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Studio sui topi. Esperta, importante il ruolo delle vaccinazioni

La leucemia linfoblastica acuta dei bambini potrebbe essere ‘innescata’ dall’esposizione a infezioni comuni. Lo dimostra uno studio condotto su topi dalla ricercatrice Julia Hauer della Clinica di oncologia pediatrica ed ematologia di Dusselforf, presentato al Congresso dell’Associazione europea di ematologia (Eha) in corso a Madrid.
“La leucemia acuta – spiega la ricercatrice – è la forma di tumore più comune dell’infanzia e la sua incidenza è in crescita. Il ruolo delle infezioni quali ‘grilletto’ che innesca lo sviluppo della leucemia nei bambini è un’ipotesi di cui si è discusso, tuttavia sono rare le evidenze sperimentali che provino una connessione tra l’esposizione ad infezioni comuni e leucemia”. Questo studio offre dunque una importante evidenza in tale direzione: “Abbiamo utilizzato due modelli animali, due topi, geneticamente modificati – chiarisce Hauer – che rappresentano i tipi classici di leucemia infantile. Abbiamo quindi osservato che i topi sviluppano la leucemia solo dopo l’esposizione ad un ambiente caratterizzato da infezioni comuni, ad esempio dal virus dell’epatite”. Dunque, questo studio, sottolinea, “offre per la prima volta una nuova intuizione sul ruolo delle infezioni nello sviluppo della leucemia infantile ed offre anche nuovi approcci per la prevenzione di questa malattia”. Ma lo studio apre anche ad una ulteriore valutazione: “Si dimostra – afferma la ricercatrice – ancora di più l’importante ruolo delle vaccinazioni contro le infezioni.
Infatti, se è ancora presto per poter dire che ci sia un legame effettivo tra vaccinazioni e prevenzione della leucemia, tuttavia – conclude – prossimi studi potrebbero portare a tale conclusione”.

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Ogni anno 21mila casi tra uomini e 5mila tra donne

Nel nostro Paese fino al 65% dei casi di tumore della vescica negli uomini è correlato all’abuso di fumo di sigaretta. Il dato è emerso in un incontro dedicato a questa neoplasia e organizzato dalla Società Italiana di Urologia Oncologica (SIUrO).
   
Il tumore della vescica, hanno ricordato gli esperti, è il quarto tumore più frequente nei maschi e l’undicesimo nelle donne. L’incidenza globale della malattia in Italia è in lieve aumento, tanto che, dal 2030 si attendono più di 35 mila nuovi casi ogni anno. “Le differenze di genere in questa patologia sono abbastanza evidenti – afferma Renzo Colombo, urologo e Coordinatore di Area Uro-Oncologica dell’Ospedale San Raffaele di Milano -. Ogni anno in Italia si ammalano 21.000 uomini e 5.000 donne. Tuttavia, rispetto al passato, mentre oggi l’incidenza di questa malattia negli uomini è in riduzione, nelle donne risulta in sensibile aumento”. Il fumatore, spiega l’esperto, ha un rischio di sviluppare la malattia che è quasi cinque volte superiore rispetto ad un non tabagista. Il vizio, storicamente quasi esclusivamente maschile, è negli ultimi anni in deciso aumento tra le donne italiane e questo può spiegare l’aumento dei casi femminili. Smettere definitivamente di fumare riduce significativamente il rischio di sviluppare un carcinoma della vescica dopo dieci anni, tuttavia anche dopo 20 anni dalla sospensione il rischio rimane comunque superiore a quello di coloro che non hanno mai fumato.
    Varie le possibili terapie contro il tumore della vescica: dalla chemioterapia alle nuove prospettive aperte con l’immunoterapia, dalla chirurgia personalizzata alla radioterapia. “L’immunoterapia con l’utilizzo degli anticorpi monoclonali – aggiunge Andrea Necchi, Dirigente medico del Dipartimento di Oncologia Medica dell’Istituto nazionale tumori di Milano – che hanno come bersaglio il PD-1 o PD-L1 (due proteine in grado di influenzare la risposta immunitaria) ha dimostrato nell’arco dello scorso anno di potere cambiare la storia del trattamento dei pazienti con malattia avanzata”.

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Potrebbe ‘innescare’ malattia se bambini stanno troppo al chiuso

Scoperta nella retina una importante causa della miopia: si tratta di una particolare cellula retinica che, in risposta alla luce che riceve, può causare una crescita abnorme dell’occhio del bambino e indurre così il diffusissimo disturbo di vista. Questo meccanismo difettoso potrebbe essere innescato dal trascorrere troppo tempo al chiuso, alla luce artificiale, è spiegato sulla rivista Current Biology dove è stato pubblicato il lavoro condotto presso la Northwestern university a Chicago.
La miopia è un disturbo davvero diffuso e in aumento a livello globale. In genere emerge in età infantile perché l’occhio cresce troppo in fretta e si allunga rendendo difficile la messa a fuoco. Numerosi studi negli ultimi anni hanno evidenziato il possibile legame tra miopia e stile di vita, in particolare la tendenza a trascorrere gran parte della giornata al chiuso, esposti alla luce artificiale. Ma restava un mistero il meccanismo cellulare/molecolare che attiva lo sviluppo della miopia.
Nel nuovo lavoro gli esperti hanno studiato l’occhio di topi alla ricerca della cellula che lancia il segnale di crescita aberrante dell’occhio ed hanno isolato un nuovo tipo di cellula retinica battezzata ‘OND’, ipersensibile alla luce e in grado, in risposta a certe ‘lunghezze d’onda’, di dare il comando all’occhio di crescere e allungarsi. Tale comando può essere azionato in particolare dallo ‘spettro’ emesso dalla luce artificiale caratterizzato da un forte contrasto verde-rosso. Gli esperti ipotizzano quindi che il trascorrere troppo tempo in luoghi chiusi da piccoli faccia da apripista al malfunzionamento delle cellule OND e quindi alla miopia.

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Nobel zur Hausen, ipotesi apre nuove potenziali vie prevenzione

La ricerca scientifica suggerisce una nuova ipotesi per spiegare l’insorgenza del cancro al polmone: anche le infezioni da virus, batteri e funghi potrebbero avere un ruolo nello sviluppo di questa neoplasia. Ad affermarlo è Haral zur Hausen, Premio Nobel per la Medicina nel 2008 per le sue ricerche che hanno identificato il legame tra l’infezione da virus Hpv ed il cancro alla cervice, che ha illustrato tale ipotesi in sessione plenaria alla 17/ma Conferenza mondiale Iasl sul cancro polmonare.

”Tali ricerche – ha sottolineato il Nobel – hanno il potenziale di aprire nuove vie per la prevenzione di questa neoplasia”. Mentre il fumo “è chiaramente il maggiore fattore di rischio per il tumore al polmone, con il 25% circa di forti fumatori che svilupperanno la malattia sul lungo termine – ha sottolineato zur Hausen – è però vero che il 20-25% dei pazienti non è mai stato fumatore, e ciò indica che devono esserci delle influenze addizionali per lo sviluppo di tale forma tumorale”. I virus “oncogenici – ha chiarito – richiedono tuttavia delle modifiche genetiche perché il cancro si sviluppi, poiché le infezioni virali in se stesse non sono sufficienti a determinare il tumore”. Ma il Nobel suggerisce anche una ulteriore ipotesi, e cioè che gli animali domestici possano portare virus patogeni che, sebbene non pericolosi per gli animali stessi, possono diventare cancerogeni quando trasferiti all’uomo.

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Azione legale in Mississipi, la giovane madre vuole mangiarla

Jordan Thiering ha 25 anni, il 24 giugno prossimo dara’ alla luce il suo primo bimbo, e grazie alla vittoria della singolare causa intentata contro la stato del Mississipi dove risiede, la futura mamma avra’ il diritto di portarsi a casa non solo il figlioletto, ma l’intera placenta che ha nutrito il feto per nove mesi. Con tutta probabilita’, la giovane madre, mangera’ la placenta, convinta delle proprieta’ nutritive della sostanza.

Jordan ha dovuto intentare la singolare azione legale, assumendo e pagando di tasca propria un avvocato, dopo aver appreso che il ministero della Salute del Mississipi non permette alle madri di portare a casa la propria placenta. A meno che sia stato emesso uno specifico ordino di tribunale in questo senso.

“Questa placenta ha dato la vita al mio bambino e questa e’ la ragione principale per cui la voglio – ha dichiarato ai media la donna – non mi importa se la gente pensi che e’ strano o sgradevole”.

La vittoria di Jordan potra’ aiutare tutte le future mamme a venire: lo Stato sta infatti ora considerando di cambiare le regole in vigore, di modo che sia automaticamente permesso alle donne di tenere la propria placenta, senza dover fare causa.

“Dover ottenere l’ordine di un tribunale per avere il possesso di qualcosa che e’ cresciuto all’interno del proprio corpo e’ totalmente folle”, ha commentato Jordan,osservando che per molte donne i costi legali sono insostenibili.

Anche se non vi sono al momento dati scientifici sufficienti a sostenere la teoria, molto credono che mangiare la placenta possa aiutare le neo-mamme contro la depressione post-partum e persino aumentare la produzione di latte.

La placenta in questi casi viene ridotta a fora di polvere e assunta all’interno di una capsula o sciolta in frullati.

Alcune donne celebri – come la star della serie ‘Mad Men’ January Jones – ne hanno pubblicizzato l’uso negli Stati Uniti.

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Risarcimento a donna americana con tumore, azienda farà appello

Brutto colpo per Johnson&Johnson, che dovra’ pagare 55 milioni di dollari ad una donna americana. Un tribunale di St.Louis ha ordinato un maxi-risarcimento nei confronti di Gloria Ristesund, 62enne del South Dakota la quale afferma che l’uso per anni di prodotti a base di talco l’ha portata a sviluppare un tumore ovarico. Si tratta del secondo verdetto sfavorevole per J&J, dopo essere stata condannata a febbraio a pagare 72 milioni di dollari alla famiglia di una donna dell’Alabama, Jackie Fox deceduta in seguito ad un tumore alle ovaie, che l’aveva citata in giudizio sostenendo che la malattia e quindi la morte sia stata causata da prodotti contenenti talco. E non e’ tutto poiche’ l’azienda sta affrontando circa 1.200 cause legali con l’accusa di non aver informato gli utenti sui rischi legati ai suoi prodotti a base di talco. Tramite la portavoce Carol Goodrich Johnson&Johnson ha pero’ affermato che presentera’ appello per entrambe le decisioni, a suo parere contrarie ai risultati di decenni di ricerche che sostengono la sicurezza del talco. L’azienda ha ricordato che i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) non hanno identificato il talco come un fattore di rischio per il tumore alle ovaie.