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Basta con il pasto indistinto, meglio una panoramica chiara

Se vuoi far mangiare tuo figlio hai una scelta: abbandonare il ‘pastone’ indistinto e mettere nel piatto tutti i prodotti in modo chiaro. A fare questa ricerca è stato il Future Consumer Lab del Dipartimento di Scienze alimentari dell’Università di Copenaghen. Gli studiosi hanno chiesto a 100 scolari di due fasce d’età diverse (la prima tra 7 e 8 anni e la seconda tra 12 e 14 anni) di stilare un elenco di preferenze di sei piatti diversi serviti in tre modalità differenti (cibi presentati separatamente senza che si tocchino, cibo tutto mescolato e una via di mezzo tra le due soluzioni) fr-libido.com.
Lo studio dimostra che le bimbe (quelle tra i 7 e gli 8 anni) preferivano un piatto con tutti i prodotti separati, mentre i bimbi della stessa età non avevano alcuna preferenza su come era servito il cibo. La ricerca fa notare anche che i bambini tra i 12 e i 14 anni preferiscono che il cibo sia miscelato insieme o servito come un mix di ingredienti separati e misti. Ma perché tutto questo? “Potrebbe essere che” i ragazzi “credano che i diversi ingredienti possano contaminarsi a vicenda. Ma potrebbe anche essere che preferiscano mangiare i diversi elementi in un certo ordine o che una chiara definizione fornisca solo una panoramica migliore”, dice Annemarie Olsen, ricercatrice che ha condotto lo studio e che, sulla base dell’analisi, consiglia di servire cibo separato nel piatto, almeno per quanto riguarda i più piccoli.

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Scelte alimentari possono ridurre il rischio di sviluppare la malattia

Se si ha il prediabete, una dieta corretta e l’esercizio fisico possono diminuire il rischio che si trasformi in diabete vero e proprio. Lo affermano i ricercatori dell’università australiana di Newcastle, che sulla base di diversi studi pubblicati hanno ricavato cinque indicazioni sui cibi da preferire o evitare per diminuire il rischio.
Uno degli studi è stato condotto su 101 uomini con prediabete, a cui è stato prescritto un programma che comprendeva una dieta con pochi grassi e un aumento dell’esercizio fisico, ottenendo una diminuzione di peso di 5,5 chilogrammi, contro 3 del gruppo di controllo, e un migliore controllo glicemico.
“La possibilità di prevenire il diabete anche per chi è ad alto rischio è un fatto supportato da studi condotti in tutto il mondo – commenta Rosalba Giacco, esperta della società italiana di Diabetologia – migliorare la qualità della dieta, aumentare l’esercizio fisico, perdere qualche chilo sono interventi efficaci che possono ridurre il rischio del 60%, più di quello che si ottiene con alcuni farmaci. Il pregio del programma nello studio è che può essere eseguito dallo stesso paziente, quindi con costi ridotti”. Sulla base dei risultati del test e delle ricerche precedenti i ricercatori hanno ricavato cinque consigli, descritti sulla rivista The Conversation, per limitare il rischio di insorgenza della malattia. Al primo posto c’è un maggiore consumo di frutta e verdura, con riferimento in particolare ai vegetali a foglie verdi come lattuga, spinaci o cavoli. Tra i suggerimenti c’è anche l’abbandono dei soft drink: come ha calcolato una review sul British Journal of Sports Medicine, ogni bibita al giorno aumenta del 13% il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2.
Un consiglio complementare al primo è diminuire l’apporto di cibi derivati dagli animali. Gli esperti infine suggeriscono di preferire cibi a basso indice glicemico e di aumentare il consumo di caffè, anche decaffeinato, per la presenza in questa bevanda di sostanze che aiutano il metabolismo.
“Per scoprire se si ha il prediabete spesso basta un esame della glicemia a digiuno – sottolinea l’esperta -, che se è superiore a 100 e inferiore a 125 indica che si è ad alto rischio. Si può anche fare un test con un carico di glucosio di 75 grammi: se la glicemia dopo due ore è tra 140 e 199 si è in uno stato di prediabete”.

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Esperimento su cosmonauti in un volo simulato su Marte

La scienza spesso conferma il pensiero comune, altre volte lo contraddice. Come nel caso di uno studio effettuato a bordo di una navicella spaziale, che ha mostrato come i cibi salati, contrariamente a quanto è sempre stato detto, non farebbero venire sete, ma fame. I cosmonauti che mangiavano più sale infatti, trattenevano più acqua, e pertanto non avevano particolare sete ma bisogno di più energia.
Per un lungo viaggio spaziale la connessione tra l’assunzione di sale e il bere potrebbe influenzare i calcoli per le scorte.
I ricercatori del Centro Max Delbrück di Berlino e la Vanderbilt University, in Tennessee, hanno approfittato quindi di una missione simulata su Marte per mettere il detto alla prova.
Hanno studiato due gruppi di 10 volontari (il primo esaminato per 105 giorni, il secondo per 205), cui sono state fornite diete uguali ma con diversi livelli di sale nel cibo. Coloro che avevano assunto più sale hanno urinato maggiormente ma questo non li ha portati a bere di più. Hanno anzi bevuto di meno poiché il sale ha innescato un meccanismo per conservare l’acqua. Prima si riteneva che gli ioni di sodio da cui è composto il sale si legassero alle molecole di acqua e la trasportassero nelle urine. I nuovi risultati, pubblicati sul Journal of Clinical Investigation, mostrano invece che il sale viene trasportato nelle urine, mentre l’acqua resta immagazzinata nei reni, provocando minor necessità di bere.
Secondo ricerche svolte sui topi è emerso che ciò potrebbe esser dovuto all’urea, sostanza che contrasta la tendenza delle molecole di acqua ad esser trascinate via dagli ioni di sodio.
Ma la produzione di urea richiede molta energia, il ché spiega perché topi con una dieta con più sale mangiavano di più, così come i cosmonauti con dieta salata lamentava di essere più affamati.

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Durante le feste nessuna ‘lista nera’ dei cibi, porzioni piccole e pasti regolari

Mangiare sempre alla stessa ora, preparare e portare qualcosa di sano se si è invitati ad una festa, non saltare i pasti in preparazione di un banchetto: sono alcuni dei consigli che i Centers for disease control (Cdc) americani danno alle persone diabetiche, in modo da superare ‘indenni’ le feste natalizie, con tutte il loro carico di bontà culinarie.
Il primo suggerimento è di prepararsi per tempo: quindi cercare di mangiare all’ora in cui si è soliti farlo, in modo da tenere stabile il livello di zuccheri nel sangue, e mangiare un piccolo snack alla propria ora dei pasti se il pranzo o cena a cui si è invitati verrà servito più tardi. L’altro consiglio è di fare le scelte più sane quando si hanno di fronte tanti cibi deliziosi: quindi farsi un piccolo piatto con le cose che piacciono di più dal tavolo del buffet, partire con le verdure per smussare l’appetito, mangiare lentamente ed evitare o limitare l’alcol.
Nessun cibo comunque è su una ‘lista nera’: si possono scegliere dei piatti che piacciono e non si mangiano nel resto dell’anno. Meglio mangiarli piano e assaporarli poco per volta.
Altro consiglio è quello di fare attività fisica e mantenersi attivi, magari facendo una passeggiata dopo i pasti con gli amici e la famiglia. Infine, anche se si fa più tardi, è importante cercare di dormire almeno 7-8 ore per notte, perchè quando si dorme meno, si tende a mangiare di più, in particolare cibi ricchi di grassi e zuccheri.

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Scoperta italiana utile per la lotta all’obesità e ai disturbi alimentari

Il cervello umano è attratto dai cibi colorati di rosso, mentre diffida di quelli verdi: attraverso questo meccanismo ancestrale, sviluppato ancora prima della scoperta del fuoco, ci guida quotidianamente nelle scelte alimentari, spingendoci a selezionare i cibi considerati più calorici. Lo hanno scoperto i neuroscienziati della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (Sissa) di Trieste, grazie a uno studio, pubblicato su Scientific Reports, che potrebbe avere importanti ricadute sia sul marketing che sulla lotta ai disturbi alimentari e all’obesità.

Il colore spia delle calorie


”Nei cibi naturali, non processati, il colore è un buon predittore dell’apporto calorico”, spiega Francesco Foroni, ricercatore della Sissa e primo autore dello studio. ”Più un cibo tende al rosso e più è probabile che sia nutriente – precisa – mentre quelli verdi tendono a essere poco calorici”. Nel corso dell’evoluzione, il nostro sistema visivo deve essersi adattato a questa regolarità. ”I partecipanti ai nostri esperimenti valutano come più ‘stimolanti’ e calorici i cibi il cui colore tende al rosso, mentre accade il contrario per quelli verdi”, continua Giulio Pergola, ricercatore all’Università di Bari fra gli autori dello studio. ”Questo risulta vero anche per i cibi processati, cioè quelli cotti, dove il colore perde la sua efficacia come indicatore delle calorie”.

Meccanismi evolutivi antichissimi


”I cibi cotti sono sempre preferiti, perché rispetto a quelli naturali, a parità di quantità, offrono più nutrimento”, spiega la neuroscienziata Raffaella Rumiati, coordinatrice della ricerca. ”Nel caso del cibo cotto, però, la dominanza rosso-verde non offre più un’informazione affidabile, quindi si potrebbe pensare che il cervello non applichi questa regola ai cibi processati. Questo però non è vero e dunque ci suggerisce la presenza di meccanismi evolutivi molto antichi, precedenti all’introduzione della cottura”. Un altro dato a favore di questa ipotesi, conclude Rumiati, è che ”la preferenza del rosso sul verde non si osserva con oggetti non commestibili, ma si attiva solo con stimoli alimentari”.