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Studio, -66% con 2 tazze caffè al dì, uomini non hanno stesso beneficio

La caffeina riduce il rischio di morte nelle donne affette da diabete: quelle che bevono regolarmente caffè o te’ vivono infatti più a lungo rispetto alle donne malate che non ne consumano, ma tale associazione non si riscontra tra gli uomini. Lo dimostra uno studio dell’Università di Porto (Portogallo) presentato al congresso dell’Associazione europea per lo studio del diabete (Easd).
I ricercatori hanno osservato che maggiore è la quantità di caffeina consumata, minore è il rischio di morte nelle donne diabetiche. Hanno inoltre rilevato che l’effetto protettivo dipende dalla fonte della caffeina: più alti livelli di consumo di caffeina da caffè sono infatti associati ad un minore rischio di morte per tutte le cause ed in particolare per malattie cardiovascolari; al contrario, le donne che consumavano più caffeina da Te’ facevano registrare una minore probabilità di morire per cancro.
Più dell’80% della popolazione adulta mondiale consuma caffeina giornalmente e vari studi hanno dimostrato l’effetto benefico del caffè rispetto al rischio di morte per tutte le cause nella popolazione generale, ma poco si sapeva circa il ruolo della caffeina sulla mortalità delle persone diabetiche. Lo studio ha preso in considerazione un campione di 3.000 uomini e donne diabetici dal 1999 al 2010. I ricercatori hanno così evidenziato che le donne diabetiche che consumavano fino a 100 mg di caffeina al giorno (una normale tazza di caffè) avevano il 51% di possibilità in meno di morire delle donne che non consumavano caffeina. Con un consumo da 100 a 200 mg al giorno, il rischio di morte era minore del 57% e con un consumo maggiore di 200 mg (due tazze di caffè) il ridotto rischio di morte era del 66%.
Inoltre si è anche osservato che le forti consumatrici di caffeina da Te’ registravano un minore rischio di morte da cancro pari all’80%. Tuttavia, precisano gli autori, ulteriori conferme sono necessarie ed “il nostro studio osservazionale può solo suggerire la possibilità di un effetto protettivo della caffeina”.

Fonte:www.ansa.it

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Ha azione potentissima, selezionata tra migliaia molecole

Il caffè un potenziale alleato contro la demenza? E’ possibile visto che la caffeina è risultata capace di potenziare l’attività di un enzima protettivo per il cervello, chiamato ‘NMNAT2’ e solo di recente scoperto come un’arma molecolare importante contro la formazione di aggregati tossici nelle cellule nervose.
Lo rivela una ricerca condotta presso e l’Indiana University e pubblicata sulla rivista Scientific Reports.
   
Solo di recente in un lavoro pubblicato sulla rivista Plos Biology sono stati scoperti gli effetti protettivi di NMNAT2 contro l’Alzheimer. Inoltre un altro studio pubblicato sulla rivista The Journals of Gerontology, Series A: Biological Sciences and Medical Sciences, dimostrava che consumare abitualmente caffè o altre bevande contenenti caffeina protegge dalla demenza.
   
In questo nuovo studio gli esperti USA hanno testato quasi 2000 molecole attive, tra cui la caffeina, per selezionare quelle con un ruolo nell’aumentare la produzione di NMNAT2. Di tutte le molecole testate, la caffeina è risultata il più potente attivatore della produzione di NMNAT2. Testata su topolini a rischio di demenza perché geneticamente incapaci di produrre quantità idonee di NMNAT2, la caffeina ha riportato il cervello degli animali a una quantità normale di enzima.
   
Lo studio apre la strada a nuove possibilità terapeutiche basate appunto sulla caffeina e su composti affini (altre 23 molecole tra tutte quelle studiate hanno dimostrato una sia pur minore efficacia nell’aumentare la produzione dell’enzima protettivo). 

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Astenersi prima di un controllo per non interferire su risultati

Per i consumatori occasionali di caffè basta solo una tazzina ad influenzare la diagnosi e l’effetto dei farmaci per la pressione alta. E’ la conclusione di uno studio pubblicato sull’American Journal of Hypertension, condotto da ricercatori della Western University e del Lawson Health Research Institute of London, in Canada.

Il team ha misurato periodicamente la pressione di 13 persone con un’età media di 52 anni e ha dimostrato che astenersi dalla caffeina anche solo per due giorni, fa sì che all’assunzione successiva di caffè, basti una singola tazza per far aumentare la pressione per diverse ore. Inoltre il caffè riduce l’effetto dei farmaci calcio-antagonisti, prescritti ai pazienti con ipertensione per rendere più facile il flusso del sangue. “Anche solo una quantità relativamente bassa di caffeina ha notevolmente compromesso l’effetto del farmaco alla dose massima raccomandata”. “Se si voleva superare l’effetto del caffè, si doveva raddoppiare la dose dell’anti-ipertensivo, con un rischio maggiore di effetti indesiderati”, rileva David Bailey, autore della ricerca.

Chi consuma caffeina regolarmente risente meno del problema perché sviluppa tolleranza. Circa il 15 per cento delle persone che bevono caffè, però, lo fa occasionalmente e possono pertanto avere un aumento occasionale acuto della pressione, da tenere in considerazione nel momento in cui ci si appresta a misurarla.

Potrebbe portare, infatti, a un eccesso di prescrizione di antipertensivi, con conseguenze sul trattamento. Se si ha in agenda un controllo pressorio, quindi, meglio evitare il caffè nelle precedenti 48 ore.

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I video virali dei gattini potrebbero presto avere la meglio sul caffè. A sentenziarlo un video dell’ American Chemical Society, che ha per tema proprio stare svegli senza caffeina.

Secondo il video, per svegliarsi la mattina o subito i pasti, il caffè non è l’unica opzione. Tra queste, guardare i video, diventati ormai virali, dei gattini: una cosa che probabilmente non fara’ piacere al vostro capo ma che secondo alcune ricerche può far aumentare il livello di ossitocina, il cosiddetto ormone delle coccole, diminuire quello di cortisolo, ormone dello stress, e migliorare temporaneamente l’attenzione ai dettagli

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Il caffè mattutino è, per molti, un rituale irrinunciabile, un piacere per molti, una necessità per altri. Ma sono sempre più gli studi scientifici che mettono in discussione l’effettiva utilità della caffeina al mattino.

In un recente articolo, il Washington Post ha riassunto le evidenze scientifiche fin qui emerse.

Secondo questi studi, la caffeina assunta al mattino interferirebbe in modo significativo con uno dei più importanti ormoni secreti dal corpo umano, il cortisolo.

E’ infatti nelle prime ore del mattino che si hanno alti livello di questo ormone, componente chiave del nostro sistema endocrino. Infatti, il cortisolo, conosciuto anche come l’ormone dello stress, viene prodotto in maggiori quantità nei momenti di minore vigilanza o quando ci si deve svegliare.

La più recente ricerca scientifica sull’argomento, condotta dal dott. Hadas Sherman del Institute of Biochemistry, Food Science and Nutrition dell’Università di Gerusalemme, mette la caffeina mattutina come principale indiziato delle variazioni del ritmo circadiano e dei disturbi del sonno. Secondo lo studio, l’assunzione di caffeina al mattino, nel momento di massima produzione di cortisolo, inibirebbe, nel lungo periodo, la produzione dell’ormone, rallentando il risveglio e la prontezza mentale. Secondo Sherman, i momenti migliori per godere della migliore performance della caffeina, sono tra le 10 e mezzogiorno, e tra le 14:00 e le 17:00. In queste ore il caffè è necessario e non interferisce con il meccanismo automatico con cui naturalmente il nostro corpo ci tiene svegli.

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Caffeina contro Viagra? Il confronto non è così campato per aria. Una tazzina di caffè si candida ad essere un ottimo concorrente naturale della nota pillola blu.

Secondo uno studio condotto dall’Università del Texas e pubblicata sulla rivista Plos One  chi consuma tra 85mg e 170 mg, più o meno l’equivalente di una-due tazzine al giorno, ha il 42 per cento in meno possibilità di andare incontro a disfunzione erettile rispetto a chi non ne assume per nulla. L’effetto, però, tende a diminuire all’aumentare della dose, infatti, chi assume tra 171 e 303mg di caffeina ha il 39 per cento in meno di probabilità di incappare nell’imbarazzante patologia.

“Abbiamo visto una riduzione della prevalenza di disfunzione erettile negli uomini obesi , in sovrappeso o ipertesi, ma ciò non e’ accaduto in chi invece era affetto da diabete. Il diabete è uno dei più forti fattori di rischio per la disfunzione erettile , quindi questo non è sorprendente ” , spiega il dottor David S. Lopez , autore dello studio.