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Alla Gruccia prende sempre più piede questa opportunità. Molto apprezzata anche la vasca nativa

MONTEVARCHI – Un babbo che assiste al parto gemellare della moglie con taglio cesareo. E’ quanto accaduto nei giorni scorsi all’ospedale di Montevarchi, dove da alcuni mesi è possibile, appunto, che il babbo sia presente in sala operatoria per stare accanto alla moglie. Una opportunità in più offerta dal presidio valdarnese e che trova numerosi consensi, tanto che su 18 casi, solo 1 ha rifiutato di restare in sala.

“In sala operatoria può essere presente il babbo o comunque una persona di fiducia indicata dalla donna che deve partorire – spiega Luca Tafi, direttore della Pediatria – Non è un’opportunità così scontata perché gli spazi e i margini di manovra devono essere ben assegnati e organizzati. La presenza del babbo non deve essere di intralcio agli operatori. Anche questa iniziativa rientra tra quelle che stiamo portando avanti in favore dell’umanizzazione delle cure, per rendere l’ospedale sempre più ‘friendly’, anche e soprattutto per donne e bambini”.

Durante l’intervento, il babbo, o la persona di fiducia scelta dalla partoriente rimane alla testa della mamma e non vede nulla di quello che accade dietro l’apposito telo. Un presenza importante, che può dare tranquillità alle donne e regalare emozioni ai futuri babbi.

L’ospedale della Gruccia è particolarmente impegnato sul fronte della nascita “fisiologica”. Proprio su questa linea si pone anche l’utilizzo della vasca nativa. Quella nuova, inaugurata lo scorso marzo, ha già registrato 24 parti su 104, quindi il 23%.

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In riferimento alle notizie -su dati 2016- relative all’eccessivo ricorso ai tagli cesarei nelle strutture pubbliche e convenzionate della regione, si evidenzia che l’ Asl Salerno ha messo in atto una serie di azioni concrete tese a ricondurre il fenomeno entro i livelli fisiologici. Tali azioni, si sono concretizzate sia in provvedimenti di tipo tecnico-organizzativo, come la graduale introduzione della parto-analgesia, sia in provvedimenti a carattere formativo, come l’esperienza formativa completata ed arricchita da una fase di frequenza- da parte delle ostetriche – presso l’UO di Ostetricia e Ginecologia dell’AOU S.Giuseppe Moscati di Avellino, per l’osservazione diretta delle tecniche e metodiche assistenziali e delle modalità organizzative ivi praticate. Grazie a tali iniziative si registra il sensibile decremento dei casi di ricorso al parto cesareo nei punti nascita dell’Asl Salerno. Un trend confermato dalla stessa Regione Campania, laddove “…si rileva, nel complesso, un recupero forte dell’ “anomalia” parti cesarei (circa 20% in meno)”. Che la soglia prevista sia stata superata in soli due strutture (Vallo della Lucania e Battipaglia), e per un valore, peraltro, non eccessivamente rilevante, costituisce la riprova della validità delle iniziative messe in atto da questa Azienda su tale fronte. Il trend degli ultimi mesi è in netto miglioramento anche nelle due strutture, e sicuramente il dato su cui ragioniamo non tiene conto di comorbilita’ e complicanze, che per un problema di codifica non sono state rilevate e che abbassano significativamente l’indicatore.

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In loro microbioma batteri che difendono anche da Streptococco B

Venire al mondo in una famiglia dove ci sono cani e gatti ‘regala’ sin dai primissimi mesi di vita una protezione contro sovrappeso e allergie, anche per i bimbi nati con cesareo o che non vengono allattati al seno. Lo evidenza uno studio pubblicato sulla rivista Microbiome, da cui emerge anche una maggiore protezione dal rischio di trasmissione di Stretococco B durante il parto.
I ricercatori dell’Università di Alberta, in Canada, hanno analizzato l’esposizione agli animali domestici nel grembo materno e fino a tre mesi dopo il parto in circa 800 bimbi, somministrando un questionario alle mamme e studiando i batteri presenti nelle feci dei neonati. Hanno così scoperto che nel loro microbioma (l’insieme dei microrganismi che vivono nel tratto digestivo), si nota l’abbondanza di due batteri, Ruminococcus e Oscillospira, collegati a una riduzione delle allergie infantili e dell’obesità. L’esposizione influenzava il microbioma indirettamente – da animale a madre a feto – durante la gravidanza così come nei primi tre mesi di vita del bimbo, anche se l’animale era stato adottato subito prima che la donna partorisse.
Inoltre il beneficio si notava anche in situazioni note per aumentare il rischio di obesità e asma, come parto cesareo e mancanza di allattamento al seno. Infine, la presenza di animali ha ridotto, durante il parto vaginale, la probabilità di trasmissione di Streptococco del gruppo B, che è causa di polmonite nei neonati. Anita Kozyrskyj, autrice della ricerca, non esclude per il futuro l’ipotesi di un “cane in pillola”, ovvero la possibilità di creare integratori contenenti questi batteri.

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“Persona dell’anno’ Time. Marito, non soccorsa per paura virus

E’ sopravvissuta al virus Ebola, ma un taglio cesareo le è costato la vita. E’ morta l’infermiera liberiana Salome Karwah, nominata nel 2014 ‘Persona dell’anno’ dalla rivista Time per il suo straordinario lavoro in prima linea contro l’epidemia di Ebola in Africa. Il marito accusa i sanitari di non averla soccorsa tempestivamente per paura che fosse ancora infetta. La donna è deceduta a Monrovia, capitale della Liberia, il 21 febbraio scorso, dopo aver dato alla luce, il 17 febbraio, il suo quarto figlio, nato con taglio cesareo.
Dimessa dopo tre giorni, aveva avuto un malore, ma ritornata all’ospedale, secondo alcune testimonianze, non sarebbe stata assistita. Una morte su cui chiede di far luce il marito, James Harris, che accusa l’ospedale di negligenza e ha riferito alla BBC che gli operatori sanitari non avrebbero agito con urgenza “perché era una sopravvissuta ad Ebola e temevano che avrebbero potuto contrarre il virus”. I funzionari della sanità locale hanno confermato che il caso è oggetto di indagine. La Liberia è stato uno dei tre stati dell’Africa occidentale devastati dallo scoppio di Ebola nel 2014 e Salomè, ha raccontato il marito, aveva perso molti parenti a causa dell’epidemia, compresi i suoi genitori, ma era sopravvissuta e aveva beneficiato di un regime di vaccino. Tutti i test di controllo recentemente effettuati mostravano la negatività al virus.

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Da ragazzi ma anche in età adulta

I bimbi nati con parto cesareo sono più a rischio di obesità rispetto a quelli nati con parto naturale: hanno il 15 per cento in più di possibilità di essere obesi da ragazzi, fra i nove e i quattordici anni, e questo ‘gap’ può persistere anche in età adulta. E’ quanto emerge da uno studio della Harvard T.H. Chan School of Public Health pubblicato su JAMA Pediatrics. Per arrivare a questa conclusione gli studiosi hanno analizzato dati di 16 anni relativi a più di 22.000 giovani adulti nell’ambito del Growing Up Today Study (GUTS), uno studio sulla crescita dal 1996 al 2012.

Oltre che una possibilità maggiore del 15% di andare incontro a obesità da ragazzi, che diventava il 64 per cento in più rispetto ai fratelli o sorelle nati da parto naturale, gli studiosi esaminando nuovamente i dati relativi alle stesse persone da adulte, tra i 20 e i 28 anni, hanno riscontrato che l’impatto del cesareo rimaneva anche in questa fascia di età, sebbene la differenza tra chi era nato con questa tecnica e chi invece con parto naturale scendesse al 10%. “I parti cesarei sono senza dubbio una procedura necessaria e salvavita in molti casi -spiega Jorge Chavarro , autore senior dello studio- ma hanno anche alcuni rischi noti per la madre e il neonato . I nostri risultati mostrano che il rischio di obesità nella prole potrebbe essere un altro fattore da considerare”.

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Non solo: meno rischi pressione alta e diabete gestazionale

L’esercizio fisico durante la gravidanza e’ sicuro e non aumenta il rischio di andare incontro a un parto pretermine. In più, le donne che praticano attività fisica hanno meno chances di fare un cesareo. E’quanto emerge da una ricerca della Thomas Jefferson University, negli Usa, pubblicata sulla rivista American Journal of Obstetrics and Gynecology. Gli studiosi hanno preso in esame i dati di nove studi, analizzando complessivamente 2059 donne in gravidanza, una metà circa delle quali (1022) aveva fatto esercizio per 35-90 minuti 3-4 volte a settimana per 10 settimane. Questo campione è stato messo a confronto con un altro gruppo che invece non aveva svolto attività fisica. Dai risultati e’ emerso che non vi era un aumento significativo delle nascite pretermine, prima di 37 settimane di gestazione, nelle donne che si erano esercitate regolarmente. In più, vi era un minor ricorso al cesareo (17% rispetto a un 22% nel gruppo che non aveva fatto esercizio). Non solo: le donne più attive dal punto di vista fisico risultavano avere meno pressione alta, fattore di rischio per lo sviluppo di una condizione detta gestosi che può essere pericolosa, e sviluppavano meno diabete gestazionale.

”Ci sono molte ragioni per cui in gravidanza si rinuncia a fare esercizio fisico: disagio, sensazione di fiato corto, aumento della stanchezza – spiega uno degli autori della ricerca, Vincenzo Berghella -. Questo studio rafforza il dato che l’esercizio fisico fa bene alla mamma e al bambino e non aumenta il rischio di un parto pretermine”.