress unicamente come processo finalizzato a ripristinare un equilibrio precedente sebbene sia corretta in questi specifici contesti: – esposizione ad una minaccia per la sopravvivenza da parte di agenti biologici (batteri, virus, predatori, etc.) presenti (o potenzialmente presenti) nel “qui ed ora” della persona; – si consideri il significato adattivo dello Stress nel breve termine; – in cui l’organismo si trovi in una situazione in cui non sta aumentando la propria complessità informazionale (nel caso della specie umana detta complessità riguarda gli aspetti bio-psico-sociali/culturali).

Ormai sappiamo da diversi anni che i sistemi biologici sono sistemi informazionali che si modificano nel tempo aumentando la loro complessità (Barbieri, 2003; Miller, 1970; Monod, 1970; Morin, 1985; Prigogine, 1976; Volkenstein & Chernavskii, 1978). Non risulta adeguata nel descrivere situazioni che prevedono: – l’assenza di una minaccia imminente (o potenzialmente tale) per la sopravvivenza rappresentata da agenti biologici (batteri, virus, predatori, etc.); – la valutazione del significato dello Stress (positivo o negativo) in relazione ad alcuni domini biologici (per esempio l’ontogenesi) che molti domini psicologici o socioculturali; – la valutazione del significato dello Stress (positivo o negativo) in considerazione di dinamiche temporali di medio/lungo termine soprattutto degli aspetti psicologici e socioculturali che l’organismo stia aumentando la propria complessità informazionale (nella specie umana la natura di questa complessità è bio-psico-sociale). In questa sede è mia intenzione sottolineare che, se è corretto affermare che il meccanismo dello Stress risulta essere fondamentale per comprendere i fenomeni ed i processi che sono finalizzati a difendere l’omeostasi dell’organismo nella sua globalità bio-psico-sociale, occorre chiedersi come spiegare quei fenomeni in cui non ci si trova più di fronte ad uno stato omeostatico ma, diversamente, osserviamo un aumento di complessità informazionale dovuto a necessità teleonomiche bio-psico-sociali.

stress

Per “aumento di complessità informazionale” qui intendo uno stato di un sistema con una complessità (cioè come il numero più breve di istruzioni necessarie per descrivere un sistema) più elevata rispetto lo stato precedente del medesimo sistema mentre con la frase “dovuto a necessità teleonomiche bio-psico-sociali” intendo un aumento di complessità in relazione a bisogni di tipo biologico, psicologico o socioculturale. In altri termini, esistono evidenti fenomeni di aumento di complessità di ordine biologico (si pensi allo sviluppo embrionale ontogenetico per esempio) o psicologico (si pensi ad esempio a tutti i processi di apprendimento) o socioculturale (per esempio dalla dinamica dei gruppi all’evoluzione tecnologica) che, pur non essendo riconducibili a sistemi omeostatici, riflettono una teleonomia specifica bio-psico-sociale che non può essere spiegata in termini di concetto di Stress solo come meccanismo di difesa o di ripristino di un equilibrio pre-esistente.

Nel momento in cui accettiamo che lo Stress sia un meccanismo con lo

stress

scopo di fornire di energia e risorse finalizzate a preservare il nostro equilibrio biologico per garantire il centrale concetto di “milieu intérieur”, è lecito domandarsi quale possa essere il meccanismo che fornisce energie e risorse al medesimo sistema nella situazione in cui esso però aumenta la propria complessità in termini squisitamente biologici (per esempio quando da zigote diventa un organismo di circa 37,2 trilioni di cellule) e/o in termini psicologici (per esempio apprendendo una lingua straniera, un nuovo sport o leggendo un nuovo libro) e/o socioculturali (per esempio scrivendo un libro o aumentando la propria rete sociale).

Una nuova definizione di Stress potrebbe includere questa nuova categoria di situazioni che fanno assolutamente parte della nostra natura bio-psico-sociale e che infatti soddisfano precisi bisogni sia specie-specifici che non (per esempio essere felici, giocare, vivere l’esperienza di Flow, la curiosità, l’esplorazione, la necessità di esprimersi creativamente, ecc.). Ho la sensazione che la straordinaria necessità umana di aumentare di complessità in termini generali bio-psico-sociali sia una caratteristica specie-specifica permessa da una notevole neuro-plasticità che coinvolge sia il piano biologico che psicologico che culturale interessando cambiamenti che vanno dal codice genetico a quello simbolico concettuale. Una definizione di Stress che include anche il fenomeno di aumento di complessità permetterebbe anche una maggiore chiarezza rispetto la differenza tra Stress Positivo e Stress Negativo perché risulta evidente che almeno una specifica categoria di esperienze che aumentano la nostra fitness biologica sono caratterizzate dall’essere uno Stress Positivo associato ad un aumento della complessità del sistema bio-psico-sociale (si pensi alle Esperienze di Flow, le Esperienze Eudaimoniche, tutte le esperienze di apprendimento connotate da Motivazione Intrinseca, ecc.) (Agnoletti & Formica, 2021).

Va da sé che in questa visione più estesa di Stress, la dimensione del significato acquista un ruolo fondamentale e necessario (Agnoletti, 2022; Agnoletti, 2021a) per comprendere realmente la differenza tra Stress Positivo e Negativo (si pensi, ad esempio, in riferimento alla Motivazione Intrinseca vs quella Estrinseca). Questo nuovo paradigma dello Stress è in opposizione con la visione riduzionistica dello Stress che prevede che le sue dinamiche siano riconducibili unicamente ad aspetti quantitativi (Agnoletti, 2021a; Agnoletti, 2021b; Agnoletti, 2020a; Agnoletti, 2020b; Agnoletti, 2019). Esemplificando quest’ultimo paradigma quantitativo: “lo Stress” è Positivo solo quando è “poco” frequente anche se è intenso (acuto) diversamente, quando è prolungato, anche se di bassa intensità (cronico), è comunque sempre Negativo.

stressLa potenza esplicativa di un paradigma dello Stress esteso anche ai contesti non omeostatici è potenzialmente molto maggiore anche se dobbiamo abbracciare una definizione più articolata rispetto quella attualmente disponibile ma rappresenta l’unico percorso concettuale che ci permette di spiegare con maggiore precisione la complessità della nostra natura bio-psico-sociale. Come qualsiasi strumento più complesso del precedente richiede generalmente un tempo inizialmente maggiore per essere utilizzato con efficacia, il nuovo paradigma dello Stress che incorpora anche i contesti non omeostatici richiederà un certo tempo per essere compreso appieno ma ci permetterà di fare luce su alcuni fenomeni complessi specie specifici umani che finora non hanno trovato un adeguato spazio esplicativo nel paradigma attuale.

Sebbene più articolato e complesso rispetto il precedente, il nuovo paradigma dello Stress che spiega sia le dinamiche omeostatiche che quelle dove vi è un aumento di complessità sarà in grado di fornirci nuovi modi di promuovere la salute ed il benessere psicofisico.


Bibliografia

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Rivista del mese


Abstract
Oggigiorno è insita nella società la credenza che l’unica via da seguire per un infermiere sia quella di prestare assistenza con i “piedi per terra”. Dopo aver conseguito la laurea triennale molti giovani infermieri hanno un ampio scenario lavorativo percorribile, tuttavia, spesso non si ha consapevolezza di tutte le possibilità a disposizione. Il mare fa proprio parte di queste innumerevoli possibilità, un’esperienza così lontana dal tipico tirocinio “terrestre”. Poco conosciuta è, infatti, la figura dell’infermiere terra-mare presente su navi da crociera, militari e altre tipologie di imbarcazioni conformate a specifiche caratteristiche. Lo scopo di questo articolo è quello di ampliare gli orizzonti lavorativi della professione dell’ infermiere terra-mare e valorizzare uno dei tanti campi in cui l’infermiere si può specializzare.

Today there is the thought in society that the only way for a nurse is to provide care with “down to earth”. Many young people after completing their bachelor’s degree in nursing have many paths that they can choose, but many times they do not know all the possibilities. The sea is part of these countless possibilities, an experience so far from the typical “terrestrial” training. In fact, the figure of the nurse present on cruise ships, military ships and other types of boats is not very well known. The purpose of this article is to raise awareness of every aspect of the nursing profession by broadening work horizons and enhancing one of the many fields in which nurses can specialize.


Introduzione

Il mare, con le sue profondità, i suoi misteri e la sua grandezza ha sempre affascinato ed unito popoli diversi. Già all’inizio del XVIII secolo troviamo svariate testimonianze dove si accertala presenza della figura di un Medico di Bordo, al quale erano affidate le vite dell’equipaggio durante i lunghi viaggi verso le lontane colonie. Con il passare del tempo, si è sempre più valorizzata l’importanza di avere un’equipe sanitaria multidisciplinare, a tal punto da richiedere delle vere e proprie leggi che garantissero l’assistenza sanitaria sulle divere imbarcazioni. (1) Per ovviare al fatto che i medici a bordo erano medici della Marina Militare prestati alla Marina Mercantile, nel 1895 fu fatto un regio decreto(tuttora attivo) in base al quale per iscriversi all’albo dei medici di bordo abilitati è fondamentale sostenere un esame complesso. (2) È necessario, inoltre, che l’abilitazione avvenga con cadenza quinquennale e richieda competenze in ambito medico-chirurgico, ostetrico-ginecologico e pediatrico. (3) Successivamente, a livello territoriale, furono emanati diversi decreti come il DM 13/06/1986, il quale ha istituito l’obbligatorietà di garantire un servizio medico su tutte le navi della flotta che operano nel Mar Mediterraneo, ma non solo, infatti altre leggi e decreti simili a questo hanno permesso di sperimentare una vera e propria rivoluzione circa l’approccio sanitario del paziente in maniera olistica.

Stesso punto di partenza, ma traguardi differenti

Prendendo in esame il percorso per diventare infermiere terra-mare all’interno della Marina Militare, si può certamente affermare che è necessario il superamento di un concorso pubblico per poter intraprendere un nuovo percorso di formazione come ufficiale o sottoufficiale. L’accademia navale di Livorno (secondo accordi con l’Università di Pisa) si occuperebbe del corso per ufficiali, grazie al quale si diventa infermieri di tipo A. La Scuola Marescialli della Marina Militare di Taranto, come accordato con l’Università di Bari, invece è destinata alla formazione dei Sottufficiali (infermieri di tipo B). L’infermiere di tipo A ha il compito di gestire la parte burocratica ed organizzativa dell’ospedale di bordo, mentre gli infermieri di tipo B hanno il compito di erogare tutte le prestazioni assistenziali infermieristiche. Indipendentemente dalla tipologia di accademia a cui si aderirà, però, sarà necessaria l’iscrizione all’ordine delle professioni infermieristiche (OPI), come sancito definitivamente dalla leggen. 3/2018. I livelli, o roles, che un infermiere terra-mare può ricoprire in quest’ambito sono molteplici e altamente specializzati, includono infatti: chirurgia specialistica, medicina iperbarica e subacquea, traumatologia, prevenzione, terapia intensiva, riabilitazione, evacuazione, operazioni di salvataggio subacqueo e non in una situazione di emergenza, ecc… sono richieste, inoltre, competenze circa il combat casualty care,combat nurse e triage militare. (4) (5) Gli infermieri della Marina Militare operano in Italia e all’estero per missioni di pace o di salvaguardia dello Stato in ambito marino e lungo i porti preservando e garantendo lo stato di salute non solo dell’ equipaggio, ma anche delle popolazioni civili (in caso di conflitti o calamità naturali).

Formazione infermieristica su navi da crociera

Il processo di selezione sulle navi da crociera è ben diverso da quello previsto per un infermiere terra-mare della marina militare, infatti il candidato interessato non dovrà far altro che inviare il proprio curriculum ad un’azienda che selezionerà, per ulteriori prove, gli aspiranti infermieri di bordo. Tra i diversi step vi sono sicuramente: un test di lingua inglese, diversi colloqui, un corso specifico per marittimi (ad esempio i corsi basic training IMO STCW’95 che comprende un corso PSSR – Personal Safety and Social Responsibilities, un corso di Sopravvivenza e salvataggio, un corso Antincendio Base/Avanzato e un corso di Primo Soccorso Elementare) con un esame finale ed iscrizione alla Guardia costiera. (6) L’organizzazione dell’assistenza sanitaria nella nave è affidata ad un medical team, questo è costituito da diversi professionisti sanitari in base alle dimensioni della nave, al numero di passeggeri e membri dell’equipaggio. (7) Indicativamente ci sono da uno a tre medici (dei quali uno deve avere la qualifica di direttore sanitario, mentre gli altri sono medici in subordine/ “primi medici”). Ci sono poi da tre a cinque infermieri a disposizione (di cui uno deve essere un nurse A, mentre gli altri possono appartenere alla categoria B). (8) L’ospedale presente su queste navi, non può ovviamente competere con uno territoriale. Esso è infatti composto da circa 10 posti letto, una sala visite, una terapia intensiva, una sala radiografica e una farmacia. Diverse testimonianze, come quella di Cristian Fermani, mettono in evidenza la dicotomia che intercorre tra l’infermiere canonico (sulla terra) e quello marittimo.

In primis si mette in evidenza la differenza circa la reperibilità, la quale (a bordo) è richiesta nella maggior parte dei casi 7 giorni su 7: la mattina dalle 8,00 alle 11,00; il pomeriggio dalle 16 alle 20:00, salvo la presenza di ospiti ricoverati dove è sempre assicurata la presenza di un medico e di un infermiere (a giorni alterni si è reperibili 24h su 24). (9) (10) (11) Un altro aspetto che differisce tra l’ospedale terrestre e marino è l’incidenza di diversi fattori come Multiculturalità e gestione di situazioni d’emergenza. Fortunatamente grazie alla globalizzazione è aumentata la probabilità di venire a contatto con diverse culture, lingue e tradizioni che hanno permesso un crescente bisogno di scoprire e comunicare con l’altro. (12) L’afflusso di migranti nel nostro paese ha conseguenzialmente aumentato la possibilità di incontrare negli ospedali pazienti provenienti da diverse aree del mondo, ma non è aumentata proporzionalmente la consapevolezza che hanno gli italiani della lingua inglese(usata canonicamente per comunicare in tutto il globo terrestre).

Come si evince da diversi grafici stilati negli anni, solo una piccola parte della popolazione italiana sa parlare realmente inglese: Pur essendo cresciuti i livelli di conoscenza dell’inglese in Italia, grazie al sistema scolastico, rispetto agli altri paesi Europei il nostro Paese non eccelle. L’Italia, infatti, è al 26° posto su 35 Paesi europei per conoscenza dell’inglese. In Italia si hanno maggiori difficoltà nel saper utilizzare la lingua inglese, principalmente per due ragioni: la prima riguarda il fatto che gli studi linguistici iniziano molto più tardi rispetto agli altri Paesi e la seconda è che gli insegnanti non sono madrelingua. Secondo i dati del 2021 il 43,5% degli studenti diplomati ha almeno un livello B2 (cioè un livello di conoscenza medio),ma solo il 19, 7%, invece, ha una conoscenza dell’inglese di livello A1 o A2 (alta). (13) Per un infermiere terra-mare di bordo, però,sarebbe inammissibile non conoscere in modo egregio la lingua inglese proprio perché è inevitabile l’incontro con ospiti di diverse nazionalità(al contrario di episodi sporadici negli ospedali territoriali).

Questa relazione tra infermiere terra-mare e le varie contaminazioni etniche, è già insita all’interno del retaggio storico-culturale dell’infermieristica, infatti Madeleine Leininger (14) fonda la sua teoria sul nursing transculturale per rispondere al bisogno di personalizzare l’assistenza in relazione alle diversità tra i popoli. Non bisogna dimenticare, quindi, le radici che hanno permesso la nascita e la crescita della professione infermieristica in modo tale che nel proprio piccolo e nella propria autonomia, ogni professionista (che sia su un’imbarcazione o in una struttura ancorata al terreno) possa contribuire allo sviluppo e all’affermazione di essa. Il secondo aspetto che diverge tra l’infermiere terra-mare di bordo e quello “canonico” consiste nel diverso modo di fronteggiare le situazioni di emergenza. In mare, il medical team ha il compito di stabilizzare e far evacuare (quando possibile) il paziente. (15) Nelle crociere classiche, si approda ad un porto ogni 24 ore, occasione in cui il paziente può essere trasferito in un ospedale sulla terraferma.

Se non è previsto l’approdo, il medico può imporre al comandante di cambiare rotta o organizzare un’evacuazione di emergenza del paziente con un elicottero. Quando la nave affronta una traversata oceanica, in cui per molti giorni non è prevista alcuna sosta, allora il team dovrà sopperire all’emergenza in autonomia. La situazione di emergenza/urgenza in un comune reparto ospedaliero, però, è ben diversa da quella appena trattata in ambito marittimo. Esistono, infatti, numerose linee guida e reti di comunicazione ben organizzate che permettono facilmente l’arrivo degli specialisti (facenti parte del MET) che coordinati al personale di reparto cercano di risolvere la situazione. Il MET (medical emergency team) è costituito solitamente da: 1 medico rianimatore e 1-2 infermieri (appartenenti all’ U.O di anestesia e terapia intensiva) che offrono un’assistenza medico-infermieristica efficace a tutti coloro che hanno una variazione dello stato fisiologico che rispecchia diverse caratteristiche:

infermiere terra-mare

In una situazione d’emergenza ospedaliera, ogni professionista sanitario ha un compito ben preciso:

-1. Primo operatore (infermiere o medico): colui che trova il paziente in una situazione critica di emergenza. Deve chiamare il collega a gran voce e deve avvisarlo della situazione d’emergenza; intanto inizia manovra di BLS senza mai abbandonare il paziente.

-2. Secondo operatore (infermiere o medico): una volta venuto a conoscenza della precarietà della vita del paziente, allerta il medico di reparto (se non presente) e si occupa di chiamare il MET attraverso l’apposito numero interno fornendo tutte le informazioni necessarie (se si tratta di urgenza/emergenza; distretto ospedaliero, ecc). Si occuperà inoltre di portare il carrello delle emergenze vicino al luogo in cui si sta verificando l’evento (aiuta il primo operatore durante il BLS) e di gestire le comunicazioni telefoniche, discriminando le chiamate ricevute con valenza secondaria da quelle riguardanti l’emergenza in atto.

-3. Terzo operatore: collabora con il medico anestesista rianimatore e si occupa della reperibilità di materiale necessario e farmaci.

Non è tutto oro quel che luccica: infermieri e migranti in mare

Si deve sempre tenere a mente che la professione infermieristica non è solo il “sapere” e il “saper fare”, ma anche e soprattutto il “saper essere”. Un infermiere terra-mare senza empatia, rispetto e capacità di ascolto nei confronti del paziente non potrà mai capire la profondità che si cela dietro questa professione. Rispetto a quanto appena affermato, tra gli interventi proattivi che un infermiere terra-mare può mettere in pratica, per contribuire costruttivamente ai fenomeni migratori marittimi in Italia, vi sono missioni di soccorso in mare. L’aumento d’incidenza dei fenomeni migratori è causato principalmente dalla volontà delle persone di fuggire da guerre, violenze o povertà. Molti di questi uomini, donne e bambini hanno bisogno di cure mediche, sostegno psicologico e protezione e la professione infermieristica, agendo in modo compatto con le altre figure professionali, può contribuire in maniera incisiva su un gestione ottimale del fenomeno. Negli ultimi anni, soprattutto nel Mar Mediterraneo, sono aumentati gli immigrati in Italia provenienti dal nord Africa (e non solo). Tutto ciò è documentato, infatti, da numerosi grafici, dove si è evidenziato questo aumento esponenziale: (17)

infermiere terra-mare

Tra le varie associazioni che si occupano del soccorso in  mare, vi è MSF(medici senza frontiere) che è un’organizzazione internazionale non governativa la quale è detentrice di numerosi premi prestigiosi (Premio Nobel per la pace, Premio Indira Gandhi per la pace, Premio Lasker per il servizio pubblico). Per mettere in evidenza l’importanza e la difficoltà di questo lavoro, basta leggere i requisiti che ne richiedono l’accesso:

Requisiti indispensabili
– Laurea in infermieristica
– Almeno due anni di esperienza lavorativa recente nel settore
– Conoscenza di inglese e francese – B2
– Disponibilità per 9-12 mesi
– Corso di medicina tropicale riconosciuto dal circuito TropEd oppure significativa esperienza di lavoro in Paesi a risorse limitate.

Requisiti preferenziali
– Esperienza in pediatria o neonatologia
– Esperienza di TBC e HIV/AIDS
– Esperienza in terapia intensiva e pronto soccorso
– Esperienza di supervisione e insegnamento

infermiere terra-mareSolitamente, dopo aver messo al sicuro i migranti dalle precarie imbarcazioni con le quali viaggiano, coloro che richiedono cure specifiche vengono accompagnati presso l’ambulatorio che si trova sulle navi utilizzate da MSF per il soccorso. Le condizioni cliniche che usualmente accomunano la maggior parte dei migranti sono: ustioni(solari o causate dal carburante del motore), disidratazione, ferite lacero-contuse (causate da soprusi subiti nel territorio natio o da risse insorte sulle imbarcazioni stesse ), infezioni, stati di gravidanza a rischio…tutte le condizioni cliniche che richiedono un intervento superiore, non potendo essere trattate nell’ambulatorio di bordo, vengono risolte in un ospedale territoriale mediante trasporto in elicottero o motoscafo. Grazie ai coraggiosi interventi dei numerosi volontari, si è potuto riscontrare un calo ponderale Nonostante il confortante risultato, a queste associazioni servono nuovi professionisti (oltre che ingenti fondi) pronti a fronteggiare il fenomeno in prima linea…quindi per ogni lettore che vorrebbe sperimentare questa nuova e difficile esperienza può facilmente seguire le linee guida presenti sulle varie piattaforme online.

Nuovo pericolo sulla rotta: Covid-19

infermiere terra-mareOrmai, questo rinomato virus, è entrato a far parte delle nostre vite e si spera che possa rimanere solo un lontano ricordo. Dopo quasi 3 anni dalla scoperta del primo caso, numerose persone hanno perso la vita a causa di questa immeritata piaga… ma dal 31/03/2022, grazie all’impegno dei cittadini più ligi, delle Autorità e dei numerosi professionisti in campo, si conclude formalmente lo Stato di emergenza (come annunciato nella conferenza stampa dei ministri Draghi e Speranza). Non bisogna, però, dimenticare tutte le difficoltà riscontrate nell’iniziale gestione del virus, il quale non ha risparmiato nemmeno passeggeri e personale di bordo. In un primo momento, a causa della mancanza di conoscenze e di mezzi appropriati, i pazienti venivano ventilati attraverso presidi aperti che incrementavano in maniera esponenziale il rischio di contagio attraverso l’aero-solizzazione dei droplets emessi dal paziente.

Senza contare che, l’assenza di apposite camere provviste di pressione negativa per garantire l’isolamento dell’infetto, ha portato ad una diffusione a macchia d’olio del virus all’interno delle imbarcazioni. Pur avendo diviso per zone (gialle e rosse), i pazienti con conclamata infezioni da quelli di dubbia o negativa positività, la carenza di disponibilità di DPI e test di screening ha portato alla morte di numerosi individui. Alcuni canali testimoniano, inoltre, le bizzarre idee proposte durante questi anni di pandemia. Tra queste proposte, vi era quella di utilizzare le navi per la quarantena di coloro che risultano positivi al tampone, oppure per i casi confermati di Covid-19. Quanto appena affermato, sarebbe stato proposto proprio per alleggerire le terapie intensive e reparti di malattie infettive (e non) che hanno rischiato innumerevoli volte il collasso(18).


Bibliografia

1. J. Costello, “Interview with a cruise ship nurse. Interview by Diane Wrobleski”, J. Emerg Nurs. 1996 Dec
2. Eilif Dahl, Suzanne Stannard. “Ship’s doctor qualifications: a response to the German recommendations”, Int Marit Health. 2015
3. N. Nikolić, T. Mavric, B. Troselj-Vukić, N. Radin. “Ship’s medicine chest on Yugoslav ship”. Bull Inst Marit Trop Med Gdynia. 1990
4. Tarquinio F. “Focus sull’infermieristica militare e progetti per il futuro”. Nurse24.it. 10-2021
5. Gentile A. “Il duplice uso sistemico dell’Infermieristica militare nella gestione del trauma maggiore nell’emergenza extraospedaliera”. L’Infermiere terra-mare. 2019
6. Eilif D. “Cruise ship’s doctors – company employees or independent contractors?” Int. Marit Health. 2016
7. Giuseppe P. “Storie di infermieri. Lavorare sulle navi da crociera”. Nursetime.org. 2015
8. Adoriano S. “Infermieri sulle Navi da Crociera: cosa fanno e come vengono reclutati?”. asscarenews.it. 2019
9. Faggiano I. “Navi da crociera, quali sono le professioni sanitarie a bordo? L’intervista al medico di bordo Mauro Salducci”. sanitàinformazione.it. 2018
10. Ottomann C. “Ship’s doctors qualifications required for cruise ships: Recruiter’s comments on the German-Norwegian debate”. Int Marit Health. 2015
11. Amenta F. “The International Radio Medical Centre (C.I.R.M.): an organization providing free medical assistance to seafarers of any nationality world wide”. Int Marit Health. 2000
12. Fazio D., Ferrari L., Testa S., Tamburrelli F., Marra E., Biancardi M., Palladino P., Marzocchi G.M. “Second-language learning difficulties in Italian children with reading difficulties”. Br J. Educ Psychol. 2021
13. Guessoum S.B., Rezzoug D., Touhami F., Bennabi-Bensekhar M., Taieb O., Baubet T., Moro M.R. “Transcultural and familial factors in bilingualism and language transmission: A qualitative study of maternal representations of French-Maghrebi Arabic bilingual children”. Transcult Psychiatry. 2021
14. Guillaumet M., “Trans-cultural relationships in treatment situations”. Rev Enferm. 2009
15. Di Giovanna T., Rosen T., Forsett R., Sivertson K., Kelen G.D., “Shipboard medicine: a new niche for emergency medicine”. Ann Emerg Med. 1992
16. Vannini C., “Medical Emergency Team, cos’è e che funzioni ha il MET”. Nurse24.it. 2019
17. Coluzzi T., “Quanti migranti sono sbarcati in Italia nel 2021, i numeri del Viminale”. Fanpage.it. 2021
18. Marinaro G. “La nave da crociera pronta a diventare un “ospedale” da mare a Palermo”. Agi.it. 2020