Medical News

Ritmi sonno ragazzi in parte causa gap rendimento con le ragazze

Ragazzi che arrancano tra i banchi di scuola e ragazze sempre prime della classe? Il gap maschi-femmine sul fronte del successo scolastico e accademico potrebbe almeno in parte avere origine da differenze fisiologiche nei ritmi sonno/veglia tra i due sessi coi maschi che hanno più difficoltà a svegliarsi presto e sopportano meno la carenza di sonno.

E’ quanto suggerisce una ricerca pubblicata sulla rivista di ‘IZA’ – Institute for the Study of Labor a Bonn.

Condotto da ricercatori dell’Università di Davis lo studio si basa sull’analisi di 240 mila voti assegnati nel corso di prove in classi della scuola media e delle superiori, dove gli studenti alternavano l’inizio delle lezioni al mattino o al pomeriggio. Il senso della ricerca era vedere se in qualche modo l’inizio ritardato delle lezioni influisse sul rendimento scolastico.

E’ piuttosto comune vedere che a scuola le ragazze vanno meglio dei ragazzi; le differenze si vedono già nelle classi elementari quando le bambine iniziano subito a dimostrarsi più brave nella lettura.

Studi precedenti hanno dimostrato che le ragazze tendono ad andare a letto prima dei coetanei maschi, sono più attive al mattino a resistono notevolmente di più alla carenza di sonno.

Così gli esperti hanno voluto indagare se la normale fisiologia del sonno in età adolescenziale fosse in qualche modo da chiamare in causa per il gap nel rendimento scolastico tra maschi e femmine. Hanno visto che quando le lezioni iniziavano con orario posticipato il rendimento dei maschi saliva.

Secondo le loro stime, quindi, fino al 16% delle differenze nel rendimento scolastico di maschi e femmine sono spiegabili con un problema di differenti ritmi del sonno e potrebbero essere alleviate posticipando un po’ l’inizio delle lezioni al mattino. Dato il sentore diffuso che i giovani oggi dormano meno di quanto abbiano bisogno, la ricerca suggerisce che il suono della campanella presto al mattino sia svantaggioso specie per i maschi.

News del giorno

Scienziati australiani hanno scoperto la presenza di un potenziale marker della tendenza al suicidio, che sperano possa condurre a nuovi test e a trattamenti di tale forma di depressione. Il docente di neuroscienze Gilles Guillemin della Macquarie University di Sydney studia da 20 anni le implicazioni delle infiammazioni cerebrali nella depressione, nella vulnerabilità al suicidio e in altre malattie neurodegenerative. E nel 2013 con i suoi colleghi ha associato la sovrapproduzione di una piccola neurotossina, detta acido quinolinico, con il comportamento suicida.

Ora una nuova ricerca, condotta in collaborazione con il Karolinska Institutet in Svezia e il Van Andel Research Institute in Usa, ha associato con il comportamento suicida la carente attività di un enzima chiamato ACMSD, che riduce la produzione di acido picolinico. “Era noto da tempo che le persone che tentano il suicidio hanno dei marker di infiammazione cronica nel sangue e nel fluido spinale”, scrive Guillemin sulla rivista Translational Psychiatry. “Gli antidepressivi di uso comune hanno solo un effetto limitato perché hanno come target la serotonina – il ramo del triptofano associato con il senso di benessere – piuttosto che l’acido quinolinico, l’altro ramo del triptofano associato con le infiammazioni”, aggiunge.

Le ultime ricerche rafforzano le evidenze finora raccolte e forniscono un’indicazione molto più chiara dei meccanismi biologici alla fase delle tendenze suicide, spiega ancora lo studioso. “Il prossimo passo sarà di formulare un semplice esame del sangue che individui sia l’ acido quinolinico che l’acido picolinico, per determinare gli individui a rischio di togliersi la vita”.

Medical News

Spesso collegato a problemi tiroide,primo trimestre più delicato

Una donna incinta su tre può andare incontro a complicazioni della gravidanza, come aborto spontaneo o nascita pretermine, a causa della carenza di ferro. Nel 10% dei casi inoltre questa carenza è collegata a problemi alla tiroide. E’ la conclusione di un studio pubblicato sulla rivista European Journal of Endocrinology.
Il ferro è un minerale presente in una serie di alimenti, tra cui carne, fagioli, noci, cereali integrali e frutta secca. Per gli adulti tra 19-50 anni, il National Institutes of Health (NIH) raccomanda un apporto giornaliero di 8 mg per gli uomini e di 18 per le donne, che salgono a 27 mg durante la gravidanza, per consentire la crescita fetale e placentare. Una carenza produce insufficienti livelli di emoglobina, proteina che trasporta l’ossigeno dai polmoni ai tessuti del corpo, provocando stanchezza, mancanza di respiro, palpitazioni. Per le future mamme e i loro figli, la carenza può però essere particolarmente dannosa. Il ferro aiuta infatti anche il funzionamento della perossidasi tiroidea (TPO), enzima cruciale per la produzione dell’ormone tiroideo che favorisce lo sviluppo del cervello del feto, in particolare nel primo trimestre di gravidanza, quando deve ancora sviluppare la propria tiroide.
Per capire la diffusione del rischio, i ricercatori del Saint-Pierre University Hospital a Bruxelles hanno monitorato 1.900 donne durante il primo trimestre di gravidanza misurando i livelli della ferritina e di anticorpi antitiroidei. Hanno scoperto che il 35% aveva carenza di ferro. Di queste, il 10% aveva autoimmunità tiroidea e il 20% ipotiroidismo lieve.

Medical News

Emorragia dovuta a tagli,in 5 anni persi 7500 posti,specie a Sud

In Italia mancano 47mila infermieri “per raggiungere livelli accettabili di sicurezza” nelle cure. E ben 7.500, a causa di tagli alla spesa e blocchi del turnover, ne sono stati persi tra il 2009 e il 2014. Una ’emorragia’ che ha colpito in particolare le Regioni in piano di rientro: Campania, Lazio e Calabria, da sole, in questi cinque anni, hanno perso 5.439 professionisti. 

E’ quanto emerge dall’analisi della Federazione dei Collegi degli infermieri Ipasvi, in base ai dati 2014 del Conto annuale della Ragioneria generale dello Stato. Molti infermieri non lavorano e chi lavora lo fa con mille difficoltà: nei 5 anni in esame le retribuzioni sono state ridotte del 25% in termini di potere di acquisto. 

Quanto all’età media dei professionisti, a causa del mancato ricambio generazionale la percentuale di over 50 – meno adatti a turni pesanti e a manovre rischiose – a livello nazionale è pari al 38% degli ‘operativi’, ma in Calabria raggiunge il 61%, il 58% in Molise e il 54% in Campania. 

E poi i turni massacranti testimoniati dalla continua crescita della spesa per gli straordinari, necessari a coprire le carenze d’organico: in Lazio e Campania raggiunge in media il 4,5% della retribuzione del singolo infermiere, contro l’1,9, ad esempio, delle Marche.

”La soluzione – spiega Barbara Mangiacavalli, presidente dell’Ipasvi – sono nuove assunzioni”. Ma “un ‘placebo’ per alleggerire la situazione nelle Regioni in piano di rientro sarebbe la mobilità volontaria, prevista dalla riforma della PA, ma che aziende e Regioni ‘bloccano’ non rilasciando i nulla osta. A richiederla sono soprattutto le Regioni del Sud e ad aderire sarebbero gli infermieri di quelle stesse Regioni che vivono da anni a migliaia di chilometri da casa”.