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Sopprimere completamente la carica virale dal malato entro 4 anni e poco più da oggi è un obiettivo ambizioso, ma se si riuscisse a raggiungere significherebbe arrivare al 2030 con buonissime probabilità di eradicare completamente la malattia.

Dopo anni di lotta contro una delle piaghe di questo secolo, il virus dell’HIV, alla European AIDS Conference, che si sta svolgendo proprio in questi giorni a Barcellona, si respira ottimismo.

L’obiettivo UNIADS, il Programma delle Nazioni Unite per l’AIDS/ HIV (dall’inglese Joint United Nations Programme on HIV and AIDS -UNAIDS) 90- 90- 90 è quello di effettuare il 90% delle dignosi precoci, di riuscire a trattare il 90% di questi pazienti diagnosticati e di questi nel 90% dei casi sopprimere completamente la carica virale. Il tutto entro il 2020. Ad annunciarlo è Michel Kazatchkine, Segretario Generale delle Nazioni Unite inviato speciale per l’HIV/AIDS in Europa e Asia intervenuto ad una sessione della 15° Conferenza Europea sull’AIDS in corso a Barcellona.

“Non c’è una sola Europa”, ha detto il Segretario, ce ne sono tre “Europa orientale, Europa centrale e Europa occidentale, con diverse epidemie, diverse risposte e diversi livelli di successo”. In Europa orientale, la diffusione del virus continua a crescere, trainata in gran parte da persone che fanno uso di droghe. Ma “si fa sempre più largo anche tra le persone eterosessuali, tramite la trasmissione sessuale”, avverte Kazatchkine. Per “questa Europa” quindi, le possibilità di raggiungere l’obiettivo UNAIDS sono purtroppo scarse. L’accesso ai servizi di prevenzione rimane ancora basso e la riduzione del danno molto limitata. In Europa centrale, l’incidenza dell’HIV è in graduale aumento, ma rimane circoscritta agli uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini e alle persone che fanno uso di droghe, ma “non vi è una vera e propria volontà da parte dei governi di investire su questi gruppi di persone più vulnerabili”, precisa Kasatchkine. La riduzione dei servizi di prevenzione ha un impatto fortissimo sulla malattia stessa. Anche se l’Europa occidentale sembra avere le carte in regola per rispondere in modo positivo all’obiettivo 90-90-90, il numero complessivo di nuove infezioni è rimasto stabile negli ultimi dieci anni. Nonostante la copertura sanitaria, l’ottima cura del virus e gli alti livelli di sostegno sociale, nel corso degli ultimi 10-15 anni sono aumentate le infezioni tra gli uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini. “Per questo motivo servono ulteriori sforzi, ma sia per l’Europa centrale che per l’Europa occidentale sarà possibile raggiungere l’obiettivo entro il 2020”, sottolinea il Segretario.

Fondamentale sarà guardare con più attenzione agli anelli deboli della catena preventiva. “Manca ancora un programma mirato che comprenda le popolazioni di migranti provenienti da Paesi in cui il virus è molto diffuso e che spesso non hanno accesso facile alle cure”, prosegue Kazatchkine. “Al momento il numero di nuove diagnosi di HIV in molti Paesi dell’Europa orientale continua a superare il numero di persone che iniziano il trattamento ogni anno, il che significa che il gap di trattamento è in crescita, non è in calo. In questo senso le attuali linee guida non aiuatano perché limitano il trattamento alle persone con numero di cellule CD4 inferiori a 350”, precisa il Segretario. Anche la diagnosi precoce deve essere migliorata. In Europa orientale la copertura sulla malattia arriva a circa il 35% rispetto alla media globale che attesta intorno al 60%. “Le persone sono molto restie a recarsi presso i servizi a causa della stigmatizzazione e della discriminazione e questi preconcetti devono necessariamente cambiare”, conclude Kazatchkine.

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La remissione del virus HIV non è un caso isolato, ma una quiescenza dell’infezione di dodici anni è, fino a questo momento, un caso unico al mondo.

La ragazza, di cui non sono state rese note le generalità, è nata nel 1996 da una madre malata di HIV, fin da subito è stata sottoposta alla terapia standard dell’epoca, a base di AZT, sospesa nel 2002 quando la carica virale è scesa a 0.

L’annuncio è stato fatto  dai medici dell’Institute Pasteur di Parigi, a Vancouver .

“Non sappiamo ancora il motivo per cui questa ragazza è in grado di controllare l’infezione” spiegano gli esperti. “Lo stop alle cure non è comunque raccomandato negli adulti e nei bambini al di fuori di studi clinici” aggiunge Asier Saez-Cirion, dell’Istituto Pasteur di Parigi. “L’osservazione della remissione della malattia in un bambino nato sieropositivo sta aprendo nuove prospettive per la ricerca”, sottolinea sul sito dell’Istituto Pasteur Jean-François Delfraissy, direttore del National Agency for Aids Research (Anrs) francese. “Questo risultato non deve tuttavia essere considerato come una guarigione, è impossibile prevedere l’evoluzione della sua condizione. Il caso della ragazza è comunque un ulteriore argomento a favore del trattamento antiretrovirale il più presto possibile per tutti i bambini nati da madri sieropositive”.

In passato, altri due casi simili hanno fatto sperare i ricercatori. Il primo è quello di una bambina del Mississipi, nata già infetta e sottoposta alla terapia precoce a base di antivirali. Quando, due anni e mezzo dopo la fine della terapia, il virus è ricomparso la comunità scientifica rimase totalmente spiazzata. L’altro caso è quello di un bambino italiano, nato nel 2009 all’Ospedale Sacco di Milano che, dopo aver reagito positivamente alle cure ed esser vissuto per tre anni senza carica virale, è ancora oggi, affetto da HIV conclamato.

«Il concetto alla base della remissione del virus è lo stesso: la centralità della terapia precoce, che determina una serie di fattori virologici e immunologici che favoriscono il controllo del virus» spiega Paolo Rossi, direttore del Dipartimento Pediatrico Universitario Ospedaliero del Bambino Gesù di Roma. «C’è da dire che i fattori che sono responsabili di questo controllo – spiega l’esperto – non sono ancora completamente conosciuti. Possiamo immaginare che quando nascono dei bambini infetti e vengono trattati precocemente, si realizza uno spettro variabile di situazioni. Nella maggior parte dei casi, i bambini trattati precocemente all’interruzione della terapia avranno una ripresa più o meno veloce della replicazione virale. In altri casi, come quelli del Mississipi baby e della ragazza francese, si risconterà un periodo più lungo di remissione se non una vera e propria cura funzionale nonostante la sospensione della terapia antiretrovirale». Questi pazienti, conclude l’infettivologo, «rappresentano infatti il modello ideale per generare dati virologici e immunologici che possano favorire interventi terapeutici basati su vaccini o farmaci in grado di indurre tali condizioni biologiche eccezionali in tutti i pazienti che iniziano la terapia precoce, al fine di sospenderla e mantenere una remissione clinica e virologica».