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Retinopatia diabetica, il 30% dei pazienti diabetici è a rischio cecità

Solo l’11% si sottopone a controlli oculistici

Non c’è ancora una risposta sanitaria adeguata a contrastare la crescente diffusione della retinopatia diabetica. Una patologia che in Italia interessa oggi oltre un milione di pazienti e che, in assenza di un miglioramento del quadro assistenziale, genererà un aumento della spesa sanitaria di 4,2 miliardi di euro nel periodo 2015-2030, secondo un recente studio condotto dal CEIS-Università di Roma Tor Vergata che ha valutato anche l’impatto economico declinato sulle singole regioni. Ma che soprattutto mette a rischio la vista del 30% dei pazienti diabetici.
Un allarme e una sollecitazione all’azione rivolte soprattutto alla politica e al mondo delle istituzioni nel corso del secondo Forum Nazionale sulla patologia che si è tenuto al Senato sul tema “Retinopatia Diabetica: una lotta possibile”, promosso dall’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità (IAPB Italia Onlus) e dalla rivista di economia e politica sanitaria Public Health & Health Policy (PH&HP), con il patrocinio del Senato della Repubblica, del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità.
”Sensibilizzazione, diagnosi precoce e riabilitazione sono le tre parole chiave della nostra azione – ha dichiarato in apertura dei lavori l’Avvocato Giuseppe Castronovo, presidente di IAPB Italia Onlus – per ridurre il numero ancora oggi insostenibile dei pazienti diabetici che perdono la vista: circa il 30 per cento”.
Il quadro gestionale della patologia oggi ci presenta pazienti che vivono una difficile condizione: sotto-diagnosticati (secondo il rapporto ARNO 2015 solo l’11 per cento dei soggetti diabetici è stato sottoposto a visita oculistica), non trattati adeguatamente o, ancora, non sottoposti a screening. Inoltre, una quota importante dei pazienti in trattamento non aderisce pienamente alle cure, assumendo solo in parte i farmaci o non completando le somministrazioni previste. Infine, l’offerta dei centri oculistici specialistici per il trattamento della patologia, sempre secondo un’analisi curata dai ricercatori del CEIS, risulta inadeguata sul piano della quantità e distribuita geograficamente in modo disomogeneo sul territorio.
”Siamo di fronte a un problema di sanità pubblica che va assolutamente affrontato – ha rilevato nel corso del suo intervento Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità – così che il Sistema Sanitario possa essere in grado di gestire la situazione in modo sistematico e strutturale.
Occorre offrire ai cittadini una risposta omogenea – ha proseguito Ricciardi – superando le oggettive differenze nella gestione, che oggi si registrano su scala regionale”. ”Nella maggior parte dei casi medici di medicina generale e oculisti sono entrambi consapevoli che il problema è condiviso – spiega Claudio Cricelli, presidente della Società italiana di Medicina Generale – l’integrazione tra gli attori coinvolti dovrebbe partire proprio dallo screening retinografico, che dovrebbe in futuro essere una procedura eseguibile – naturalmente su pazienti selezionati per fattori di rischio – già presso l’ambulatorio del medico di base, ma refertato da un oculista, perché senza integrazione non si va da nessuna parte”.