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Sentirsi giovani rallenta l’invecchiamento, la comparsa di fragilità e di difficoltà di movimento. E’ quanto suggerito da uno studio dell’italiano Antonio Terracciano che lavora presso i National Institutes of Health di Baltimora.

Pubblicato sulla rivista Age, la ricerca mostra che gli anziani che si sentono più giovani rispetto alla loro età anagrafica camminano con un passo più spedito, segno che sono meno fragili e a minor rischio di morte. E, cosa ancora più importante, anno dopo anno il passo di questi anziani non rallenta, segno che l’invecchiamento per loro procede più lentamente.

“Il mio collega Yannick Stephan – afferma – ha dimostrato che è possibile modificare l’età soggettiva (percepita) di un anziano e migliorare anche altri parametri fisici quali la forza di pressione della mano (,)”, indice di misura di fragilità.

La velocità del passo è un parametro chiave usato per misurare la fragilità di una persona anziana. Quindi, dato il significato che assume un passo più lento (segno di fragilità, maggior rischio di morte), tanti studi scientifici hanno tentato di identificare tutti quei fattori (comportamentali, biologici, cognitivi) che possono ridurre il declino nelle capacità motorie.

Il gruppo di Terracciano ha voluto vedere se l’età percepita da un individuo – in rapporto alla sua vera età anagrafica – potesse a sua volta rappresentare uno di questi fattori anti-declino della motilità dell’anziano e quindi se il sentirsi giovani potesse aiutare i movimenti, contribuire ad aumentare la velocità del passo.

Per verificarlo, Terracciano ha fatto riferimento a due gruppi di individui anziani: i partecipanti allo studio Health and Retirement Study  e quelli dello studio National Health and Aging Trends Study. È emerso che chi si sente giovane ha un passo più veloce e negli anni conserva questa andatura, insomma invecchiando non rallenta il passo.

Il lavoro di Terracciano suggerisce che lavorare sulla percezione soggettiva della propria età (ad esempio con interventi psicologici), potrebbe diventare un approccio utile a rallentare i segni del tempo e mitigare il declino funzionale e motorio e le limitazioni nei movimenti tipiche della terza età.

Medical News News del giorno

Un maxi studio condotto negli Stati Uniti e pubblicato sull’International Journal of Obesity, aggiunge ulteriori argomentazioni a coloro che consigliano più cautela nell’uso degli antibiotici, specialmente durante l’infanzia.

La mastodontica ricerca condotta da Brian Schwartz della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, rappresenta lo studio più lungo e completo riguardante la prescrizione di antibiotici ai bambini. Svolto a Baltimora, il lavoro di Schwartz mette in evidenza come l’uso di antibiotici durante l’infanzia, specie se prolungato e ripetuto, può causare aumento di peso e anche rendere più difficile perdere chili di troppo.

Gli epidemiologi Usa sono andati a visualizzare i dati elettronici di prescrizioni ed altre informazioni mediche relativi a 142.824 bambini e ragazzi di 3-18 anni di vita.

Questi dati sono stati messi a confronto con informazioni sul peso corporeo di ciascuno e sull’andamento dello stesso nel tempo.

E’ emerso che in relazione all’uso di antibiotici si registrano aumenti di peso variabili in funzione del numero di antibiotici presi dal bambino nel tempo: più aumentano le prescrizioni, più aumentano i chili guadagnati dal bambino. È emerso anche che sono chili difficili da “buttar giù” negli anni a venire.

Gli esperti ritengono che il nesso tra uso ripetuto di antibiotici e aumento di peso sia da ricercarsi nei cambiamenti che inevitabilmente questi farmaci causano nella flora batterica intestinale, ormai di recente ritenuta uno dei principali motori dell’obesità.

Basta già un unico ciclo di antibiotici per modificare la flora batterica di un individuo; è probabile che quando l’uso diventa ripetuto nel tempo queste modifiche diventano permanenti a scapito di batteri che proteggono dai chili di troppo ed a favore di altri che invece favoriscono il sovrappeso, probabilmente interferendo con i processi di digestione e metabolici dell’individuo.

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L’obesità è una malattia “contagiosa” tra i coniugi, per cui non appena uno dei due ingrassa il suo partner è destinato ad ingrassare a sua volta.

A riverarlo, uno studio della dottoressa Laura Cobb ricercatrice della John Hopkins University a Baltimora che aggiunge evidenze ai risultati di precedenti studi che avevano mostrato che dopo le nozze la novella sposa tende a metter su peso.

Pubblicato sull’American Journal of Epidemiology, il nuovo lavoro mostra che ingrassare è contagioso tra coniugi. Infatti se uno diviene obeso l’altro ha il doppio del rischio di divenire obeso a sua volta. Fortunatamente, fa notare Cobb, è vero anche il contrario e cioè se uno dei coniugi si mette a dieta e dimagrisce, ci sono buone probabilità che il partner seguirà il buon esempio.

Secondo la Cobb il motivo potrebbe insito nella vita coniugale. I coniugi oltre a condividere la casa, condividono abitudini simili, sia a tavola sia nella pratica sportiva; può incidere, conclude Cobb, anche l’arrivo di un figlio o problemi finanziari o legati al lavoro.

Dallo studio, però, si è visto che è in parte vero anche il contrario e che, cioè, se uno dei due coniugi perde peso nel tempo, anche l’altro è più probabile che perda peso a sua volta.

Una notizia che da un pò di sollievo perenne lotta con l’obesità.

Allla ricerca della Cobb si affianca anche un recentissimo studio condotto da Ivanka Prichard della Flinders University ad Adelaide in Australia che entra più nel dettaglio registrando come le spose a due mesi dalle nozze ingrassano mediamente di due chili.

Il nuovo studio ha coinvolto quasi 4000 coppie il cui stato di salute è stato monitorato a più riprese nel corso di 25 anni.

E’ emerso che se nel corso degli anni uno dei due coniugi diviene obeso la probabilità che anche l’altro lo segua per questa via è quasi doppia.

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BALTIMORA (USA) – Avere uno scopo nella vita e fissare obiettivi precisi aiutano ad essere longevi. Sono le conclusioni cui sono arrivati i ricercatori della statunitense Mount Sinai School of Medicine, secondo i quali avere uno scopo esistenziale aiuta a vivere più a lungo, riducendo del 23% il tasso di mortalità per tutte le cause e del 19% il rischio di infarto e ictus. Lo studio è stato in occasione della sessione scientifica 2015 dell’Associazione americana di cardiologia a Baltimora. La nuova analisi, spiegano i ricercatori, definisce l’avere ‘uno scopo nella vita’ come un ”forte senso di significato e direzione” ed una sensazione di valore della vita stessa.
In precedenza si era scoperto che avere l’avere un obiettivo influiva positivamente sulla psiche, adesso, gli esperti del Mount Sinai hanno rilevato come i benefici siano anche fisici, con una riduzione del tasso complessivo di mortalità. ‘Dunque definire e favorire il proprio senso di scopo nella vita può proteggere la salute del cuore e potenzialmente salvare la vita. “La nostra ricerca – afferma il cardiologo Randy Cohen, principale autore dello studio – dimostra che c’è una forte relazione tra l’avere uno scopo esistenziale e la protezione da eventi mortali e cardiovascolari”. Da qui il consiglio dell’esperto: ”Ciascuno dovrebbe porsi l’importante obiettivo di fissarsi uno ‘scopo’ per il proprio benessere complessivo”. La ricerca è stata condotta attraverso una meta-analisi revisionando dieci importanti studi basati su dati di oltre 137.000 persone, al fine di analizzare appunto l’impatto del ‘senso di scopo nella vita’ sui tassi di mortalità ed il rischio di eventi cardiovascolari.

9 Marzo 2015