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Sostituirli nella dieta accelera il metabolismo

Sostituire i cereali integrali a quelli raffinati riduce l’assorbimento di calorie durante la digestione e accelera il metabolismo. A fornirne una prova sperimentale è uno studio pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition.
Precedenti studi epidemiologici hanno suggerito effetti benefici di grano, riso, avena e orzo integrali, ovvero ricchi di fibre, per il controllo glicemico e la sensibilità all’insulina. Mancavano però dati scientifici sulla loro supposta utilità nella regolazione del peso. Per colmare questa lacuna, ricercatori della Tufts University di Boston hanno realizzato uno studio randomizzato e controllato, su 81 uomini e donne di età compresa tra 40 e 65 anni. Nel corso di otto settimane hanno fornito loro pasti completi, per esser sicuri che i regimi alimentari differissero solo per il tipo di cereali e farine. Rispetto alle persone che mangiavano cereali raffinati, quelle che rispettavano una dieta con cereali integrali hanno perso un extra di 100 calorie al giorno, a causa di una combinazione di aumento del metabolismo basale a riposo e maggiori perdite fecali. Questo significa che la fibra ha avuto effetto anche sull’assunzione di calorie provenienti da altri alimenti. La fame e il senso di pienezza non erano invece statisticamente differenti tra le due diete. “Le calorie in eccesso perse erano equivalente a quelle di una camminata di 30 minuti o al godersi un biscotto in più al giorno”, ha detto l’autore senior dello studio, Susan B. Roberts, direttore dell’Energy Metabolism Laboratory dell’università.

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Lo confermano le ricerche sulle scimmie

Ridurre le calorie allunga la vita: se ne parla da molto tempo, ma i primi dati che lo confermano arrivano solo ora da una ricerca condotta sulle scimmie. Pubblicata sulla rivista Nature Communications, la ricerca è stata condotta negli Stati Uniti dall’università del Wisconsin-Madison e dal National Institute on Aging (Nia).
Finora questi due gruppi erano stati in competizione e nelle loro ricerche avevano ottenuto risultati differenti. Per la prima volta hanno collaborato e hanno dimostrato che limitare le calorie effettivamente aiuta ad avere una vita più lunga e sana. Così è stata risolta anche una delle maggiori controversie delle ricerche sull’invecchiamento.
La disputa era iniziata nel 2009, quando il gruppo dell’università del Wisconsin-Madison aveva dimostrato che ridurre le calorie allunga la vita, riduce il rischio di malattie cardiovascolari e cancro. Nel 2012, invece, i ricercatori del Nia aveva trovato che mangiare di meno non porta risultati significativi sulla durata della vita, ma solo a un miglioramento generale delle condizioni di salute.
”Questi risultati contrastanti avevano gettato un’ombra di dubbio”, ha osservato Rozalyn Anderson, dell’università del Wisconsin-Madison. I ricercatori hanno analizzato le informazioni raccolte nelle ricerche condotte in passato su quasi 200 scimmie e hanno capito anche perché i due studi davano risultati diversi.
In primo luogo gli animali erano stati messi a dieta in età diverse e adesso la nuova analisi dei dati ha dimostrato che mangiare meno è utile nei primati adulti e anziani, ma non nei giovani. In secondo luogo, nello studio del Nia, le scimmie di controllo avevano mangiato meno rispetto al gruppo di controllo dell’università del Wisconsin. Di conseguenza i benefici della restrizione calorica erano sembrati diversi. In terzo luogo, i due gruppi di scimmie erano stati sottoposti in precedenza a diete diverse e anche per questo il risultato della restrizione calorica è stato differente: le scimmie del Nia avevano mangiato alimenti di origine naturale, mentre le altre avevano sempre mangiato alimenti trasformati con elevato contenuto di zucchero.

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Servono 500 calorie in meno al giorno rispetto ai 10 anni di età

Quando raggiungono la pubertà, ragazzi e ragazze sperimentano una rapida e inaspettata diminuzione del numero di calorie che bruciano a riposo. Da qui deriverebbe la diffusione del problema del sovrappeso che si registra spesso tra i teenager. Ad affermarlo uno studio pubblicato sul The International Journal of Obesity.

Tra il 2000 e il 2012, il team di ricerca della University of Exeter Medical School, ha analizzato i dati relativi a quasi 350 bambini del Regno Unito. Per ciascuno, ogni sei mesi, tra i 5 e 16 anni, sono stati misurati salute metabolica, misure corporee e attività fisica svolta. Si è così scoperto che il consumo calorico aumenta a partire dai cinque in poi, ma registra un improvviso calo con l’arrivo della pubertà. Al punto che i quindicenni utilizzano da 400 a 500 calorie in meno a riposo al giorno rispetto a quando avevano 10 anni, pari a quante se ne brucerebbero con un’ora di Zumba. Inoltre esercitano meno attività fisica rispetto all’infanzia. Cosa particolarmente sorprendente in quanto si tratta di un periodo di rapida crescita, e la crescita in genere fa consumare molte calorie.

”Potrebbe essere – commenta l’autore principale Terence Wilkin – che nel corso dei secoli ci siamo evoluti per risparmiare calorie, così da averne abbastanza per supportare le modifiche che il corpo deve sostenere durante la pubertà. Ma ora che si hanno sufficienti calorie ogni giorno, il calo del consumo si traduce in aumento di peso in eccesso”. Un aumento che preoccupa le autorità sanitarie, che considerano obesità e problemi collegati, tra le più gravi sfide a livello mondiale.

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La metà dei pasti per bimbi presenta il doppio della densità calorica raccomandata

Non è detto che le pappe fatte in casa siano meglio di quelle confezionate. Il rischio, sottolineano gli esperti, è un eccesso di grassi e calorie. Tanto che almeno la metà dei pasti casalinghi per bimbi presenta il doppio della densità calorica raccomandata dalle linee guida. Lo suggerisce uno studio pubblicato sugli ‘Archives of Disease in Childhood’. 

I ricercatori dell’Università di Aberdeen, guidati da Sharon Carstairs, hanno esaminato il contenuto nutrizionale di 278 pasti pronti destinati ai bambini sotto i 5 anni, acquistati nei supermercati o in farmacie del Regno Unito, e quello relativo a 408 ricette casalinghe provenienti da 55 libri di cucina per bambini. 

Queste ultime nel 51 per cento dei casi contenevano una densità calorica superiore al necessario, cosa che accadeva invece solo nel 35 per cento delle pappe preconfezionate. In particolare i pasti cucinati in casa fornivano il 26 per cento in più di energia e il 44 per cento in più di proteine e grassi che, pur se importanti nella crescita, se eccessivi possono portare a sovrappeso e obesità. 

Le pappe industriale inoltre mostravano ampia varietà di verdure ma in proporzione fornivano più offerta di carni rosse e minore offerta di pesce, contrariamente a quello che gli esperti raccomandano per una sana alimentazione. “Questo studio dimostra che i genitori dovrebbero essere supportati per essere ‘nutrizionalmente consapevoli'”, commenta Neena Modi, presidente del Royal College of Paediatrics and Child Health.

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Dai 4 mesi in poi appena un cucchiaio di cibo e’ di troppo

Appena 11 calorie in più a pasto, pari a un cucchiaio di legumi circa: è questa la quantità – solo apparentemente irrisoria – di cibo di troppo che può portare verso sovrappeso e obesità un bebè di 4-18 mesi alle prese con le pappe.

È quanto dimostrato da una ricerca svolta presso la University College di Londra e presentata al meeting sull’obesità in corso in Svezia.

Lo studio che ha coinvolto oltre 2500 bebè che avevano iniziato lo svezzamento, mostra che la differenza tra peso normale e sovrappeso la fanno poche calorie in più a pasto, 141 contro 130 in media. “Anche se un cucchiaio in più a pasto sembra poco – spiega Hayley Syrad – considerando che un bebè mangia una media di cinque pasti al dì, la differenza nell’arco di una settimana è considerevole”. È come se i bambini mangiassero per due giorni in più ogni mese, continua Syrad.

Dalla ricerca è emerso anche che non vi sono differenze sul tipo di pasti proposti ai bimbi di peso normale e a quelli sovrappeso, né sul numero dei pasti consumati ogni giorno dai piccoli.

I ricercatori hanno stimato che per ogni 24 calorie in più a pasto il bebè ha un rischio di sovrappeso del 9% in più.

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Dove si spende di più per cibo, tassi obesità più bassi

In quale paese si consumano più calorie a testa? Non gli Stati Uniti, come si potrebbe pensare, ma l’Austria, con ben 3769 calorie pro-capite al giorno, e il Belgio (3793). Il dato arriva da uno studio condotto da Recoverybrands, piattaforma online che si occupa di ricerche sulle dipendenze.

Analizzando le calorie servite a testa dal 2004 al 2013, sulla base dei dati Ocse di cui fanno parte 34 Paesi, si è visto che i paesi con valori superiori alla media sono quelli nordamericani e una parte di quelli europei, tra cui anche l’Italia. Tra i paesi in cima alla classifica, oltre ad Austria e Belgio, ci sono Turchia con 3680 calorie pro capite al giorno, Usa (3639), e Israele (3619), cui seguono più in basso Irlanda (3591), Messico (3568), Italia e Germania (3539) insieme al nono posto. Tra i paesi con il minor consumo pro-capite di calorie ci sono India (2459) e Giappone (2719). L’analisi di Recoverybrand ha rilevato anche che a chi vive in paesi dove si spende poco per il cibo si servono più calorie giornaliere, generalmente 3.500 a persona. Negli Usa inoltre, dove il 33,3% degli uomini e il 35.8% delle donne è obeso, c’è una tale abbondanza di cibo che un quarto delle calorie destinate ai consumi finisce nella spazzatura. Nei paesi dove il costo del cibo rappresenta la fetta maggiore del budget mensile i tassi di obesità al contrario sono più bassi. Il Belgio per esempio ha un tasso di obesità del 10% in meno rispetto agli Usa, mentre Messico e Cile, dove la gente consuma meno calorie, hanno tra i tassi di obesità più alti di tutti. Complessivamente, dal 1961 al 2011, la media delle calorie ingerite giornalmente è aumentata in tutto il mondo. In alcuni paesi fino a 500-600 calorie in più rispetto a 50 anni fa. E questo, secondo lo studio, è dovuto in parte al consistente aumento delle porzioni servite al ristorante e delle persone che mangiano fuori casa. Unica eccezione è l’Europa dell’Est, che prima faceva parte dell’Unione Sovietica, dove il numero di calorie servite è calato dopo il crollo dell’Urss. (ANSA).

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La prossima nuova tendenza della dieta potrebbe essere contare i bocconi. In un nuovo studio pubblicato sulla rivista Advances in Obesity, Weight Management & Control, infatti, i ricercatori della Brigham Young University, negli Usa, hanno riscontrato che le persone che contavano i bocconi nel corso di un mese hanno perso circa due chili, proprio su ciò che il Cdc (Centers for Disease Control and prevention) americano raccomanda per una perdita di peso “sana”.

L’esperimento pilota ha coinvolto 61 persone, a cui e’ stato chiesto di annotare il numero dei bocconi di cibo e dei sorsi di bevande diverse dall’acqua, impegnandosi a ridurle dal 20 al 30 per cento nell’arco di quattro settimane. Dei 61 pazienti coinvolti 41 hanno portato a termine l’esperimento, e i risultati raggiunti sono stati osservati senza modificare gli alimenti ingeriti o la quantità di attività fisica praticata.

Ora, dopo un inizio incoraggiante, come spiega uno degli autori della ricerca,Ben Crookston, “c’è bisogno di un follow up, cioè di seguire i pazienti nel tempo, per capire se mantengono il peso o ne perdono ulteriormente”. Chi ha lasciato l’esperimento – concludono infine gli studiosi- lo ha fatto per la difficoltà a tenere il conto dei bocconi, ma e’ stato realizzato sempre nell’ambito della stessa Università un algoritmo, dato ora da sviluppare sotto forma di app alla startup SmartBites.

La prossima nuova tendenza della dieta potrebbe essere contare i bocconi. In un nuovo studio pubblicato sulla rivista Advances in Obesity, Weight Management & Control, infatti, i ricercatori della Brigham Young University, negli Usa, hanno riscontrato che le persone che contavano i bocconi nel corso di un mese hanno perso circa due chili, proprio su ciò che il Cdc (Centers for Disease Control and prevention) americano raccomanda per una perdita di peso “sana”.

L’esperimento pilota ha coinvolto 61 persone, a cui e’ stato chiesto di annotare il numero dei bocconi di cibo e dei sorsi di bevande diverse dall’acqua, impegnandosi a ridurle dal 20 al 30 per cento nell’arco di quattro settimane. Dei 61 pazienti coinvolti 41 hanno portato a termine l’esperimento, e i risultati raggiunti sono stati osservati senza modificare gli alimenti ingeriti o la quantità di attività fisica praticata.