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È stato rilevato un legame tra alcuni regolatori dei geni nel cervello (detti microRNA), che giocano un ruolo chiave nell’ansia e in malattie correlate, e i batteri intestinali. È quanto emerge da uno studio dell’Università di Cork, in Irlanda, pubblicato sulla rivista Microbiome. Gli studiosi hanno preso in esame dei topi, scoprendo che i microRNA cambiavano negli animali liberi da microbi. Questi topi erano tenuti in una bolla libera da germi e mostravano in genere ansia, deficit nella socialità e nella cognizione e comportamenti simili alla depressione. In particolare, le zone più influenzate erano l’amidgala, che gestisce le emozioni, e la corteccia prefrontale, legata fra le altre cose all’espressione della personalità, al prendere delle decisioni. Tutte e due le aree coinvolte sono implicate nello sviluppo di ansia e depressione. “I microbi intestinali sembrano influenzare i microRNA nell’amigdala e nella corteccia prefrontale- spiega Gerard Clarke, tra gli autori dello studio- questo è importante perché possono influenzare processi fisiologici fondamentali per il funzionamento del sistema nervoso centrale e in regioni del cervello(come appunto l’amigdala e la corteccia prefrontale) che sono fortemente implicate nello sviluppo di ansia e depressione.

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Fino a 50 miliardi in un centimetro, la sterilizzazione li rafforza

Una delle mappe del Dna più singolari ottenute finora è quella dei batteri che si annidano nelle spugnette da cucina: mostra che ogni centimetro cubo ospita oltre 50 miliardi di microrganismi, un numero pari a sette volte quello delle persone che abitano la Terra. Lo ha scoperto la ricerca condotta in Germania dal gruppo guidato da Sylvia Schnell, dell’università di Giessen, e Markus Egert, dell’università Furtwangen, di cui fa parte anche l’italiano Massimiliano Cardinale. 

Lo studio, pubblicato sulla rivista Scientific Reports e riportato sul sito di Science, mostra che il numero di batteri nelle spugnette è paragonabile a quello presente nelle feci e che combattere questi microrganismi con la sterilizzazione potrebbe solo rafforzarli. Invece la soluzione a una spugna pulita è semplicissima: basta sostituirla ogni settimana. La scoperta è stata possibile analizzando il Dna dei microrganismi presenti in 14 spugne usate: è stato visto che tra i miliardi di batteri ospitati ci sono anche i parenti stretti di quelli che causano polmonite e meningite. Per esempio uno dei batteri presenti, la Moraxella osloensis, può causare infezioni nelle persone con un sistema immunitario debole, ed è il microrganismo responsabile del cattivo odore che a volte hanno sia il lavandino che le spugne. 

Con grande sorpresa dei ricercatori la sterilizzazione della spugnette, attraverso bollitura o microonde, non ha ucciso questi microrganismi insidiosi. Infatti, le spugne sterilizzate contenevano una percentuale più elevata di batteri rispetto alle spugne che non erano mai state pulite. Questo, secondo i ricercatori, potrebbe essere dovuto al fatto che i batteri che causano malattie sono più resistenti e rapidamente ricolonizzano le aree abbandonate, come succede nell’intestino dopo un trattamento antibiotico. E’ la prima analisi completa dei batteri delle spugnette e fornisce dati importanti per l’igiene domestica. Infatti le spugne usate per lavare i piatti agiscono sia come serbatoi di microrganismi, sia come ‘disseminatori’ di batteri sulle altre superfici domestiche, con il rischio di contaminare mani e cibo.

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In particolar modo vale per i piedi

Vivere insieme per le coppie vuol dire condividere più del letto o del bagno che magari al mattino ci si contende. Si finisce infatti per avere in comune col partner anche gli stessi batteri. È quanto emerge da una ricerca della University of Waterloo, in Canada, pubblicata su mSystems, una rivista open-access dell’American Society for Microbiology. Dopo aver analizzato i microbiomi cutanei di alcune coppie conviventi, gli studiosi hanno scoperto infatti che vivendo insieme si influisce in modo significativo sulle comunità microbiche della pelle del partner. Le somiglianze tra i microbiomi erano così forti che un algoritmo informatico poteva identificare chi fossero i due componenti con un’accuratezza dell’86%. Per la ricerca sono stati analizzati 330 tamponi di pelle raccolti da 17 aree diverse sui partecipanti, tutti eterosessuali. L’area della pelle con i microbiomi più simili tra i partner, quella insomma in cui le somiglianze erano più forti, erano i piedi.

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Campioni hanno flora particolare, aiuta performance

Potrebbe essere la flora batterica intestinale la ‘nuova frontiera’ del doping. L’ipotesi, spiega alla rivista specializzata Bycicling Lauren Petersen, fondatrice dell’Athlete Microbiome Project, è giustificata dalla scoperta che alcuni batteri sono più abbondanti di altri nell’intestino degli atleti professionisti.
Nel progetto sono stati analizzati campioni di ciclisti amatoriali e professionisti alla ricerca di eventuali differenze nella flora intestinale. Dai 350 tipi di batteri diversi isolati almeno due sembrano avere un ruolo nelle performance perché più frequenti nei sportivi professionisti. Uno è la Prevotella, un batterio ‘buono’ del microbioma che sintetizza amminoacidi a catena ramificata, che sono fondamentali per il recupero muscolare, che si trova in tutti gli atleti d’élite e solo nel 10% dei non atleti. L’altro ‘sospettato’ è invece il Methanobrevibacter smithii che fa parte degli archea, tra i microrganismi più antichi conosciuti presenti nell’organismo. “Quello che stiamo scoprendo può cambiare molte cose – conclude Petersen -.
Se si fa un test e si scopre che manca qualche batterio, in pochi anni ci potrebbe essere una pillola da prendere invece di un trapianto fecale. E penso di poter affermare con certezza che un ‘doping batterico’ arriverà presto”.

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E si possono diffondere fino a quattro metri di distanza

Alcuni batteri si possono diffondere fino a quattro metri di distanza e restano vivi nell’aria fino a 45 minuti dopo essere stati emessi con la tosse o gli starnuti.
E’ quanto hanno scoperto i ricercatori della Queensland University of Technologies (Qut) e dall’University of Queensland. Un risultato destinato a condizionare la maniera in cui saranno progettati ospedali, scuole e uffici.
Negli esperimenti i partecipanti starnutivano o tossivano in una galleria lunga quattro metri, e venivano misurati i batteri espulsi. E’ risultato che i germi possono essere proiettati fino a quattro metri di distanza e che le quantità infettive dei batteri restano attive fino a 45 minuti, il che smentisce la teoria consolidata secondo cui un metro è una distanza sicura da una persona infetta.
A motivare la ricerca è stata nel 2003 l’epidemia di Sars (sindrome acuta respiratoria grave) quando 300 persone furono infettate da una sola che aveva soggiornato per una singola notte in un albergo di Hong Kong. Gli studiosi guidati da Lidia Morawska, direttrice dell’International Laboratory for Air Quality and Health della Qut, hanno quindi mirato le indagini alla fisica dei batteri infettivi portati dall’aria. Si tratta di uno dei primi studi sulla longevità del batterio portato dall’aria pseudomonas aeruginosa, un germe resistente a molteplici farmaci, associato con infezioni contratte in ospedale, quando viene espulso da starnuti o tosse – scrive Morawska sul sito della Qut. “Una nostra precedente ricerca aveva mostrato che questi patogeni viaggiano fino a 4 metri quando sono espulsi con colpi di tosse nell’aria. Volevamo accertare come queste goccioline portatrici di batteri possano percorrere tali distanze e rimanere capaci di infettare altre persone dopo tanto tempo”, aggiunge. I risultati suggeriscono che alcuni dei batteri pseudomonas aeruginosa rimangano vitali nell’ambiente abbastanza a lungo per creare un rischio di infezione portata dall’aria, specialmente in persone con problemi respiratori come la fibrosi cistica. L’ipotesi è che le goccioline siano prodotte in differenti parti del tratto respiratorio e trasportino ‘carichi’ differenti di batteri – conclude la studiosa.

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Nuova ricerca della Comunità mondiale della Longevità in collaborazione con l’Università di Cagliari, insieme nel “Centro studi centenari sardi”

Lo studio del Microbiota è al centro dell’ultima ricerca condotta dalla Comunità mondiale della Longevità in collaborazione con l’Università di Cagliari, insieme nel “Centro studi centenari sardi”. L’obiettivo è scoprire se esiste nell’organismo del nutrito gruppo di supercentenari sardi un tipico Microbiota isolano responsabile dell’espressione dei geni della lunga vita. Valutare, dunque, la relazione tra invecchiamento e Microbiota intestinale, “organismo vero e proprio che continuamente riceve e trasmette informazioni all’ospite uomo”, spiega Roberto Pili, presidente della Comunità Mondiale della Longevità.
Numerose ricerche scientifiche hanno dimostrato che in particolare il Microbiota condiziona la spesa energetica e soprattutto condiziona ed è condizionato dall’ambiente alimentare in cui si vive, produce di conseguenza fattori che possono peggiorare o migliorare lo stato di salute.
Nell’obesità, la “grande madre” di tutte le malattie cosiddette non trasmissibili, quali tumori, diabete e cardiopatie ischemiche, il microbiota può essere causa per sè dell’aumento di peso o può condizionarne la risposta alla terapia.
Oltre a Pili, si occupano dello studio Fernanda Velluzzi, dell’unità di Obesità della Aou di Cagliari, Andrea Loviselli, coordinatore del corso di Scienze Motorie dell’Ateneo cagliaritano, Paolo Usai Satta, gastroenterologo del Brotzu, Donatella Petretto, Aldo Manzin e Carlo Carcassi, tutti dell’Università del capoluogo sardo. “In genere pensiamo ai batteri come a una delle cause per cui ci si può ammalare, questo è vero in parte – chiarisce Pili – negli ultimi 20 anni abbiamo capito che ci sono decine di miliardi di batteri presenti nel nostro intestino, il cosiddetto “Microbiota”, un ecosistema integrato che porta beneficio alla salute intestinale, ai sistemi immunitario e endocrino”. La Sardegna è una delle zone blu del pianeta per l’alta prevalenza di centenari con alta percentuale di sesso maschile. “Queste evidenze rendono il Microbiota dei centenari sardi un candidato ideale per ulteriori studi sui markers dell’invecchiamento e le patologie correlate con l’età – sottolinea il ricercatore – l’insieme dei dati saranno confrontati con analoghe rilevazioni in zone del pianeta a bassa densità di centenari come la Bielorussia”.
Il progetto punta quindi a “individuare sia elementi nutrizionali migliorativi per arrivare alla definizione di una dieta mediterranea funzionale, sia testare soluzioni che potrebbero indirizzare verso la tipizzazione riconosciuta più correlata a longevità e benessere”.

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Sottoprodotto delle fibre alimentari, protegge persone a rischio

Scoperta una molecola prodotta dalla flora intestinale (i batteri che albergano il nostro intestino e che ci aiutano tra le altre cose a digerire) che protegge dal diabete.
   
Lo rivela una ricerca condotta presso l’Universita’ della Finlandia Orientale a Kuopio e pubblicata sulla rivista Scientific Reports.
   
Gli esperti sono partiti da un campione di centinaia di individui, tutti sovrappeso e a rischio di diabete in quanto gia’ in condizioni di ridotta sensibilita’ all’insulina (ormone che regola lo zucchero nel sangue o glicemia).
Gli esperti hanno seguito il campione per 15 anni e confrontato la composizione molecolare del sangue di coloro che, tra i partecipanti, hanno sviluppato il diabete entro i primi cinque anni di monitoraggio e coloro che, invece, non si sono mai ammalati. Guardando il profilo individuale di ”metaboliti’ nel sangue – tutte le sostanze in esso contenute – e’ emerso che chi non si ammala di diabete presenta livelli ematici piu’ elevati di acido indolepropionico. Questo non e’ altro che il sottoprodotto della ‘digestione’ – da parte di batteri della flora intestinale – delle fibre alimentari che, guarda caso, in precedenti studi hanno rivelato il loro effetto protettivo contro il diabete.
   
L’acido indolepropionico sembra favorire il rilascio di insulina da parte del pancreas, concludono gli scienziati.

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Capaci di causare anche disturbi del comportamento

I batteri che compongono la flora intestinale possono alterare sia la funzionalità dell’intestino, sia la ‘mente’ di un individuo, esponendolo a sindrome dell’intestino irritabile – la malattia gastrointestinale più diffusa al mondo – e anche a comportamenti ansiosi. Infatti questi batteri risultano ‘contagiosi’: se trapiantati nella pancia di topolini sani, trasmettono loro ansia e disturbi del colon. E’ quanto suggerisce uno studio pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine e condotto dall’italiana Giada De Palma, originaria di Bologna e attualmente in Canada presso la McMaster University a Hamilton.
Il colon irritabile è una malattia caratterizzata da dolore addominale, problemi intestinali che passano da diarrea a costipazione. Si può associare anche a disturbi comportamentali, in particolar modo a ansia.
Per provare la complicità dei batteri intestinali nel causare questa malattia tanto diffusa quanto misteriosa, l’italiana ha prelevato campioni di flora intestinale di pazienti e soggetti malati, trapiantandoli nella pancia di topolini. Il trapianto dei batteri intestinali dei pazienti ha determinato la comparsa della sindrome dell’intestino irritabile negli animali, con comparsa anche di disturbi d’ansia, esattamente come nei pazienti. Quando invece i topolini sono stati trapiantati con flora intestinale di soggetti sani, la malattia non è comparsa.
Insomma, la flora dei pazienti ‘contagia’ i topolini, segno che ha un ruolo attivo nell’origine della malattia, compreso nello scatenare i sintomi comportamentali, quindi l’ansia.
Lo studio suggerisce la possibilità di curare sia i sintomi intestinali sia l’ansia con una terapia a base di fermenti e fibre alimentari, in grado di ripristinare una flora intestinale sana.

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Studiati come modello per controllare gli sciami di robot

Anche i batteri fanno i loro ‘flash mob’: riuniti a milioni nel terreno di coltura, sono capaci di generare un movimento collettivo oscillatorio, anche se singolarmente sembrano muoversi in maniera del tutto casuale. Questo particolare comportamento, che potrebbe ispirare nuove strategie per il controllo degli sciami di robot e dei materiali attivi auto-assemblanti, è descritto su Nature da un gruppo internazionale di ricerca coordinato dall’Università cinese di Hong Kong.

Già osservati in passato nei sistemi multicellulari

Simili comportamenti collettivi sono già stati osservati in passato nei sistemi multicellulari: ricoprono infatti un ruolo cruciale in molti processi biologici, come lo sviluppo degli organi, la formazione degli embrioni e la regolazione delle reti di neuroni. Spesso questi ‘flash mob’ nascono da comunicazioni a lungo raggio mediate da segnali di tipo chimico o elettrochimico, oppure da interazioni biomeccaniche tra le cellule stesse e l’ambiente circostante.

La scoperta

I ricercatori guidati da Yilin Wu, invece, sono riusciti ad osservare una forma differente di oscillazione collettiva all’interno di sospensioni particolarmente dense di cellule batteriche: hanno infatti scoperto che milioni di questi microrganismi possono organizzarsi in maniera autonoma per muoversi in sincronia, disegnando per lo più delle forme ellittiche. Questo comportamento sembrerebbe essere controllato da interazioni locali tra cellule vicine che, sebbene sembrino muoversi in modo causale se prese singolarmente, in realtà su vasta scala generano un debole movimento sincrono. Secondo i ricercatori, questo fenomeno potrebbe verificarsi anche in altre grandi popolazioni di cellule e potrebbe essere sfruttato per mettere a punto nuove strategie di controllo dei dispositivi autonomi.

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Annuncio Lorenzin, da igiene ospedali a salute animale, a ricerca, a diagnosi mirata

“Abbiamo lavorato con la Direzione generale per la Prevenzione per realizzare il primo piano contro i batteri multiresistenti. E’ stato un lavoro molto approfondito, fatto anche con ispezioni e un’analisi sul campo, che vedrà la luce tra pochissimi giorni”. A darne notizia è stato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, a margine degli ‘Stati generali sulla meningite’, organizzati a Roma dalla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit).”E’ un Piano ad alto spettro – spiega Lorenzin – che affronta innanzitutto la messa in sicurezza delle strutture ospedaliere, quindi dei meccanismi di igienizzazione di ospedali e sale operatorie, anche con ausili innovativi oltre che con il rispetto di regole base come lavare le mani”. Il secondo aspetto è quello del consumo degli antibiotici che vede, “grandi differenze a livello regionale. Abbiamo aree in cui è nella norma e aree in cui c’è un iperconsumo”.
Accanto a migliorare una prescrizione appropriata dell’antibiotico, il Piano affronta anche il tema della salute animale e dei “sistemi di diagnosi mirata che permettano di intercettare l’antibiotico efficace per quel tipo di batterio”. Senza dimenticare la ricerca, aggiunge il ministro, “perché abbiamo bisogno di nuovi antibiotici per combattere la resistenza ai vecchi. Sono diversi i fronti sui cui intervenire”. Il tema della resistenza agli antibiotici, ribadisce, “non riguarda un solo continente, è un allarme a livello mondiale. Ma dobbiamo intanto fare bene i compiti a casa nostra per superare alcune difficoltà dovute alle frammentazione.
Abbiamo alcuni ospedali in assoluta sicurezza, altri meno”. Su questo si può lavorare molto, così come “sulla formazione del personale e sul coinvolgimento delle associazioni dei pazienti”. Il tema, conclude, è “già stato affrontato nella Commissione degli assessori alla Salute, chiedendo che diventi top agenda in tutte le Regioni”.