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Quelli pop-up pieni di sorprese ma non utili ad assimilare

Figure di animaletti che saltano fuori in maniera tridimensionale, pagine morbide da accarezzare con le manine o addirittura fatte per essere morse con i dentini che spuntano. I cosiddetti libri pop-up per i bimbi, pieni di sorprese e divertimento, sono però troppo spesso scambiati dai piccoli per dei giochi e questo non favorisce l’apprendimento. E’quanto emerso da uno studio presentato alla conferenza annuale della British Psychological Society.

Per lo studio sono stati analizzati 31 bambini di 25 mesi di età, suddivisi in due gruppi. A ciascun gruppo è stato chiesto di guardare un libro che conteneva nove prodotti alimentari, frutta e verdura, con un ricercatore. I libri erano esattamente gli stessi, ma uno aveva le immagini che si aprivano in forma tridimensionale mentre invece l’altro era tradizionale. 

Dei nove elementi elencati uno era sconosciuto a tutti i bambini, un frutto chiamato carambola. I piccoli sono stati seguiti per essere sicuri il più possibile che non si distraessero e i nomi di frutta e verdura da identificare sono stato ripetuti sei volte. Dai risultati è emerso che i piccoli che avevano utilizzato un libro più tradizionale avevano il doppio delle probabilità di identificare correttamente il pezzo di carambola quando veniva loro mostrato.

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Nelle case moderne troppe distrazioni rumorose

La Tv sempre accesa in sottofondo, radio e altri rumori possono essere di ostacolo ai più piccoli per imparare nuove parole. E’ quanto emerge da una ricerca dell’Universita’ del Wisconsin-Madison, pubblicata sulla rivista Child Development. Gli studiosi hanno eseguito una serie di tre esperimenti su 106 bambini da 22 a 30 mesi di età. Nel primo esperimento, 40 di loro (22-24 mesi) sono stati sottoposti a un ambiente tranquillo o rumoroso mentre imparavano nuove parole. Quelli che erano inseriti in un contesto più tranquillo mostravano i risultati migliori.

Nel secondo, dedicato a capire se con la crescita si potesse meglio far fronte ai rumori di sottofondo, altri 40 bambini (questa volta di 28-30 mesi) sono stati sottoposti alla stessa analisi, con risultati simili.

Infine, 26 bimbi, un po’ più grandi, sono stati sottoposti a un esperimento che prevedeva di imparare due parole nuove, associate a due che conoscevano, prima in un ambiente calmo e poi in uno rumoroso. Dai risultati e’ emerso che i piccoli riuscivano a imparare le nuove parole e il loro significato solo in un ambiente tranquillo.

”Le case moderne sono piene di distrazioni rumorose, quali TV, radio, e gente che parla, che potrebbero influenzare il modo in cui i bambini imparano le parole da molto piccoli – spiega l’autrice della ricerca,Brianna McMillan – lo studio suggerisce che gli adulti dovrebbero essere consapevoli della quantità di rumori di sottofondo nell’ambiente quando stanno interagendo con i bambini”.

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Studio Usa su topi

Si utilizza nei dolci, soprattutto quelli natalizi, qualcuno la mette anche sul caffè o sul cappuccino per dare un aroma diverso. La cannella, una delle spezie più utilizzate e amate, oltre ad essere una scelta di gusto fa bene anche al cervello, lo rende più reattivo. Migliora infatti apprendimento e memoria. 

E’ quanto emerge da uno studio sui topi realizzato dal Rush University Medical Center, negli Usa, e pubblicato su Journal of Neuroimmune Pharmacology. I roditori presi in esame per la ricerca hanno ricevuto per un mese cannella in polvere. Nell’organismo la spezia e’ stata metabolizzata in sodio benzoato, sostanza chimica impiegata per trattare i danni cerebrali. 

L’attenzione dei ricercatori si è focalizzata in particolare sull’area cerebrale dell’ippocampo, una sorta di ‘centralina’ della memoria, e la scoperta è stata che quando il sodio benzoato entrava nel cervello aumentavano i livelli di una proteina detta Creb, coinvolta proprio nella memoria e nell’apprendimento, e migliorava anche la plasticità delle cellule cerebrali, i neuroni. 

Questo ha permesso ai topi con scarse capacità di raggiungere livelli di apprendimento e memoria normali, mentre gli stessi effetti non sono stati osservati in quelli che già avevano buone capacità in questi due ambiti. “Servono ulteriori ricerche – spiega l’autore dello studio, Kalipada Pahan – se i risultati fossero replicati in studenti con scarse capacità di apprendimento sarebbe un importante avanzamento”.

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Si dorme per riposare e per rendere accettabile la nostra qualità della vita. Non sappiamo scientificamente perché ricorriamo al sonno per ricaricare le “batterie” del nostro organismo, ma sappiamo che se non riposiamo in maniera adeguata andiamo incontro a mille problemi. Per la prima volta in Italia, è stata avviata una indagine conoscitiva su una popolazione così vasta di bambine e bambini che frequentano la classe terza della scuola primaria: 365 ragazzine e 356 ragazzi di otto anni che abitano nella zona di Campagnano romano, comune della città metropolitana di Roma. 

Una indagine alla quale hanno contribuito in maniera determinante la direzione della Asl Rm4 (la ex RmF) che ha sede a Civitavecchia, i medici scolastici del quarto distretto dell’azienda sanitaria e Assirem (Associazione Scientifica Italiana per la Ricerca e l’Educazione nella Medicina del Sonno). Dai dati, illustrati dal professore Oliviero Bruni, Presidente Mondiale della Medicina del Sonno Pediatrica, durante il convegno “Il sonno non solo riposo ma funzione essenziale per la salute e la qualità della vita”, che si è svolto nella Regione Lazio, emerge che il 50% dei ragazzi dorme meno del tempo necessario fissato dagli standard mondiali in 9-10 ore per notte, anche perché c’è una scarsa consapevolezza dell’importanza del sonno: il 31,7% la sera non vorrebbe andare a dormire. 

Si è riscontrata inoltre una difficoltà all’addormentamento (9,6%) per la presenza di agitazione, ansia o paura (7,3%). Il 7,2% si sveglia durante la notte più di 2 volte, poi con difficoltà a riaddormentarsi (5,4%). Anche quando dormono, molti presentano un sonno agitato, si muovono in continuazione (26,7%). Nell’insieme ne emerge un sonno insufficiente e di scarsa qualità che giustifica poi come al mattino i ragazzi abbiano difficoltà a svegliarsi (26,1%) o si sveglino stanchi (15,2%). Altro aspetto rilevante è la presenza di disturbi respiratori nel sonno: nel 17% è presente russamento, il 9,6% non respira bene nel sonno mentre il 4,6% presenta apnee. Altro dato di rilievo è stato il riscontro di una elevata percentuale di bambini sovrappeso (16%) o obesi (11%) e la significativa correlazione tra aumento del peso corporeo e la presenza di disturbi respiratori.

”In Italia purtroppo vi è una scarsa sensibilità verso i disturbi del sonno o la deprivazione di sonno – spiega il professor Bruni – perché non vengono considerati come causa dei problemi diurni. In realtà molti dei casi di disturbi di apprendimento, iperattività, bullismo possono avere come concausa e/o fattore favorente proprio la deprivazione di sonno. Non dobbiamo pensare alla singola notte in cui il bambino ha dormito poco o male ma che tutte le notti il bambino accumula un debito di sonno e questo determina un malfunzionamento diurno in particolare a scuola. 

Sappiamo dalla letteratura che un problema respiratorio in sonno determina deficit cognitivi e neuro-comportamentali ma anche disturbi cardiovascolari, specie se associato a obesità o sovrappeso. I nostri dati evidenziano che la percentuale dei bambini con questi problemi è intorno al 15-20% ed è un dato”. Per l’esperto, per un sonno di qualità migliore, bisognerebbe innanzitutto cercare di anticipare l’orario di addormentamento non oltre le 22.

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Lo indica uno studio sui neonati

Contrariamente a quanto si è creduto a lungo, l’imitazione non è un comportamento innato nell’uomo ma si apprende nei primi mesi di vita. Lo dimostra una ricerca condotta sui neonati nell’università australiana del Queensland e pubblicata sulla rivista Cell. 



”Numerosi studi degli anni ’80 e ’90 indicavano che non c’era imitazione nei neonati, mentre altri affermavano il contrario”, osserva la coordinatrice della ricerca, Virginia Slaughter. Le ricerche del passato sarebbero state ‘viziate’ dal fatto che veniva analizzata la risposta dei piccoli ad un numero limitato di gesti, come un adulto che tirava fuori la lingua o apriva la bocca. ”Se un neonato tira di piu’ fuori la lingua quando un adulto sorride o punta le dita – continua – non e’ imitazione, ma probabilmente eccitazione per vederlo fare qualcosa di interessante”.



In questo caso i ricercatori hanno analizzato le risposte di 106 bambini a piu’ tipi di modelli e azioni, dando dei punteggi alla loro reazione a 1, 2, 6 e 9 settimane di vita. I risultati sono stati chiari: i bambini non hanno imitato nessuno dei comportamenti osservati. L’imitazione dunque non sarebbe un comportamento innato nell’uomo, ma il risultato di un processo di apprendimento: i bambini imparano nei primi mesi di vita, imitando gli adulti che a loro volta li imitano.



”Abbiamo osservato che i genitori imitano i loro bambini almeno una volta ogni due minuti in media – aggiunge Slaughter – In questo modo i neonati imparano a collegare i loro gesti con quelli di un’altra persona”.