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Scomparsi i sintomi della malattia meglio interromperla

La buona regola che sempre accompagna le prescrizioni di una terapia antibiotica è di portare a temine il ciclo di cura stabilito dal medico anche se dopo i primi giorni di assunzione del farmaco i sintomi iniziano a ridursi o scompaiono. Si è sempre detto che questo è il modo per evitare cure sospese anzitempo e la conseguente insorgenza di resistenze agli antibiotici, oggi una delle minacce più rilevanti per la salute pubblica.
Ma in futuro questa regola potrebbe diventare un ricordo perché secondo un articolo sul British Medical Journal non vi sono evidenze scientifiche a sufficienza su cui fondare l’attendibilità di tale raccomandazione clinica. Anzi, secondo gli autori dell’articolo, Martin Llewelyn presso la Brighton and Sussex Medical School e colleghi, potrebbe addirittura essere vero il contrario, e cioè potrebbe essere più sano per il singolo e per la comunità interrompere la terapia prima del termine della prescrizione, non appena i sintomi dell’infezione sono scomparsi. Inoltre, sempre secondo la lettera sul BMJ, aumentano le evidenze scientifiche secondo cui più sicuri cicli brevi di terapia (3 giorni) che non cicli lunghi come oggi spesso è prescritto (5-7 giorni o multipli di questi).
La raccomandazione del medico curante che sicuramente ognuno si sarà riportato a casa insieme a una ricetta per antibiotici è quella di finire la cura anche se a metà del ciclo si avverte un miglioramento. Il monito è che terapie interrotte possono causare l’insorgenza di resistenze. Eppure quando Llewelyn è andato alla ricerca delle motivazioni che storicamente hanno portato a radicare nella pratica clinica questa raccomandazione ha avuto difficoltà a trovarne. Poche evidenze scientifiche la corroborano, anzi studi recenti – ad esempio uno del 2010 pubblicato sempre sul BMJ e basato sull’analisi di migliaia di pazienti con infezioni del tratto urinario e respiratorio – sempre più spesso dimostrano il contrario e cioè che terapie di 1-2 settimane danno luogo più spesso a infezioni antibiotico-resistenti nei pazienti cui sono prescritte.

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Sfatato un mito, il beneficio e’ indipendente dai chilometri percorsi

Le persone che corrono regolarmente, anche per pochi chilometri alla settimana, hanno una spina dorsale più sana e meno a rischio di ernie del disco rispetto a chi è sedentario. Lo ha scoperto uno studio pubblicato dalla rivista Scientific Reports dell’australiana Deakin University che sfata il mito che correre possa essere un problema per la schiena.
Per la ricerca sono stati reclutati 79 adulti, uomini e donne, due terzi dei quali corridori abituali, che sono stati divisi in tre gruppi sulla base delle distanze percorse (più di 50 chilometri a settimana, tra 20 e 30 e nessun esercizio). A tutti è stato dato un accelerometro per una settimana per verificare l’esatta quantità di esercizio svolto, e la salute della schiena è stata studiata con una risonanza magnetica. Nei corridori, indipendentemente dalla quantità di chilometri percorsi, i dischi intervertebrali sono risultati più grandi e con una maggior quantità di fluido all’interno rispetto ai sedentari. “Entrambe queste misure – sottolineano gli autori – sono indice di migliore salute, quindi si può concludere che chi corre ha una spina dorsale più in forma”.
In un altro esperimento i ricercatori hanno studiato dieci persone che camminavano su un tapis roulant, verificando che anche una camminata veloce, a circa sette chilometri all’ora, è sufficiente a garantire dischi più in salute.

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Studio, la cottura lunga sprigiona molecole benefiche per la salute

La pasta “co’ ‘a pummarola ‘n copp” fa bene alla salute se al sugo viene lasciato il tempo di cuocere a lungo e il soffritto viene fatto rigorosamente con cipolla e magari anche uno spicchio di aglio, insieme all’olio extravergine: secondo una ricerca spagnola pubblicata sulla rivista Food Research International e condotta presso la facoltà di farmacia e scienze della nutrizione dell’Università di Barcellona una cottura prolungata del sugo insieme alla scelta degli ingredienti del soffritto porta a sprigionare molecole benefiche per la salute, dalla elevata capacità antiossidante, protettive ad esempio per la salute cardiovascolare.
Per la prima volta gli scienziati hanno verificato gli effetti positivi della sinergia tra i vari ingredienti del soffritto e del sugo, specie di molecole che derivano dalla trasformazione del licopene, il carotenoide (una vitamina) più comune nel pomodoro. Guidati da Rosa Maria Lamuela Raventós, gli esperti hanno visto che ”ingredienti” fondamentali per massimizzare l’efficacia antiossidante protettiva del sugo sono lunghi tempi di cottura (circa un’ora), aggiunta di cipolla ma anche aglio ed extra vergine di oliva. La cottura aiuta a sprigionare molecole antiossidanti, in particolare il licopene ‘trasformato’ in forme diverse (isomeri) più attive e più biodisponibili.

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Stimola produzione di linfociti Th17, proteggendoci da infezioni

Masticare il cibo correttamente, non solo aiuta la digestione, ma rafforza il sistema immunitario e aiuta a proteggerci da infezioni di funghi e batteri. E’ la scoperta fatta da un team di ricercatori della University and National Institutes of Health negli Stati Uniti, che ha rivelato come un tipo specifico di cellule immunitarie, i linfociti Th17, viene stimolato proprio quando si mastica.
Il sistema immunitario ha lo scopo di bloccare agenti patogeni nocivi e tollerare la presenza di normali batteri amici. E’ noto che, in questo compito, viene aiutato da una sana alimentazione. Tuttavia, non solo cosa mangiamo, ma anche come mangiamo sembra avere un peso. In altre parti del corpo, come l’intestino e la pelle, la presenza di cellule immunitarie è stimolata dalla presenza di batteri e si era supposto che accadesse così anche nella bocca. I ricercatori hanno invece scoperto che il cavo orale ha un diverso modo di stimolare i linfociti Th17: sono stati infatti in grado di stimolarne un aumento nei topi, semplicemente cambiando la durezza del loro cibo, dimostrando così che la masticazione è stato il fattore determinante. In particolare, ad attivare le cellule Th17 sarebbero i “danni causati dalla abrasione delle gengive derivata dal masticare”, commenta il biologo dell’Università di Manchester Joanne Konkel, primo autore della ricerca pubblicata sulla rivista Immunity. Secondo Konkel “la comprensione dei fattori che regolano l’immunità nella barriera orale potrebbe portare a nuovi modi per curare diverse malattie infiammatorie”.

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Riduce rischi tumori e problemi cuore

Gli ‘sportivi della domenica’, o i ”guerrieri del week end”, ovvero coloro che fanno sport solo un giorno a settimana (sabato o domenica) oppure, al più, per due giorni a settimana (tipicamente il week end) hanno comunque un rischio di morte per tutte le cause ridotto, in particolare per patologie cardiovascolari e cancro.
Lo rivela una ricerca condotta da Emmanuel Stamatakis della University of Sydney e pubblicata sulla rivista Jama Internal Medicine.
Quindi anche se lavoro e famiglia rendono impossibile dedicarsi all’attività fisica in settimana, fare sport solo sabato e domenica fa bene alla salute, anche se non si raggiungono frequenza e durata settimanali raccomandate.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda 150 minuti di attività fisica moderata a settimana. Per molte persone queste ‘dosi’ di sport possono essere anche logisticamente impossibili da praticare, anche solo per motivi di tempo e per gli impegni di lavoro e famiglia. Ecco perché il popolo degli sportivi della domenica è sempre più vasto.
Gli esperti australiani hanno confrontato il rischio di morte dei guerrieri del week end con quello di sedentari, di coloro che fanno sport ma in modo non sufficiente, con gli sportivi regolari. E’ emerso che, rispetto ai sedentari, chi fa sport in quantità insufficiente presenta un rischio di morte per tutte le cause ridotto del 31%; chi fa sport solo al week end o un giorno solo a settimana ha un rischio ridotto del 30%; chi fa sport regolarmente ha un rischio ridotto del 35%. Per quanto riguarda la morte per cause cardiovascolari, rispetto ai sedentari coloro che sono insufficientemente attivi hanno un rischio ridotto del 37%, i guerrieri del week end del 41% come pure chi fa sport con regolarità. Infine per i tumori, rispetto ai sedentari si riscontra una riduzione del rischio di morte rispettivamente del 14%, del 18% e del 21%.
Insomma, anche un po’ di sport il sabato e la domenica è meglio che niente.

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Su Science, studio sul ruolo dei neuroni che rilasciano dopamina

Sembra passare rapidamente quando ci divertiamo e rallentare quando siamo annoiati. Per secoli, la percezione soggettiva del tempo ha preoccupato filosofi e artisti. Ora, la scienza potrebbe aver trovato la spiegazione neurobiologica di questo mistero. In uno studio su topi pubblicato su Science, i ricercatori del Centro Champalimaud di Lisbona hanno osservato che i neuroni che rilasciano dopamina hanno un ruolo nel modo in cui viene percepito il tempo.
 La dopamina è una sostanza chimica prodotta dal cervello associata con i centri del piacere e coinvolta nella ricompensa, e i neuroni ‘dopaminergici’ che la rilasciano si trovano in una struttura profonda del cervello chiamata substantia nigra pars compacta, che, se danneggiata altera la percezione del tempo, come si vede nei malati di Parkinson. Per approfondirne il ruolo, i neuroscienziati hanno insegnato topi a stimare se la durata di un intervallo tra due suoni fosse più o meno lunga di 1,5 secondi. Attraverso la fluorescenza hanno quindi misurato, mentre gli animali svolgevano il compito, i segnali che indicano che i neuroni della pars compacta sono attivi: si è visto che maggiore era l’aumento di attività dei neuroni quando un suono era udito, più gli animali tendevano a sottostimare la durata dell’intervallo e viceversa. Per capire se fosse l’attività dei neuroni a causare l’alterazione della percezione del tempo, il team ha utilizzato impulsi di luce (optogenetica) per stimolare o inibire i neuroni. “Stimolando i neuroni, i topi tendevano a sottostimare la durata. Viceversa inibendoli la sovrastimavano.
 Ciò dimostra che l’attività di questi neuroni da sola può alterare la percezione del tempo”, ha spiegato Joe Paton, principale autore dello studio.