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Prima volta su così larga scala, servirà per trasfusioni difficili

Utilizzando delle cellule staminali rese ‘immortali’, e dunque riutilizzabili, è possibile produrre sangue in laboratorio in una quantità sufficiente per le trasfusioni. Lo ha dimostrato uno studio coordinato dall’università di Bristol pubblicato dalla rivista Nature Communications, secondo cui il sangue ottenuto in questo modo potrebbe essere usato per chi ha gruppi estremamente rari.
Il ‘sangue artificiale’, spiegano gli autori, puó già essere prodotto a partire da staminali che peró nel processo muoiono, rendendo impossibile ottenere quantità elevate. I ricercatori hanno sviluppato un processo che a partire da staminali adulte ottiene cellule eritroidi, quelle che fanno da precursore ai globuli rossi, capaci di replicarsi, e quindi ‘immortali’. Nei test di laboratorio sono stati ottenuti “litri” di globuli rossi, spiega l’autore principale alla Bbc, mentre i test di sicurezza su eventuali trasfusioni con questo ‘sangue artificiale’ inizieranno entro l’anno, con l’obiettivo di usarli per le persone, di solito immigrati, che hanno caratteristiche del sangue come la presenza o l’assenza di proteine che rendono impossibili le trasfusioni.
“Il primo uso terapeutico di globuli rossi prodotti in questo modo – spiega David Anstee – sarà probabilmente per pazienti con gruppi sanguigni rari, per cui la donazione tradizionale puó essere una fonte difficile”.

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Esperimento riuscito nei macachi, ancora presto per l’uomo

Un cuore che aveva subito un infarto è stato rigenerato e ha ripreso a contrarsi grazie alle cellule staminali: è accaduto nell’esperimento condotto sui macachi e descritto sulla rivista Nature dal gruppo coordinato da Yuji Shiba, dell’università giapponese di Shinshu. Una volta trasferite nel cuore danneggiato dall’infarto, le cellule staminali hanno permesso di riparare le lesioni e quindi si sono integrate perfettamente, migliorando la capacità dell’organo di contrarsi, senza alcun segno di rigetto. Tuttavia i battiti cardiaci erano irregolari e per questo i ricercatori ritengono necessarie ulteriori ricerche prima di passare alla sperimentazione sull’uomo.

I ricercatori sono partiti da cellule della pelle di un macaco che, immerse in un cocktail di geni, sono ritornate bambine. Le staminali ottenute in questo modo sono state indotte a svilupparsi in cellule muscolari cardiache (cardiomiociti) utilizzando altri geni. Quindi sono state trapiantate nel cuore di cinque macachi che avevano avuto un infarto. Per evitare il rigetto sono stati usati immunosoppressori, ossia molecole che inibiscono la risposta immunitaria, che hanno permesso alle cellule di sopravvivere per 12 settimane nel cuore degli animali. Ripetendo il trattamento, la funzionalità del cuore è migliorata ulteriormente.
“In generale il nostro risultato dimostra che il trapianto di queste cellule è sufficiente a rigenerare il cuore di un primate non umano che ha subito un infarto”, hanno rilevato i ricercatori. Tuttavia, hanno aggiunto, sono necessarie ulteriori ricerche per risolvere il problema delle irregolarità nel battito cardiaco (aritmie) dopo l’intervento.

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I ricercatori del Salk Institute sono riusciti a ricreare in provetta dei neuroni “invecchiati”.

Per la prima volta si è riusciti a coltivare e invecchiare in laboratorio dei neuroni umani ricavati dalla pelle. Il lavoro dei ricercatori è stato pubblicato sulla rivista Cell Stem Cell.

La scoperta potrebbe fornire un eccezionale banco di prova per studiare malattie neurodegenerative legate all’invecchiamento, come Alzheimer e Parkinson, e per sperimentare farmaci.  La particolarità di questa tecnica è che i neuroni ricavati hanno caratteristiche genetiche che riflettono l’età del paziente.

”Per la prima volta abbiamo dimostrato che non solo l’identità genetica specifica di una persona, ma anche i segni legati all’invecchiamento possono essere studiati in laboratorio su neuroni umani viventi”, osserva Fred Gage, coordinatore dello studio.

Finora infatti chi si è occupato di invecchiamento si è affidato a moscerini, vermi e topi. Più recentemente si è riusciti a prendere delle cellule dai pazienti e a riprogrammarle, trasformandole in cellule staminali pluripotenti (ipsc), che possono essere propagate per generare cellule cerebrali in numero sufficiente per sperimentazioni. Ma il problema di queste cellule è che somigliano a quelle caratteristiche primi stadi dello sviluppo embrionale, e quindi l’età vera del paziente viene azzerata, lasciando dei neuroni ringiovaniti.

In questo caso invece i ricercatori hanno prelevato le cellule della pelle di 19 persone di età compresa fra 1 a 89 anni e le hanno riprogrammate per trasformarle in neuroni. Quindi hanno confrontato i neuroni così ottenuti con quelli prelevati da autopsie. Il confronto ha permesso di individuare le caratteristiche dei neuroni delle persone più anziane. La stessa tecnica, secondo i ricercatori, potrebbe essere utilizzata per studiare i cambiamenti indotti dall’invecchiamento in altri tessuti, come quelli di fegato e cuore.

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Positivi i risultati dei primi 18 trapianti di cellule staminali cerebrali su malati di sclerosi laterale amiotrofica (Sla) nell’ambito della sperimentazione condotta dal professor Angelo Vescovi.

Dimostrata la sicurezza del trattamento, in 3 pazienti si è avuto anche un beneficio neurologico. Nel 2016 partirà la fase 2 su 70 pazienti. La sperimentazione, di cui si è concluse la fase I mirata a dimostrare la sicurezza del trattamento, si basa sul trapianto di cellule staminali cerebrali umane prelevate da feti abortiti spontaneamente.

Si tratta di una sperimentazione all’avanguardia nell’ambito delle terapie avanzate con cellule staminali, condotta secondo la normativa internazionale vigente e in accordo con le regole EMA (European Medicine Agency), con cellule prodotte secondo lo stretto regime GMP (Good Manufacturing Practice) certificate dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa).

“I risultati”, ha commentato  il responsabile della sperimentazione clinica Angelo Vescovi, professore di biologia cellulare all’Università Bicocca di Milano e direttore scientifico dell’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza di San Pio, “sono ”eccellenti. Tuttavia è ancora presto per poter parlare di una ‘cura’ contro la Sla e sono necessarie ulteriori conferme, con la fase II della sperimentazione ai nastri di partenza nel 2016 su altri 70-80 pazienti”.

I risultati della fase I del trial clinico saranno presentati martedì 29 settembre in occasione di un incontro a Roma riguardante proprio la Sla.