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IDO, i primi 50 Anni. Programma celebrazioni

Non cambia il programma ma solo le date. Appuntamento dal 15 al 18 aprile 2021 con il convegno nazionale che celebrerà i 50 anni di attività dell’Istituto di Ortofonologia (IdO). Quattro giornate, otto sessioni teorico-pratiche e circa 25 talk show con persone di grande rilievo nel panorama scientifico e istituzionale. ’50 anni IdO – Dall’esperienza alle proposte’ il titolo dell’appuntamento che festeggerà mezzo secolo di lavoro dell’Istituto con l’età evolutiva, riassumendo in modo concreto il suo lungo e costante impegno a favore dell’infanzia e dell’adolescenza.
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> “Abbiamo atteso le disposizioni finali riguardo l’andamento della pandemia prima di prendere decisioni, anche in virtù delle centinaia di adesioni ricevute. L’organizzazione del convegno prevede sia spazi dedicati alle relazioni e talk inerenti gli argomenti del convegno, sia spazi dedicati ai giovani. In virtù delle disposizioni ministeriali bambini e adolescenti avrebbero molta difficoltà a partecipare e non ce la sentiamo di mandare a casa i 4.000 giovani che saranno presenti.

Tutte le iscrizioni restano confermate, ci scusiamo per questo disagio ma comprenderete che non è dipeso dalla nostra volontà”, scrivono Federico Bianchi di Castelbianco, direttore dell’Istituto di Ortofonologia (IdO) e Magda Di Renzo, responsabile del servizio Terapie dell’Istituto, in una lettera inviata ai partecipanti.
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> “Questo convegno arriva dopo lo scoppio di una pandemia che ha rivoluzionato le nostre vite e ha cambiato il modo di relazionarci- spiegano gli organizzatori- È necessario ricominciare a ripensare a quanto accaduto e ad aprirci a nuove visioni, affinché il confronto scientifico si accresca e il mondo psicopedagogico si arricchisca di esperienze innovative”.

Per questo motivo le quattro giornate saranno un’occasione per passare dalla distanza alla presenza, otto incontri per far ripartire una riflessione a 360 gradi su come l’epidemia Covid-19 ha modificato il mondo di lavorare nella clinica e nella scuola. Cinquant’anni di esperienza servono per raccontare chi era il bambino ieri e chi è il bambino oggi, ma non solo. Si parlerà di tutto quello che gravita intorno all’età evolutiva, coinvolgendo i professionisti dell’Istituto insieme a tanti altri esperti nazionali e internazionali. Ci saranno le Società scientifiche di pediatria, molti dirigenti scolastici e numerosi rappresentati del mondo delle istituzioni e della società civile pronti ad animare i talk show a latere dei panel.

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Oltre cinque ore al giorno deleterie anche per chi fa attività

L’adagio che troppa tv fa male vale anche quando si superano i 50 anni, e non solo per i bambini. Lo ribadisce uno studio della George Mason University pubblicato dal Journal of Gerontology, secondo cui gli adulti che guardano più di cinque ore al giorno di tv hanno un rischio molto alto di avere problemi di mobilità negli otto anni successivi.
I ricercatori hanno analizzato i dati di oltre 134mila persone tra i 50 e i 71 anni, verificandone le abitudini sull’esercizio fisico. Tutti i partecipanti erano sani all’inizio dello studio, e sono stati seguiti per circa otto anni. “I partecipanti che guardavano la tv per cinque o più ore al giorno avevano un rischio maggiore del 65% di avere una disabilità motoria al termine dello studio – scrivono gli autori – e questo indipendentemente dal livello totale di attività fisica o di altri fattori di rischio conosciuti per questo tipo di problema”.
Il maggior rischio riguarda tutti i ‘binge watchers’, ma in maniera particolare quelli che hanno un livello di attività fisica molto basso, meno di tre ore a settimana.

Fonte:www.ansa.it

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Censis, oggi siamo a punto di svolta,rischi da riduzione welfare

Negli anni ’60 c’era il dottor Tersilli, l’indimenticabile Alberto Sordi medico della mutua, dalle cui labbra dipendevano, ed ai cui umori erano legati, specializzandi e pazienti. Cinquanta anni dopo, a soppiantarlo è Internet, che diventa lo specialista in camice bianco, a portata di click per pazienti sempre più consapevoli, individualisti, ‘aggressivi’ e superficialmente informati. E’ anche in questa parabola che si dispiega il rapporto tra italiani e salute negli ultimi 50 anni. A ripercorrerne le tappe fondamentali è il Censis, attraverso le 50 edizioni del ‘Rapporto sulla situazione sociale del Paese’.
Nell’ultimo cinquantennio, secondo l’analisi del Censis nella Ricerca ‘Gli italiani e la salute’ realizzata con il contributo di Farmindustria, i cambiamenti sul fronte della Sanità e della prevenzione sono stati enormi. Oggi, però, avverte la responsabile Welfare e Salute del Censis Ketty Vaccaro, “siamo di fronte ad un punto di svolta chiave: dopo i primi decenni di boom economico, assistiamo infatti ad un restringimento dell”ombrello’ rappresentato da Welfare e Sanità, e questo non può non avere conseguenze sullo sviluppo del Paese”. La Ricerca ripercorre, dunque, il rapporto di mezzo secolo tra italiani e salute, partendo dagli anni ’60 del boom economico e della sanità delle mutue, con le vaccinazioni che si affermano come strategia di prevenzione, e passando per gli anni ’70 con la nascita del Servizio sanitario nazionale, gli anni ’90 in cui il Ssn entra in crisi e la spinta alla crescita decelera, fino agli anni attuali: quelli della crisi ed in cui i tagli alla spesa sanitaria hanno “effetti regressivi” e la cultura della vaccinazione decade. Gli ultimi 10 anni sono anche quelli in cui cresce l’informazione sanitaria online, rischiosa perchè spesso inattendibile, ed in cui aumenta la percezione negativa della sanità italiani, con il 49,2% dei cittadini che giudica inadeguati i servizi sanitari. E, complice la crisi, 11 mln di italiani nel 2016 rinunciano a prestazioni specialistiche e diagnostiche. Diminuiscono anche i favorevoli alla devolution sanitaria in favore delle Regioni: sono il 44% nel 2014. In 50 anni, insomma, afferma il presidente dell’Istituto superiore di sanità Walter Ricciardi, “per la salute degli italiani è cambiato tutto, ma oggi o ci riorganizziamo cercando un nuovo equilibrio, tenuto conto del costante invecchiamento della popolazione, o aumenteranno le disuguaglianze che già ci sono”.