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Riduce la formazione di grasso specie sulla pancia ed antinfiammatoria

E se un pizzico di cannella ogni giorno fosse efficace nel contrastare gli effetti deleteri di una dieta troppo ricca di grassi? E’ quanto suggerisce una ricerca preliminare su animali che è stata presentata a Minneapolis nel corso delle Scientific Sessions della American Heart Association’s Arteriosclerosis, Thrombosis and Vascular Biology | Peripheral Vascular Disease 2017.
Lo studio, di Vijaya Juturu, della OmniActive Health Technologies Inc a Morristown nel New Jersey, dimostra che assumere un po’ di cannella ogni giorno riduce la formazione di grasso corporeo, specie sulla pancia, attiva dei processi antinfiammatori e antiossidanti protettivi per l’organismo.
Inoltre il consumo regolare di cannella riduce la glicemia, i grassi nel sangue, l’insulina, e tutte le molecole note per essere coinvolte nel processo di immagazzinamento dei grassi.
La ricerca è stata condotta su due gruppi di topolini, tutti sottoposti ad un’alimentazione eccessivamente grassa. Solo il primo gruppo di animali ha preso per 12 settimane tutti i giorni un integratore a base di cannella. Rispetto agli altri topini, quindi, quelli che prendono la cannella risultano più in salute dopo la 12/ima settimana, più protetti dall’insalubre alimentazione cui sono stati sottoposti.

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Registrare storie e speranze migliora relazioni con chi assiste

Impegnarsi sul racconto e la storia della propria vita (life story work), registrando aspetti del passato e del futuro, con speranze e desideri, magari in un libro, in un raccoglitore o in musica, in film e formati multimediali, può aiutare chi soffre di demenza. Lo ha verificato uno studio dell’università di York, finanziato dal National Institute for Health research inglese.

Lavorare sul racconto della propria vita, con oggetti e informazioni su storia e desideri, è un’attività a basso costo, ma che incoraggia le interazioni con la famiglia e aiuta gli operatori sanitari a conoscere meglio il malato. Conducendo un’indagine nazionale sui familiari e i servizi di assistenza ai malati in sei case di cura e quattro reparti ospedalieri, i ricercatori hanno testato una scala di valutazione di questo tipo di attività in strutture del genere e hanno visto che il lavoro sul racconto e la storia della propria vita può aiutare i malati, ma serve anche una scala di valutazione completa.

”Le persone con demenza e i familiari che se ne prendono cura hanno avuto un ruolo fondamentale nell’identificare i punti chiave delle buone pratiche in questo tipo di lavoro – commenta Kate Gridley, coordinatrice dello studio – come ad esempio rispettare i desideri della persona su quello che vuole inserire nel racconto. Buone pratiche che non sempre vengono seguite nelle strutture”.