Medical News

Oggi la prima seduta chirurgica in collaborazione con l’équipe di Sassuolo

Termina oggi poco dopo le 13 la prima seduta di chirurgia generale programmata svolta all’Ospedale di Pavullo dall’équipe dell’Ospedale di Sassuolo diretta dalla dottoressa Silvia Neri, che si aggiunge, a cadenza settimanale, a quelle già in essere nel blocco operatorio.
Come previsto nel progetto di riqualificazione approvato dalla Conferenza Territoriale Socio Sanitaria della Provincia di Modena, il potenziamento permetterà di far lavorare a pieno regime la piattaforma chirurgica dell’Ospedale di Pavullo con le sue sale operatorie, accrescendo al contempo la competence dei professionisti sul territorio. Quasi 600 in più all’anno (+25%), una volta raggiunto l’incremento delle 4 sedute aggiuntive settimanali previste nel progetto, un ampliamento di offerta che andrà a beneficio dell’Alto Frignano oltre che dell’intera provincia.
Si tratta infatti di un primo step, a cui seguirà il 4 dicembre l’integrazione di un’altra seduta chirurgica settimanale, in regime di ricovero ordinario o one day surgery. Ultimo passaggio, quello previsto con l’inizio del 2018 quando diventeranno tre le sedute operatorie settimanali aggiuntive, cui si accompagnerà un incremento dell’attività dell’Unità Operativa di Ortopedia, da sempre uno dei fiori all’occhiello dell’Ospedale di Pavullo, con una ulteriore seduta settimanale aggiuntiva. L’intero progetto prevede l’acquisizione di un medico ortopedico, un medico anestesista, oltre a quattro infermieri di sala operatoria e a un OSS.
”Si tratta di un potenziamento che riguarda la chirurgia generale e ortopedica programmata – spiega Elis Sacchi, Direttore del Dipartimento Attività Chirurgiche dell’Azienda USL di Modena -, che affronterà progressivamente interventi di sempre maggiore difficoltà in termini di tecnologia, tecnica e sicurezza site web. Operazione rilevante perché attorno all’attività chirurgica ruota sempre la vita dell’intero ospedale: tale ampliamento qualificherà ancor di più l’Ospedale di Pavullo come elemento fondamentale della rete territoriale”.
Il piano prevede anche la ristrutturazione e l’adeguamento tecnologico delle sale operatorie: un progetto del valore di quasi 2 milioni di euro che sarà realizzato senza interrompere l’attività chirurgica programmata.

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Dati e attività dell’equipe di Giuseppe Romano

Un polo di rilevanza europea a Montevarchi. E’ quello relativo alla Chirurgia ricostruttiva dell’Uretra, uno dei fiori all’occhiello della Asl Toscana sud est, destinato a diventare centro di formazione per conto della Società Italiana di Andrologia. Il polo è guidato da Giuseppe Romano, direttore della UO Urologia di Montevarchi e responsabile andrologico alla Pma di Cortona.
In un anno sono circa 250 i casi, da tutta Italia, di intervento per restringimento o rottura del canale. “E’ un problema importante perché si arriva al punto che, per questo restringimento, l’urina ha difficoltà a transitare e lo stesso vale per lo sperma – spiega il direttore Romano – Di solito interveniamo su ragazzi giovani che, o sono nati con questa malformazione oppure riportano il trauma in seguito a caduta o incidente”.
L’equipe di Romano può procedere con tecnica standard o sperimentale. Entrambe partono dal prelievo di tessuto dall’interno della bocca. Nel caso standard, quel tessuto viene asportato e utilizzato per la ricostruzione e l’allargamento del canale. Nella tecnica sperimentale, quel tessuto viene inviato ad un apposito laboratorio tedesco che lavora con tecniche di bioingegneria tissutale Si tratta di un lavoro completamente italiano ed effettuato in collaborazione con un laboratorio che ha sede a Dresda. 
L’attività scientifica realizzata è universalmente riconosciuta dalle più autorevoli riviste scientifiche urologiche del mondo (European Urology, Journal of Urology, British Journal of Urology International, Urologia, etc).
“E’ per questo motivo che siamo stati scelti, insieme a due soli altri centri cioè Bari a Amburgo, per la formazione dei professionisti relativamente alla Chirurgia ricostruttiva dell’Uretra – spiega Romano – A gennaio inizieremo con i primi colleghi che, da tutta Italia, verranno ad imparare questa tecnica che, nel 90% dei casi, risolve in modo definitivo il problema. La grande sfida che abbiamo portato avanti e vinto, in base ai risultati ottenuti, è aver portato un piccolo territorio come Montevarchi, ai vertici dell’Europa. Grazie alle varie sinergie, arrivano nel nostro territorio importanti professionalità e opportunità”.

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Interventi chirurgici in gravidanza sempre più frequenti

Mettere un pacemaker, asportare un tumore, correggere una spina dorsale che cresce male. Interventi che sembrano complicati già per un adulto, ma che ormai invece si possono effettuare persino in gravidanza, come dimostrano diversi studi pubblicati nell’ultimo periodo, e la gestazione stessa un giorno potrebbe essere completata in un ‘utero artificiale’.
Il primo pacemaker fetale, messo a punto dalla University of Southern California che ne ha appena pubblicato i dettagli sulla rivista Ieee Transactions on Biomedical Circuits, è ormai pronto e aspetta solo il primo paziente per la sperimentazione.
Il dispositivo, che ha la forma di un cilindro di meno di 4 millimetri di lunghezza, servirà a curare i feti affetti da problemi alla conduzione cardiaca, che portano ad un battito troppo lento, che iniziano ad avere un impatto sullo sviluppo intorno alla settimana 28 e si verificano negli Usa su 500 bambini l’anno. Il pacemaker è formato da appena 7 componenti, ed ha un design molto semplice, lo stesso dei primi pacemaker degli anni ’50, e anche il materiale usato per l’involucro è la ‘vecchia’ resina epossidica, e non il moderno titanio troppo ingombrante. Il dettaglio più difficile da realizzare è stato trovare una batteria abbastanza piccola da entrare in un tubicino di pochi millimetri. I ricercatori hanno ideato una batteria al litio della durata di una settimana, che viene ricaricata esponendo la mamma ad una radiofrequenza. Una volta nato il bambino può essere operato per ricevere un pacemaker normale. Il dispositivo è stato testato con successo sulle pecore, e ha già ricevuto il via libera dell’Fda per l’uso umano, e i ricercatori aspettano il primo paziente. “Il pacemaker è abbastanza piccolo da essere impiantato nel feto senza fili esterni – spiega al sito Ieee Spectrum Gerald Loeb, uno degli ideatori – e con una tecnica minimamente invasiva”.
Che ormai l’essere all’interno di un altro corpo non sia più una condizione che impedisce gli interventi chirurgici è dimostrato da diversi esempi pubblicati, da cui si vede che anche il momento per le operazioni è sempre più anticipato.
Poche settimane fa ad esempio un team del Children’s Hospital di Philadelpia ha annunciato di aver asportato un tumore dal cuore di un feto alla settimana 21, abbassando il proprio precedente primato che era alla 24, permettendo poi alla mamma di portare a termine la gravidanza. Altri interventi come la correzione della spina bifida, che una volta si faceva alla nascita, sono ormai invece quasi di routine in utero. La gravidanza stessa, per i bambini che nascono fortemente prematuri, potrebbe essere portata a termine in un ‘utero artificiale’, recentemente descritto su Nature communications e sperimentato anche in questo caso sulle pecore, in grado di fornire un ambiente molto più simile a quello materno rispetto alle incubatrici.

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L’inizio della moderna epoca chirurgica si fa risalire al 1865, quando Joseph Lister, chirurgo britannico, iniziò ad usare l’acido fenico come disinfettante, facendo da spartiacque tra un momento in cui c’era chi chiedeva di bandire la chirurgia dagli ospedali e un’era che ora vede addirittura i robot in sala operatoria.

Lister è stato definito dal Royal College of Surgeon britannico “il padre della chirurgia moderna”, e si deve a lui anche il gesto di entrare in sala operatoria con le ‘mani in alto’ familiare agli appassionati di medical drama.

Lister intuì che a causare la morte di metà dei pazienti operati, anche nel caso in cui l’operazione era stata un successo, fossero appunto i germi, e decise di usare l’acido fenico, che allora veniva usato per la disinfezione delle fognature, per pulire le ferite e gli strumenti chirurgici nella riduzione di una frattura esposta in un bambino di sette anni.

“E’ sicuramente un momento fondamentale nella storia della chirurgia – commenta Ludovico Docimo, ordinario di chirurgia generale della Seconda Università di Napoli -, che va unito a quello, molto tempo dopo, in cui si è iniziato adare al paziente gli antibiotici per evitare le infezioni post intervento. Oggi ovviamente il problema è molto minore sia perchè si usano strumenti monouso sia perchè abbiamo dei mezzi che ci permettono di capire prima dell’intervento se i ferri sono stati sterilizzati”.

Grazie al lavoro di Lister, descritto poi su Lancet nel 1867, la mortalità chirurgica scese dal 50% al 17%. Da quegli anni la disinfezione è ovviamente molto migliorata, anche se quello delle infezioni ospedaliere rimane un problema da 37mila morti l’anno in Europa.

“Una piccola quota di infezioni ospedaliere deriva ancora da processi di disinfezione degli strumenti non del tutto appropriata – spiega Vincenzo Puro, responsabile UOC Servizio prevenzione e protezione dell’Istituto Spallanzani di Roma -. Però la questione principale negli ospedali ora è combattere le infezioni associate a pratiche sanitarie legate a procedure invasive, ad esempio legate all’uso di cateteri, che sono decisamente aumentate. Da qui l’enfasi che si mette su alcuni aspetti come l’igiene delle mani”.

“L’evoluzione è continua e sempre più veloce – conferma Docimo, che è presidente della Società Italiana dei Chirurghi Universitari -, si pensi ad esempio a come fermiamo il sangue durante un’intervento, un aspetto critico per un chirurgo. Prima si usava un laccio per legare i vasi, ora abbiamo degli strumenti che usano radiofrequenze e ultrasuoni, oltre a delle creme che applicate sul vaso fermano l’emorragia. Questo ci permette di spingere sempre più in là i nostri limiti, un po’ come una nuova tecnologia per il cambio o lo sterzo permette di realizzare auto sempre più veloci”.

Ortopedia

murilio-brunoDott. Maurilio Bruno, responsabile UN.OP .di chirurgia della mano e microchirurgia ricostruttiva Ist.Ortopedico Galeazzi IRCCS (MI) 

Introduzione e razionale anatomico

La sindrome dello stretto toracico superiore rappresenta una entità nosologica di difficile inquadramento, nota nel mondo anglosassone come “out letsyndrome” e in quello francese come “syndrome de latraverse’ ethoraco brachiale”. La storia della TOS è antica: già Galeno nel 150 d.c. descriveva la “costa cervicale” come malformazione; richiamata da Unaldo nel 1742, solo nel secolo scorso Law, Cooper, Telford, Ochsner riferirono di quadri clinici caratteristici. Peet nel 1956 parlò, finalmente, della “outletsyndrome”.

Oggi è considerata come una sindrome dolorosa cronica determinata dalla compressione dei rami del plesso brachiale e dell’asse vascolare artero venoso succlavio al passaggio di un tunnel osteo-fibroso –muscolare costituito da tre segmenti consecutivi:

1. il passaggio intercostoscalenico

2. il passaggio costo claveare

3. il passaggio coraco pettorale o ascellare

Il tunnel ha un decorso angolato e modifica continuamente la propria capienza durante i movimenti della colonna cervicale, del torace e dell’arto superiore, coinvolgendogli elementi del fascio vascolo nervoso in esso contenuto:

Il plesso brachiale è costituito dalle radici nervose derivanti dai metameri C5-C6-C7-C8-D1 che emergono dalla colonna cervicale attraversando il forame di coniugazione e quivi si anastomizzano dando forma anatomicamente ai tronchi e corde primarie, nello spazio compreso tra la colonna cervicale e la clavicola (porzione sopraclaveare) e alle corde secondarie tra la clavicola e l’ascella (porzione sottoclaveare).

I vasi succlavi (arteria e vena succlavia) nascono dal tronco anonimo a dx e direttamente dall’aorta ascendente a sin dirigendosi all’ascella.

S e si verificano condizioni di compressione-trazione su dette strutture si crea un momento critico (compressione nervosaischemia nervosa compressione vascolare ischemia dell’arto) clinicamente rappresentato da sintomi caratteristici.

Esistono infatti situazioni congenite (fibrose-tendinee-muscolari o scheletriche) o acquisite (deformità in esito di fratture, neoplasie, aneurismi, etc.) che possono provocare una situazione di “discrepanza limite volumetrica” nel dinamismo di questi passaggi anatomici consecutivi, scatenando fenomeni di compressione-trazione sulle suddette formazioni anatomiche contenute.

1. il passaggio intercostoscalenico è costituito dal trigono degli scaleni, spazio triangolare definito dallo scaleno anteriore e medio e dalla I costa: contiene i tronchi primari del P.B. e l’arteria succlavia. Inferiormentesi continua nell’apparato sospensore della pleura (legamento vertebro pleurico, legamento trasverso pleurico e legamento costo pleurico);

2. il passaggio costo claveare è delimitato dalla clavicola, dal m. succlavio e dalla I costa. E’ diviso dalla porzione distale dello scaleno anteriore in un settore interno venoso e in un settore postero esterno arterioso. La fascia del muscolo succlavio si continua nella fascia clavi pettorale come un pavimento conico che emerge nel passaggio ascellare e su cui riposa il fascio vascolo nervoso. Il tetto di questo cono è costituito dal legamento di Caldani (leg. Costo clavicolare e leg-costo coracoideo);

3. il passaggio coraco pettorale o ascellare è di forma piramidale. Percorre tutta la porzione posteriore del muscolo piccolo pettorale dove il fascio vascolo nervoso scivola per penetrare nel canale brachiale.

Eziopatogenesi

Bisogna considerare tre variabili principali:

a. variazioni individuali:

– età: maggiormente interessata la III e IV decade;

– sesso: tipicamente femminile;

– biotipo: astenico

b. variazioni anatomiche:

– dell’apparato degli scaleni

– della I costa

– del muscolo succlavio

– dell’apparato legamentoso

c. malformazioni congenite:

– agenesia della I costa

– costa cervicale (abbozzi cartilaginei embrionali possono permanere a livello cervicale: se avviene una fusione con il processo trasverso si avrà una ipertrofia della apofisi trascersa; se questa fusione non avviene si potrà avere una vera costa articolata)

– legamenti fibrosi anomali (sec. classificazione di Ross)

Bisogna comunque considerare che sia in situazioni normali che malformative la compressione del fascio vascolo-nervoso va considerato sotto un profilo dinamico!

Sintomatologia

Si deve distinguere una componente neurologica, una componete neurovegetativa e una componente vascolare.

La sintomatologia algicacompare durante l’esecuzione di determinati movimenti o posture che il paziente indica di solito con precisione.

Il dolore è accompagnato da parestesie, alterazioni della sensibilità tattile e termica, pallore, cianosi, disidrosi. Inoltre viene riferita facile stancabilità dell’arto e astenia (con sensazione di cedimento dell’arto durante l’abduzione). Il dolore si irradia alla spalla, al petto, alla regione interscapolare nonché al braccio e alla mano.

La sintomatologia vascolare può essere arteriosa, venosa e mista. Pallore, cianosi, pesantezza dell’arto possono rappresentare un evento vascolare pur tuttavia con segni aspecifici. E’ riportata in letteratura come discriminante la differenza di oltre 20 mm di Hg della pressione arteriosa tra i due arti. Raramente si avrà paresi conclamata o segni di trombo embolia acuta.

Sono considerati “sintomi di accompagnamento” la cefalea, disturbi dell’udito e dell’equilibrio e nausea, disturbi del sonno (a causa del dolore notturno determinano sonnolenza e disturbi della concentrazione e dell’ideazione con tendenza all’autofrustrazione e sindrome ansioso depressiva).

Lo stesso biotipo astenico, cifosidorsale, spalle addotte, scapola alata, lassità vertebrale e legamentosa può essere causa di compressione e di “pinzamento” del fascio vascolo nervoso nei movimenti di abduzione e rotazione esterna o nell’adduzione con sollevamento pesi.

Obbiettività clinica

Oltre all’ispezione e palpazione per la ricerca di anomalie e punti trigger,polsi etc. si ricorre al segno clinico di Tinel e a segni peculiari:

– manovre del rachide cervicale: segno di Adson, Adson inverso, segno di Tinozzi

– manovre dell’arto superiore: segno di Eden (s. dell’Attenti militare), m. di Wright,m. di Ross

– manovre di riposo: collare cervicale per 3 settimane, braccio al collo, adattamenti personali della meccanica dell’arto.

Diagnosi

Si basa sull’anamnesi clinica e sintomatologica, sulla ricerca di associate sindrome neuropatiche canalicolari (double-crushsyndrome).

La diagnostica strumentale deve essere rappresentata da una griglia accurata e caratteristica:

– radiografia del rachide cervicale con proiezioni stde dinamiche

– studio elettrofisiologico

– Eco color doppler dei tronchi sovraortici con le classiche manovre dinamiche (I livello)

– Ev. esami angiografici maggiori (angioTc/angio RMN)(II livello)

– Tc spirale

– Rmn rachide cervicale e fosse sovraclaveari

Le descritte indagini serviranno a escludere patologie foriere dei medesimi sintomi: nella TOS infatti la maggior parte di queste saranno negative in quanto si tratta di patologia compressiva dinamico funzionale!

Fondamentale sarà la diagnosi differenziale con:

– malattie neurologiche maggiori

– Patologie cervicali canalari (ernia discale, discopatia, instabilità, etc)

– patologia meccanica del cingolo scapolo omerale (sindrome da conflitto della spalla, lesioni della cuffia dei rotatori, etc)

– patologie oncologiche del polmone e della mammella (immediate e tardive)

– patologie vascolari maggiori (malformazioni, fistole, aneurismi, trombosi, etc.)

Trattamento terapeutico

Il trattamento è di solito inizialmente conservativo e affidato a vari protocolli fisiatricidi recupero dell’atteggiamento posturale e di miglioramento del gesto ripetitivo ergonomico o lavorativo.

Il trattamento chirurgico è proponibile in seguito al fallimento di questi o per la presenza di acuzie neurologiche o vascolari.

La storia della chirurgia della TOS è antica: va dalla resezione della I costa (Coote, 1861) alla neurolisi del plesso brachiale (Sanders, 1979) per mezzo di grandi esposizioni sovra o sotto claveari o ascellari (tabella n. 1).

Ad oggi grandi discussioni vi sono su cosa debba affrontare l’accesso chirurgico, ovvero se si tratti di patologia preminente nervosa o vascolare. La maggior parte degli AA. crede che la stragrande maggioranza dei sintomi sia da ricondurre al coinvolgimento del plesso brachiale (90-98%).

Le vie chirurgiche più utilizzate sono la sovraclavearee la via ascellare.

I risultati riportati in letteratura sono sufficientemente omogenei, con positività che si aggira intorno al 60%. Le recidive descritte sommano circa il 15-20% dei casi.

La valutazione dei risultati è, tuttavia, influenzata da assenza di parametri di valutazione certi, dalla tecnica chirurgica utilizzata, dalla esperienza del chirurgo.

Le complicanze descritte in letteratura sono rappresentate da:

– pneumotorace

– lesioni dell’arteria e vena succlavia

– inadeguata asportazione della I costa o della costa cervicale

– lesione del dotto toracico

– lesioni del plesso brachiali

– Sindrome di Horner

– Ipostenia e disestesie residue dell’arto superiore
Materiali e casistica personale

Dal 1998 al 2013 sono stati sottoposti a intervento di decompressione dello stretto toracico superiore presso il nostro centro 182 pazienti, 131 di sesso femminile, 51 di sesso maschile, età media 26 aa (min. 20, max.71). Sono stati sottoposti a controllo n. 98 pazienti con F.U. medio di 7 aa. (min. 1-max. 9) mediante visita di controllo frontale e questionario DASH.

Sono stati valutati i seguenti parametri :

– scomparsa del dolore

– scomparsa dei fenomeni neurologici

– recupero funzionale

La scomparsa completa del dolore è stata riferita da 53 paz. (54%) mentre n.39 paz. (39,7%) ha riferito miglioramento con esacerbazione tornando ad attività lavorative o sportive impegnative; n. 6 paz. (6,1%) hanno riferito scarso miglioramento della sintomatologia dolorosa.

le complicanze osservate sono:

– pneumotorace: 1 (con risoluzione spontanea )

– stupor del nervo frenico: 13 con regressione media della “fame d’aria” dopo due mesi e reinnalzamento della cupola pleurica dopo 5-6 mesi;

– sindrome di Horner: 1 con risoluzione spontanea in ca due mesi.

Etiologia:

– post trauma: 39 (39,7%)

– costa cervicale: 7 (7,1%)

– ipertrofia legamentosa dell’apparato sospensore della pleura: 18 (18,3%)

– idiopatici: 36 (36,7%)
Conclusioni

Nella nostra esperienza la TOS si presenta come sindrome dolorosa neuropatica cronica ed autonoma.

La difficoltà dell’approccio diagnostico non consente mai la precoce individuazione nosologica.

L’estrema varietà dei quadri di esordio e dei sintomi infatti consente solo tardivamente di giungere alla corretta diagnosi.

Inoltre la TOS può presentarsi in associazione ad altre patologie meccaniche dell’arto superiore e del cingolo scapolo omerale, in particolare della spalla (sindrome conflittuale della spalla, rottura della cuffia dei rotatori, sindrome del capo lungo del bicipite omerale, sofferenza del nervo soprascapolare all’incisura della scapola, etc).

E’ particolarmente importante differenziare il dolore di origine neurogena da quello di origine meccanica e qualora persistano dubbi sulla sua definizione bisogna, a nostro avviso, considerare sempre la possibilità che esista una patologia del plesso brachiale.

Riassunto

In questo articolo l’Autore riferisce della personale esperienza nel trattamento chirurgico della sindrome dello stretto toracico superiore (TOS), riportando i risultati di un elevato numero di casi trattati e seguiti per un consistente periodo di tempo. Tali risultati consentono di individuare, in accordo con i dati riportati in letteratura, il corretto approccio diagnostico, la corretta definizione nosologica della patologia ed il suo adeguato trattamento chirurgico.

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Management Sanitario

Dal-MasoDott. Maurizio Dal Maso, Direttore Sanitario della Azienda USL 1 di Massa Carrara.

Dopo la dimissione ospedaliera per aver subito un intervento chirurgico, le complicazioni e la possibilità di un nuovo ricovero rappresentano certamente l’ultimo desiderio del paziente.

Quando ciò avviene, fondamentale è comprendere le motivazioni che hanno condotto a ciò per evitare il reiterarsi dell’evento. In un recente lavoro, realizzato sui motivi più frequenti delle riammissioni post-chirurgiche non programmate e pubblicato sul Volume 313 del 3 febbraio 2015 del JAMA, sono stati evidenziati i tassi di riammissione non programmata a 30 giorni e le relative cause.

Il tasso di riammissione non programmata per i quasi 500.000 interventi chirurgici esaminati nello studio è stato pari al 5,7%. Il primo motivo di riammissione è risultato essere l’infezione del sito chirurgico, il secondo l’ostruzione o ileo e, infine, solo in una piccola percentuale dei pazienti esaminati, si è riscontrato che erano stati ricoverati per la stessa problematica che avevano manifestato durante il loro precedente ricovero.

Ne deriva quindi che le riammissioni post-chirurgiche sono associate a nuove complicazioni insorte dopo le dimissioni e non a esacerbazioni di co-patologie o complicazioni già presenti al momento del primo ricovero. nasce spontaneo, quindi, chiedersi se le informazioni sono state date ai pazienti e con quale modalità.

Forse non a caso sullo stesso numero del JAMA, nella “Jama Patient Page” è presente un breve articolo dal titolo molto accattivante preparato dall’American College of Surgeons intitolato: “Cosa chiedere al tuo chirurgo prima di una operazione : la chirurgia è spesso un evento maggiore che può cambiarti la vita”. L’articolo raggruppa alcune domande che tutti i pazienti dovrebbero fare prima di sottoporsi ad un intervento chirurgico, domande che rappresentano, seppur in modo diverso, le informazioni contenute nei diversi consensi informati in uso negli ospedali. La singolarità, in questo caso, è rappresentata dalla “lettura” delle informazioni fatta in una nuova prospettiva, ovvero quella del paziente. Le domande, seppur semplici obbligano il paziente a porsi in un momento di autentica riflessione sulla conoscenza delle informazioni in suo possesso prima dell’intervento chirurgico:

1)Perché devi essere operato?

2)Il chirurgo e l’ospedale dove l’intervento verrà fatto sono quelli giusti per te?

3)Cosa ti accadrà dopo l’intervento?

4)Che tipo di complicazioni potrebbero accadere?

5)Hai recuperato o stampato il materiale online che ti può fornire ulteriori informazioni sulla sua malattia e sul trattamento chirurgico?

Anche io mi sono posto le stesse domande e ho vagliato un possibile cambiamento attraverso la riprogrammazione della rete dei servizi e dell’offerta aziendale e interaziendale chirurgica, utilizzando le stesse domande come driver principale per le attività.

1. PZ: perché mi opero ?

M: perché è la soluzione migliore per il tuo problema di salute.

Potremmo finalmente ridurre la variabilità poco fisiologica e molto patologica, sia orizzontale che verticale, che guida ad intervenire chirurgicamente solo su coloro che effettivamente ne necessitano. Da anni, studi e ricerche cliniche hanno dimostrato che le probabilità di subire un intervento dipendono più spesso dall’area geografica in cui vive il paziente che non dalle sue condizioni cliniche o di salute. Le cause delle variazioni regionali nell’erogazione di prestazioni chirurgiche non sono quasi mai giustificate da differenze nei risultati degli accertamenti diagnostici ma il vero responsabile è il fattore umano. Le ragioni principali di un’assistenza chirurgica a macchia di leopardo sono le motivazioni e le convinzioni dei medici circa il valore di un intervento in circostanze specifiche e nella misura in cui essi incorporano le preferenze del paziente nelle decisioni. La persistenza di disparità geografiche, nonostante i numerosi decenni di conoscenza del fenomeno, suggerisce la necessità di sforzi attivi per ridurre tali variazioni e garantire che la scelta dell’intervento sia determinata anche dalla consapevole informazione del singolo paziente. Il concetto di variabilità in chirurgia è stato molto indagato ma siamo fermi alla certezza che ogni giorno forniamo risposte uguali a bisogni diversi ovvero risposte diverse a bisogni uguali e di tutto questo, spesso, il paziente è inconsapevole, mentre i professionisti sanno bene che le regole del loro operato sono chiare e comportano una assunzione diretta di responsabilità che segue un preciso albero decisionale :

  • il medico decide come utilizzare le risorse in base ad un percorso clinico-assistenziale che giudica ottimale per quello specifico paziente;
  • è corretto ed essenziale che abbia questa libertà di scelta clinica;
  • sarebbe incoerente, però, se non avesse anche la responsabilità dell’impiego corretto ed appropriato delle risorse ovvero del corretta indicazione di trattamento e del più appropriato setting assistenziale;
  • in sanità il controllo economico non è di natura gerarchica ma passa attraverso la responsabilità professionale di coloro che hanno in cura i pazienti.

2. PZ: chi mi opera e dove mi opero?

M: ti opera il chirurgo giusto nel posto giusto.

Finalmente questa potrebbe la solo risposta da dare ad ogni paziente! Ma sappiamo bene che spesso non è così e a fianco di valide competenze del singolo operatore troviamo scarse quelle del contesto assistenziale o viceversa. Per ovviare a ciò sarebbe utile realizzare una rete professionale concordando con i professionisti la strutturazione di una rete interprofessionale e multidisciplinare. Ciò significa che certi interventi possono essere eseguiti in tutti gli ospedali e altri solo in centri specifici , considerando che il successo di un intervento non è dato dal solo atto operatorio, ma risente in modo significativo delle capacità/competenze dell’intero team nella gestione clinica della fase pre e post-operatoria.

3. PZ: cosa devo fare io ?

M: collaborare al massimo e pretendere che tutta l’organizzazione sanitaria ti aiuti in questo compito.

Nelle Aziende sanitarie da anni vengono effettuate ricerche di customer satisfaction ma spesso le ricadute migliorative dei servizi tardano Ad essere attuate.

4. PZ: cosa mi succederà dopo?

M: il decorso post-operatorio richiederà un trattamento che dovrà essere supportato anche dalla famiglia.

Informare e formare i famigliari sulla giusta modalità di gestione del paziente ormai dimesso contribuirà ad evitare possibili errori responsabili di nuovi ricoveri e interventi e a sostenerlo nel nuovo stile di vita

5. PZ: perché devo usare del materiale online?

M: certamente è cosa utile e facilita la diffusione delle informazioni, a patto che la fonte sia autorevole e certificata.

L’assenza di governo di questo aspetto ha generato molte delle criticità esistenti nel rapporto medico/paziente degli ultimi anni perché dalla rete si può scaricare “tutto e il contrario di tutto” e, dato che permane la ben nota “asimmetria informativa” tra medico e paziente, questo aspetto deve essere tenuto sempre presente.

La classe medica e tutti i professionisti sanitari vorranno provare a gestire questo diverso e nuovo approccio culturale? Sapranno accettare la sfida professionale che ne deriverà con competenza e capacità di integrazione interdisciplinare? Questa è una grande scommessa, nell’interesse dei pazienti, non si può perdere e questa è anche la rotta che le Direzioni Aziendali dirette verso l’innovazione.

Bibliografia:

JAMA The Journal of the American Medical Association Vol. 313 del 3 febbraio 2015