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In realtà necessitano di stessa quantità sonno che in gioventù

Con l’avanzare dell’età, si dorme di meno ma non perché servano meno ore di sonno. Anzi un sonno profondo è il viatico per un buon invecchiamento. In realtà è il cervello che perde la capacità di riconoscere questo bisogno.
Sono le conclusioni a cui sono giunti ricercatori della University of California Berkeley, secondo i quali, a causa di alcuni meccanismi cerebrali che cambiano con l’età, non siamo più in grado di ottenere la quantità necessaria di sonno.
Il declino del sonno inizia intorno ai 30 anni e prosegue in discesa costante. Al punto che un 50enne ha solo la metà del sonno profondo rispetto a quando aveva 20 anni. E a 70 anni, non c’è ne è quasi più, per questo gli anziani si svegliano molte volte durante la notte. In una revisione pubblicata sulla rivista Neuron, Matthew Walker e colleghi sostengono che la causa di questo declino è la perdita di alcune connessioni neuronali nel cervello. Hanno infatti esaminato quantità e tipo di segnali chimici coinvolti nel sonno di topi giovani e anziani, scoprendo che la ‘firma chimica’ è la stessa, indipendentemente dall’età. Il problema, invece, è che i recettori che nel cervello ricevono il segnale della sonnolenza declinano con l’età, come un’antenna radio debole che non riesce più a ricevere un segnale. In questo modo il sonno insufficiente contribuisce all’invecchiamento del cervello. Ad oggi vengono spesso prescritti sonniferi per questo problema. Tuttavia, concludono gli scienziati, la ricerca dovrebbe concentrarsi sullo sviluppo di farmaci in grado di stimolare questi recettori per rallentarne il declino.

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Aiuta ad assimilare la caffeina

Se è davvero difficile resistere alla tentazione di un buon caffè, la ragione va cercata nel Dna. E non poteva che appartenere agli italiani il patrimonio genetico che indica per la prima volta con chiarezza questo legame. Lo ha scoperto la ricerca pubblicata sulla rivista Scientific Reports e coordinata da Nicola Pirastu, dell’università di Edimburgo.

L’Italia ha giocato un ruolo importante, con l’università di Trieste, l’ospedale pediatrico Burlo Garofolo e i ricercatori dell’azienda Illy, che non ha finanziato la ricerca. Italiani sono anche i volontari sui quali è stata condotta la ricerca: 370 di Carlantino, in Puglia, e 843 di sei paesi del Friuli Venezia Giulia.

Ai volontari è stato chiesto quante tazzine di caffè consumassero ogni giorno e i risultati sono stati confrontati con quelli di un altrettanto nutrito gruppo di volontari reclutato in Olanda. Incrociando i dati genetici con il numero di tazzine è emerso che c’è una relazione inversa tra la presenza di una variante del gene chiamato PDSS2 e la passione per il caffè: le persone che hanno questa variante tendono a consumare meno caffè. Questo accade perchè la variante del gene PDSS2 controlla un altro gene, specializzato nel regolare il metabolismo della caffeina. Quando quest’ultimo gene non viene attivato sufficientemente, la caffeina tende ad essere smaltita molto lentamente dall’organismo, ‘spegnendo’ il desiderio di bere un’altra tazzina.

Il risultato dello studio, ha detto Pirastu, conferma che “la tendenza a bere più caffè sia regolata dai geni”, indicata anche da numerose ricerche condotte in passato. Per avere la conferma definitiva, ha concluso, sono necessarie ulteriori indagini, condotte su numeri più vasti di individui. Ricerche ulteriori dovranno infine chiarire il meccanismo che mette in relazione il gene PDSS2 con il consumo di caffè.