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Cure personalizzate, per accompagnare e dare sollievo a persone affette da patologie in fase avanzata

Si amplia e si arricchisce la rete delle cure palliative dell’Azienda USL di Modena: dallo scorso luglio hanno preso il via le attività presso l’Ospedale di Mirandola e dal 5 settembre, sempre a Mirandola, il servizio ambulatoriale è aperto a tutti i cittadini del Distretto.

Se l’Ospedale offre consulenza e cura a chi è ricoverato, l’attività dell’ambulatorio si rivolge a persone affette da patologia in fase avanzata che riescono agevolmente ad accedere ai servizi, ed è garantita dal Medico Palliativista insieme all’infermiere dell’Assistenza domiciliare dedicato alle cure palliative, con il supporto degli psicologi e la collaborazione dei Medici di Medicina Generale.
In questa sede si elaborano, propongono e condividono soluzioni di cura personalizzate e finalizzate al benessere della persona ammalata e della sua famiglia, in un’ottica di sostegno e accompagnamento in tutte le fasi della malattia. L’ambulatorio, infatti, può anche rappresentare una fase di assistenza intermedia che precede l’attivazione delle cure palliative domiciliari.
Il nodo ambulatoriale va ad integrarsi con una efficiente rete delle cure palliative che vede già operativo il nodo ospedaliero e quello dell’assistenza domiciliare, e che si è fortemente strutturata proprio grazie ai Medici di Medicina Generale e agli infermieri dell’Assistenza domiciliare dedicati alle cure palliative. L’équipe dell’ambulatorio potrà effettuare una consulenza o – qualora ne ravvisi la necessità – proporre, in accordo con il medico curante, una presa in carico ambulatoriale.

L’ambulatorio cure palliative

Situato presso l’ambulatorio di Unità Cure Continue al primo piano dell’Ospedale Santa Maria Bianca (via Antonio Fogazzaro n.6), è aperto il giovedì dalle 14 alle 16 con cadenza quindicinale. Ai Medici di Medicina Generale del Distretto il compito di presentare richiesta al SADI (Servizio di Assistenza Domiciliare): sarà così fissato l’appuntamento che sarà comunicato al cittadino e, contemporaneamente, segnalato all’Unità di valutazione delle cure palliative.
Diversi i servizi offerti: consulenza sulla sintomatologia di difficile controllo, soprattutto il dolore, supporto nelle scelte di cura eticamente impegnative in un’ottica di contrasto all’accanimento diagnostico-terapeutico, accompagnamento nel percorso di consapevolezza e convivenza con la fase avanzata della malattia, orientamento rispetto alle risorse attivabili nella rete familiare, sociale e nella rete delle cure palliative e pianificazione anticipata delle cure. Accanto a ciò, la promozione sul territorio di un’adeguata consapevolezza sul ruolo e sull’utilità delle cure palliative e sulla Legge 219/2017 relativa alle DAT (Disposizioni anticipate di trattamento).

Cure palliative in Ospedale

Cure palliative in Ospedale

Il nodo ambulatoriale delle cure palliative si aggiunge a quanto è già previsto per i cittadini che sono ricoverati al Santa Maria Bianca: già da luglio scorso, infatti, è disponibile settimanalmente, in tutte le unità operative internistiche dell’ospedale di Mirandola, la consulenza di cure palliative, che può essere richiesta dai clinici per migliorare la qualità dell’assistenza dei paziente affetti da patologia cronica e invalidante o con prognosi infausta.

Nella foto da sinistra: Clara Belloni, Coordinatrice infermieristica, Paolo Vacondio, Responsabile del Programma Cure palliative dell’Azienda USL di Modena, Alberto Greco, Sindaco di Mirandola, Giuseppe Licitra, Direttore dell’Ospedale di Mirandola, Selena De Biaggi, Presidente del Consiglio comunale di Mirandola e Dorothy Borellini, consigliera comunale

“L’obiettivo principale è sempre quello di promuovere la migliore qualità di vita possibile per i malati e le loro famiglie, quando non si può guarire e prolungare la vita”, chiarisce Paolo Vacondio, Responsabile del Programma Cure palliative dell’Azienda USL di Modena, che garantisce lo sviluppo della rete su tutta la provincia per assicurare ai pazienti le cure a domicilio, in struttura residenziale e in ospedale. “Anche in questo caso viene proposto dall’équipe multidisciplinare un progetto di assistenza costruito per dare risposta ai di bisogni complessi di natura clinica, comunicativa, psicologica, etica, sociale e spirituale. Il nodo ospedaliero, dunque, completa e rende possibile anche in questo contesto la presa in carico globale del paziente e della sua famiglia, tramite la costruzione di un progetto che dia alla persona pieno diritto di accesso alle cure palliative e, non meno importante, consapevolezza rispetto alle possibilità offerte in questo campo dalla medicina”.

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L’U.O.C.P. – Unità Operativa di Cure Palliative – dell’Asp di Ragusa ha dato il battesimo alla Rete Locale Cure Palliative, attività realizzata grazie ai fondi del PSN – Progetto della Regione – Linea 3: “Cure Palliative e Terapia del Dolore. Sviluppo dell’assistenza domiciliare palliativa specialistica – Realizzazione delle Reti Locali di cure palliative e potenziamento delle cure palliative domiciliari di base e specialistiche.”
Un progetto che ha lo scopo di rafforzare un modello di organizzazione della Rete Locale di Cure Palliative tale da essere omogeneo in tutte le Aziende Sanitarie della Regione Siciliana con la conseguente implementazione dell’assistenza domiciliare di cure palliative di base e specialistica che dovrà essere modulata in rapporto ai bisogni, desideri e preferenze dei malati e dei loro familiari.
All’incontro hanno partecipato tutti i soggetti attuatori del progetto: il Responsabile del progetto, dr. Giovanni Ragusa; il Responsabile della formazione dell’ASP, il Responsabile della Comunicazione dell’ASP, i Direttori dei Distretti Sanitari, i Responsabili Hospice e i Rappresentanti della Samot Palermo e Samot Ragusa. Presente anche la dr.ssa Antonina Giacalone, Referente del PSN dell’Asp di Ragusa.
“La presa in carico pianificata nella Rete Locale di Cure Palliative – ha dichiarato il dr. Giovanni Ragusa, responsabile dell’UOCP dell’Asp di Ragusa – migliora la qualità di vita dei malati e dei lori familiari e riduce sensibilmente i costi”.
Rete Locale di Cure Palliative è un network di attori e un insieme di attività che vede coinvolti: Reparti critici ospedalieri (oncologia, cardiologia, ematologia, rianimazione, pronto soccorso, neonatologia, pediatria) e MMG da cui parte la segnalazione del paziente per l’inserimento in cure palliative.
L’accesso alla Rete Locale avviene mediante i P.U.A. – Punto Unico di Accesso – che rappresenta il punto di raccolta di tutte le segnalazioni ed il raccordo funzionale con l’UOCP al fine di garantire l’accesso alle cure palliative attraverso l’attivazione dell’UVP – UNITA’ VALUTATIVA PALLIATIVA territoriale. Quest’ultima è una valutazione multidimensionale rivolta ai bisogni del malato e della sua famiglia, decide il setting e la modalità assistenziale più appropriata.
Nella Rete Locale operano i Setting assistenziali di cure palliative domiciliari. Nel nostro territorio sono rappresentate dalla Samot Ragusa e Samot Palermo.
Le cure palliative in hospice, si trovano presso l’ospedale “Maria Paternò Arezzo” di Ragusa, con 8 posti letto e al P.O. “Maggiore” di Modica con 10 posti letto.
L’identificazione precoce, da parte dei medici curanti o dei medici ospedalieri, dei pazienti con bisogni di Cure Palliative, è un elemento fondamentale nel percorso di cure che porta alla presa in carico del malato nella Rete e richiede la continua formazione/informazione rivolta a tutti gli operatori coinvolti.
II modello organizzativo ed assistenziale della Rete Locale di Cure Palliative deve pertanto essere modulato in rapporto ai bisogni, desideri e preferenze dei malati e dei loro familiari e deve essere caratterizzato dalla globalità dell’approccio e dall’articolazione delle strutture organizzative specifiche che lo caratterizzano, nel rispetto della sostenibilità da parte del Servizio Sanitario Regionale e dell’accessibilità al sistema di cura.

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Sarà realizzato nella sede della RSA di Via Volta a Empoli un Centro residenziale di cure palliative, Hospice, che accoglierà 10 pazienti. La delibera della Giunta del Comune di Empoli ha individuato la struttura di via Volta come quella più idonea ad ospitare l’Hospice per rispondere ai bisogni del territorio integrandosi nella rete assistenziale per le cure palliative dell’AUSL Toscana Centro. La nuova struttura sarà operativa entro il 2018.
La sede della Residenza Sanitaria dovrà essere sottoposta a necessari interventi di adeguamento per rispondere ai requisiti previsti dalle norme vigenti in materia di qualità e sicurezza delle strutture sanitarie, in particolare a quelli strutturali, organizzativi e tecnologici specifici.
I Servizi Sociali dell’AUSL Toscana centro hanno incontrato le famiglie degli ospiti della RSA per informarli sul progetto e sulle modalità attraverso le quali si potrà concordare insieme l’inserimento degli anziani in altre strutture, facilitando il contesto familiare e le abitudini di vita in modo da rendere meno traumatico possibile il passaggio in altro ambiente. Gli spostamenti saranno effettuati gradualmente tenendo conto delle singole situazioni e dei bisogni assistenziali di ciascun ospite.
Giovedì 23 novembre, come ulteriore passaggio istituzionale, si è riunita in Municipio la 3a commissione consiliare ‘Scuola, cultura, politiche sociali’, a cui è stato spiegato il progetto e la novità: oltre ai vari consiglieri comunali era presente il sindaco Brenda Barnini insieme a Nedo Mennuti, direttore della rete territoriale AUSL Toscana centro, e a Piero Morino, coordinatore Cure palliative.
L’Hospice avrà la disponibilità di 10 posti letto con camere dotate di privacy e comfort, riservate ad un solo paziente, con la possibilità di accogliere un ulteriore letto per il familiare, in modo da garantire il più possibile una vicinanza affettiva.
Si tratta di una struttura di accoglienza e ricovero per pazienti che hanno necessità di assistenza intensa quando, per una serie di condizioni cliniche o sociali, non è più possibile la permanenza al domicilio ed il ricovero ospedaliero non è appropriato. E’ una sorta di prolungamento ed integrazione della propria dimora per situazioni critiche, sia di tipo sanitario (aggravamento della patologia, scompenso del dolore e/o di altri sintomi) che sociale ( abitazione non idonea, assenza di rete di sostegno, esigenza di offrire aiuto alla famiglia quando non riesce più ad affrontare la complessità dei problemi).
L’assistenza sanitaria è personalizzata attraverso un equipe interdisciplinare (medici, assistenti sociali, psicologi, infermieri, fisioterapisti). Uno degli obiettivi dell’ Hospice, infatti, è proprio quello di porre particolare attenzione al dolore ed alla qualità della vita attraverso l’umanizzazione dell’assistenza in modo che il paziente possa sentirsi a proprio agio circondato dai suoi affetti.
“Il nuovo Hospice di Empoli, risponde ai bisogni della popolazione e si inserisce nella rete delle Cure Palliative aziendali, commenta il dottor Nedo Mennuti, direttore della rete territoriale AUSL Toscana centro. Il progetto fa parte del complessivo riassetto delle strutture territoriali e prevede, nel prossimo futuro, anche la realizzazione di ulteriori 12 posti letto al “Santa Verdiana” di Castelfiorentino che saranno ultimati nel 2020.”
“A Empoli, infatti sarà realizzata questa importante struttura finalizzata ad accogliere non solo pazienti oncologici ma anche persone con patologie croniche in fase avanzata, annuncia il dottor Piero Morino, coordinatore Cure palliative e le famiglie potranno così essere sostenute nell’assistenza dei loro congiunti.”
Il direttore dei servizi sociali, dottoressa Rossella Boldrini, ha assicurato che i servizi si faranno carico dell’accompagnamento delle famiglie degli anziani ospiti nella RSA, in modo da garantire la migliore continuità nell’assistenza ed individuare la struttura più idonea per rispondente ai bisogni della persona e della famiglia.
“Questo nuovo importante servizio si inserisce nella rete della sanità del nostro territorio – afferma il sindaco di Empoli Brenda Barnini –. Un passo importante che qualifica la nostra città e consente di rafforzare e sviluppare il sistema delle cure palliative. Il futuro della sanità passa da strutture come questa, dove davvero le persone vengono prese in carico non solo come pazienti, ma come esseri umani e accompagnati nei momenti più difficili della vita”.

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Sta per prendere il via un importante progetto che vede coinvolte due realtà territoriali: l’Associazione Onlus “Il Glicine” e l’Hospice “Casa delle Farfalle” di Isola del Liri. 
Un’iniziativa nata grazie al protocollo d’intesa siglato tra la ASL di Frosinone e l’Associazione e che prevede l’attivazione nell’ambito della struttura Hospice di un servizio di volontariato in cure palliative coordinato da “Il Glicine”.
Il servizio verrà anticipato da un corso base di formazione che si svolgerà nei mesi di novembre e dicembre prossimi ed al quale è possibile iscriversi dal 7 al 30 ottobre.
Si apre così la possibilità di aiutare i pazienti malati oncologici e far sì che possano vivere in un ambiente più familiare e rassicurante. Grazie a questo progetto, infatti, si porterà avanti una serie di iniziative e di attività, come l’orto terapia e la musicoterapia, che servirà a stimolare le funzioni sensoriali e a far trascorrere momenti di normalità. Ma per fare ciò sono necessari l’azione e l’impegno dei volontari, che, si precisa, non si andranno a sostituire al personale professionale nell’erogazione di cure, ma potranno far fronte ai bisogni del malato e della sua famiglia attraverso la capacità di instaurare relazioni significative.
L’incontro di presentazione si svolgerà sabato 7 ottobre alle ore 11.00 presso l’Hospice “Casa delle Farfalle” e in quell’occasione verrà inaugurato lo spazio dedicato all’orto pensile, i cui materiali sono stati donati da un’azienda della provincia di Caserta, da sempre vicina alla tematica e attiva nella raccolta fondi.

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Lorenzin, segno di civiltà. Turco, lotta al dolore sia priorità in agenda governo

Torna il 28 maggio la Giornata nazionale del Sollievo, ovvero il sollievo dal dolore per chi è arrivato alla fine della vita a causa di una malattia e ha bisogno di terapie e farmaci efficaci quanto di cura umana. Centinaia le manifestazioni previste per la XVI Giornata presentata oggi e promossa dal Ministero della Salute, dalla Conferenza delle Regioni e dalla Fondazione Nazionale Gigi Ghirotti.
“Dietro la terapia del dolore c’è un’azione di civiltà, un accompagnamento dolce, estremamente importante per le famiglie”, ha commentato il ministro Beatrice Lorenzin intervenendo alla presentazione. L’Osservatorio di monitoraggio delle cure palliative, istituito dalla Fondazione e coordinato dall’ex ministro Livia Turco, ha sottolineato che secondo le rilevazioni la legge è ancora oggi poco nota: il 63% dei cittadini intervistati non la conosce. L’analisi fornisce però un dato molto positivo: le persone che sono state prese in carico dai centri di terapia del dolore e dagli hospice ne sottolineano la dote di qualità umana e professionale.
“Colpisce constatare – ha dichiarato l’ex ministro Turco – che troppe persone vivono nella solitudine dell’inguaribilità”.
E ha lanciato un appello: ‘La lotta al dolore deve essere una priorità nell’agenda politica di chi governa, occorre impegnarsi affinché nessuno resti solo di fronte alla malattia”.
Non possiamo lasciare gli incurabili all’eutanasia”, ha aggiunto il presidente della Fondazione Isal William Raffaeli, “vogliamo occuparci di loro e dargli una casa”.
Per il 2017 il premio Gerbera d’oro, attribuito alla struttura sanitaria che si è distinta nell’affrancamento dal dolore inutile, è stato assegnato alla Lombardia per il progetto dall’ospedale Niguarda.

Medical News

La legge 38 del 2010 afferma il diritto di ogni malato di poter lenire la propria sofferenza fisica attraverso la cosiddetta terapia del dolore e attraverso cure palliative. Nel 2012 il 30% dei cittadini era a conoscenza di questa legge.

Nel 2015 solo il 18% degli italiani conoscono la terapia del dolore e le cure palliative. E’ questo lo sconfortante numero che rivela un’indagine dell’associazione “Vivere senza Dolore”. L’occasione per presentare questi dati è stata la premiazione del premio giornalistico “38 volte basta!” dedicato a Francesco Marabotto giornalista dell’ANSA, prematuramente scomparso dopo una lunga malattia.

Indetto dall’Associazione Onlus Antea, che a Roma si occupa di malati terminali, “il premio nasce per sensibilizzare i giornalisti e promuovere la conoscenza Legge 38 del 2010, ancora troppo poco nota”, ha sottolineato Claudia Monti, presidente Antea.  “Le cure palliative si dovrebbero rivolgere a circa 300.000 cittadini ogni anno nel nostro Paese. Ma non tutti vi accedono anche perché ne ignorano l’esistenza”, ha affermato Giuseppe Casale, coordinatore sanitario del centro Antea.

“Il problema – ha spiegato Marco Spizzichino, dirigente Ufficio Cure Palliative e Terapia del Dolore del Ministero della Salute – riguarda tutti, dai bambini agli anziani, in particolare quelli affetti da demenza. Ancora oggi 44.000 persone, secondo l’ultima relazione del Governo al Parlamento sull’attuazione della legge 38, muoiono nei reparti per acuti con costi maggiori e tipo di assistenza non appropriato”.

Una situazione che chiama in causa anche i mezzi di informazione. Il tema è, infatti, scarsamente presente su tutti i media, vuoi per la sua delicatezza, vuoi per una serie di pregiudizi che ruotano attorno al tema stesso del dolore e della sua gestione.

Geriatria

Dott. Giancarlo Giuliani, Medico, Specialista in Medicina Interna – Master in Giornalismo Scientifico, Responsabile Reparto di Medicina LungoDegenza Casa di Cura “Villa Iris” – Pianezza (To)

I principali campi di applicazione della P.T. in letteratura riguardano soprattutto gli ambiti pediatrici, geriatrici, psichiatrici nonché quelli della cronicità, delle cure palliative e dell’handicap in generale. I sintomi dolore, depressione del tono dell’umore, ansia, disturbi comportamentali, deterioramento cognitivo ed anoressia sono risultati quelli più studiati ma anche quelli che hanno maggiormente beneficiato di tale terapia, alla pari delle patologie che vanno dalla demenza senile al dolore cronico, dalle sindromi neurologiche infantili ad alcune patologie cardio-vascolari.

Per studiare tale terapia il metodo scientifico utilizzato ha previsto il ricorso a parametri da monitorare e da utilizzare come outcome:

  1. parametri vitali: pressione, frequenza cardiaca, dolore ecc.
  2. esami di laboratorio: cortisolemia, glicemia ecc.
  3. scale della V.M.D. dell’Anziano: SPMSQ, ADL, CIRS ecc.
  4. test psicologici: Scale della Depressione, della Qualità di Vita ecc.

Tra i principali outcome individuati segnaliamo la riduzione di sintomi come l’ansia o la depressione, di disturbi comportamentali o del dolore, l’incremento dell’alimentazione e di funzioni cardio-vascolari ecc. ma è soprattutto la “Qualità di Vita” che viene maggiormente valutata e ricercata, a sottolineare l’utilità della P.T. non come semplice cura delle malattie ma come miglioramento generale del benessere umano in ambito di malattie gravi ed invalidanti.

Al momento attuale però questo materiale scientifico non ha ancora avuto il riconoscimento definitivo di una razionale revisione clinica. Questo per svariati motivi, soprattutto per la difficoltà nel dover mettere ordine tra una imponente mole di letteratura che si differenzia per materiali e metodi (diversità nei pazienti, nei setting, negli animali, nei parametri, nei protocolli e negli outcome). Come ricordato da Antonelli e Cusinato <… mentre gli studi sugli effetti fisici sono stati condotti con proprietari di cani residenti a casa, quelli sugli effetti a livello psicologico sono stati eseguiti con anziani in istituto, quindi probabilmente più fragili e che non possono godere della compagnia costante di un animale.

Revisioni cliniche della letteratura scientifica

In realtà negli ultimi anni sono state pubblicate alcune review relative alle principali ricerche effettuate, così come alcune Revisioni Cliniche. Vediamo le 3 più note.

La I è una revisione condotta da un centro sudamericano, il cui obiettivo era quello di sintetizzare la letteratura esistente sull’uso di tale terapia come trattamento tra le persone (bambini compresi) che vivono con malattie croniche. La ricerca suggerisce che le AAT e le AAA siano efficaci per diversi profili di pazienti, in particolare i bambini, specie se affetti da patologie croniche (dall’autismo alle neoplasie), potendo determinare modificazioni fisiche (riduzione del dolore, miglioramento di parametri vitali ecc.) e psichiche (riduzione ansia e timore per la malattia e le cure, incremento della capacità interazione sociale e di provare piacere ed interessi).

La II è una revisione multicentrica italiana e spagnola effettuata sulla base della valutazione dei risultati di una ricca raccolta bibliografica relativa a studi sia in ambito medico che in quello riabilitativo. La conclusione cui giungono i vari Autori sottolinea come molti dei programmi che utilizzano gli animali abbiano dimostrato di poter rappresentare interventi efficaci per specifiche popolazioni di pazienti con patologie riabilitative o mediche con le caratteristiche della cronicità.

La III è una revisione sistematica di studi randomizzati effettuata da numerosi istituti universitari giapponesi, eseguita con rigorosi criteri metodologici. Dall’insieme delle valutazioni effettuate è stato possibile dimostrare come le AAT possano rappresentare un efficace trattamento per i disturbi mentali e del comportamento come la depressione, la schizofrenia, l’alcool e/o la tossicodipendenza.

Utilizzo della P.T. nei pazienti con patologie croniche cardiovascolari

Già i lavori di ricerca presentati, a Tokyo nell’ottobre 2007, all’XI conferenza dell’International Association of Human-Animal Interaction Organizations, sottolineano il ruolo della mediazione dell’animale nel determinare:

  1. Aumento della sopravvivenza dopo un evento acuto cardiaco,
  2. Diminuzione della pressione arteriosa, della colesterolemia e della trigliceridemia,
  3. Aumento delle percezioni positive della qualità della vita;
  4. Minor numero di visite mediche;
  5. Diminuzione del senso di depressione
  6. Aiuto terapeutico per i pazienti che non sono in grado di verbalizzare in ambiente psichiatrico, per i bambini autistici, per i pazienti colpiti dal morbo di Alzheimer, da disturbi neurologici e per persone costrette su una sedia a rotelle.

In realtà molti sono i rilievi epidemiologici o sperimentali presenti in letteratura, molti riguardanti il sistema cardio-circolatorio. È del 1977 lo studio di Erika Friedmann su persone che hanno superato un infarto cardiaco, studio che rileva come esista una correlazione positiva tra la loro sopravvivenza e il possesso di animali da compagnia.

Si è visto che la presenza di un animale familiare, provoca un abbassamento della pressione del sangue, diversamente da quando si parla e si discute con un essere umano. La mancanza di competitività e il senso di compagnia e di sicurezza dato da un animale con il quale vi è una antica amicizia riducono la pressione del sangue, e questo può contribuire a ridurre l’uso dei farmaci. Inoltre un cane, obbliga a fare moto per essere portato a spasso ed è ben nota l’importanza di un moto moderato nella prevenzione delle malattie cardiocircolatorie e nel recupero dopo un infarto.

È invece nel 1992 che studiosi australiani dimostrano che i proprietari di animali da compagnia oltre ad avere una pressione sanguigna più bassa hanno anche livelli di colesterolo e trigliceridi significativamente inferiori rispetto a chi non possiede animali.

Utilizzo della P.T. in pediatria

Ottimi benefici con la P.T. sono ottenibili dai bambini affetti da gravi disabilità caratterizzate da disturbi neuro psicomotori, per lesioni riportate nelle aree deputate alla coordinazione, al movimento, alla percezione e all’integrazione, che inevitabilmente ostacolano lo sviluppo cognitivo, emozionale e motorio: ne consegue una inadeguata percezione e conoscenza del proprio corpo, con scarse esperienze sensoriali, che riducono i vissuti limitandone di conseguenza anche la crescita cognitiva. Nelle lesioni neuromotorie l’azione della P.T. si fonda sulla ripetitività degli stimoli neurofisiologici corticali e sulle reazioni, da definire “emotive”, individuali, che nessuna seduta di psicomotricità può innescare e vivificare.

Quando si parla di utilizzo di P.T. in pediatria non si può dimenticare i numerosi studi e le svariate ricerche ed attività svolte dall’Ospedale Infantile Meyer di Firenze, al quale si devono le prime applicazioni di tale terapia in ambito oncologico, e non solo. Attualmente gli incontri con gli animali trovano il proprio riferimento e inquadramento teorico nelle attività assistite, pur diventando talvolta, soprattutto con i piccoli ricoverati dei reparti a lunga degenza, quali l’Oncoematologia, la Neurochirurgia e le Malattie infettive, dei veri interventi socio-riabilitativi, atti a stimolare e promuovere un recupero delle capacità cognitive, motorie e relazionali.

Molto gli obiettivi raggiunti, riconducibili a:

  1. riduzione dell’ansia del bambino
  2. miglioramento dell’approccio in ospedale e in day hospital;
  3. aumento del senso di prendersi cura, da curato a curante;
  4. apporto di benessere nell’intero contesto ospedaliero, anche per gli stessi operatori.

Altro ospedale che ha sviluppato l’utilizzo della P.T. in pediatria è l’Ospedale dei Bambini Buzzi di Milano, ove la stessa è stata sperimentata anche nei reparti di terapia intensiva con lo scopo di contribuire a mettere a proprio agio il bambino, aumentando il suo confort e ridurre lo stress dell’ospedalizzazione.

Utilizzo con Pazienti Psichiatrici Cronici

Anche con i pazienti psichiatrici la P.T. è stata molto utilizzata, sia come intervento nei disturbi acuti che in quelli cronici, sia nelle nevrosi che nelle più impegnative psicosi. Anche in questo caso domina il miglioramento della Qualità di Vita, associato ad una maggior disposizione alle cure ed una maggiore relazione con operatori e familiari. Miglioramenti del tono dell’umore e significative riduzioni dell’ansia sono osservabili dopo dopo poche sedute, associate alle comuni terapie mediche.

Osservazioni sperimentali evidenziano che la presenza di pets presso pazienti psichiatrici promuove l’interazione sociale oltre che aumentare l’interesse per attività gratificanti con un miglioramento del tempo utilizzato negli svaghi e un aumento della motivazione.

Utilizzo con Anziani dall’Invecchiamento Fisiologico

L’ultimo Censimento Nazionale ISTAT effettuato in Italia nel 2011 ha quantificato in circa il 21% la percentuale dei soggetti anziani residenti, intendendo come tali le persone sopra i 65 anni, contro il meno del 19% circa registrato 10 anni prima. In tale contesto l’accoppiata animale-anziano risulta particolarmente vincente, spesso ancor più di quella bambino-animale. Gli anziani, infatti, sono le persone che possono meglio di tutte sfruttare le attività profilattiche e terapeutiche degli animali, non solo per la loro esperienza, ma anche per il tempo che possono dedicare loro, istituendo un intenso ed utilissimo rapporto interpersonale. Si è visto che la presenza di animali familiari migliora lo stato psichico degli anziani, con innalzamento del morale nonchè quello fisico e motorio.

Sempre più frequentemente la gestione dell’anziano non è più familiare ma delegata ad enti tipo le case di riposo (o RSA), ove le problematiche sanitarie ed assistenziali possono trovare una loro ottimale risoluzione ma dove alcuni aspetti organizzativi possono accentuare sensazioni di solitudine e di abbandono. Negli ultimi anni alcune normative hanno anche autorizzato e stimolato la possibilità, per gli ospiti che lo desiderino, di portare con sé al momento dell’inserimento in RSA anche il proprio animale, fenomeno molto diffuso all’estero ma ancora poco sviluppato in Italia.

Utilizzo con Anziani affetti da Demenza Senile

A favore delle demenze senili la “terapia medica” risulta a tutt’oggi ancora lacunosa e con pericolosi effetti collaterali, tanto che i principali studi sono ancora oggi rivolti alla valutazione delle “terapie non farmacologiche”, musicoterapia e P.T. per prime.

Numerosi studi e contributi variamente pubblicati hanno dimostrato che il regolare contatto con un animale può contribuire a diminuire l’ansia e ad aumentare la sensazione di calma e benessere nei soggetti con demenza, anche durante le difficili ore serali. Gli animali possono anche migliorare la connessione del paziente al suo mondo. Anche le persone con demenza avanzata a volte possono rispondere alle confortante presenza di un animale, anche quando rispondono a poco altro. Altre persone affette da demenza presentano la capacità di comunicare più facilmente con gli animali piuttosto che con l’uomo: un animale domestico è un ascoltatore che non giudica e non commenta e che non noterà se siano state usate parole sbagliate o se siano state raccontate storie inverosimili o se le stesse siano state ripetute numerose volte!

Molto utilizzato e studiato, è l’uso della P.T. nei pazienti seguiti nei Centri Diurni per dementi. Abbastanza simili i risultati ottenuti: la P.Y. si è dimostrata efficace nel migliorare il benessere soggettivo e, in parte, anche le capacità mnestiche dei pazienti.

Uno studio dall’importanza anche storica è quello svolto da Edwards e Beck e pubblicato nel 2002, che ha dimostrato come posizionando degli acquari nelle sale da pranzo, stimolando cioè l’interesse dei pazienti con demenza e riducendo il loro girovagare negli orari dei pasti, era possibile raggiungere nell’87% dei casi un aumento dell’apporto nutrizionale durante i pasti, un aumento del peso corporeo, e una diminuzione dell’uso di integrazioni nutrizionali nella giornata.

Altri Autori hanno, invece, effettuato varie revisioni della letteratura, individuando nella facilitazione della comunicazione, nella integrazione sociale, nella riduzione dell’ansia e della confusione, nel miglioramento della risposta allo stress e nella riduzione della depressione i principali outcome raggiunti dall’utilizzo di tale terapia.

Circa l’utilizzo della P.T. nelle fasi avanzate della demenza senile, alcuni approcci sono stati tentati nei confronti dell’affidamento in gruppi od individuali con piccoli animali nella P.T.: i buoni risultati delle fasi iniziali, non sembrano però riprodursi anche nelle fasi avanzate.

Utilizzo in Riabilitazione

In crescita risulta l’utilizzo della P.T. nell’ambito riabilitativo.

Di particolare utilità risulta essere la “terapia per mezzo del cavallo”, conosciuta come Ippoterapia.

Il cavallo è infatti una palestra vivente, dove grazie all’utilizzo di adattamenti, particolari selle e finimenti in unione con il suo caratteristico movimento sinusoidale, l’operatore, con la supervisione medica, può effettuare una vera e propria riabilitazione fisioterapica. L’utilizzo di tale riabilitazione è indicato soprattutto per: esiti di paralisi cerebrali; emiparesi; paraparesi spastica in esiti di traumi cranici o midollari; lesioni neurologiche; malattie neurologiche (sclerosi); disturbi motori e rigidità.

Nell’ambito della Riattivazione Geriatrica si segnala come le AAT possano contribuire a migliorare la collaborazione e la tolleranza al trattamento riabilitativo da parte di quei pazienti poco motivati e come le stesse possano proporre delle attività (tipo accarezzare, spazzolare, porgere oggetti all’animale e deambulare tenendo il cane al guinzaglio) già di per sé dotate di finalità riabilitative sia per i disturbi motori che per le alterazioni della sensibilità

La Psicomotricità è una terapia che si rivolge prevalentemente, ma non solo, all’infanzia, a quei bambini che presentano disturbi psicomotori (iperattività, inibizione, maldestrezze, disprassie), degli apprendimenti scolastici, in particolare le disgrafie, e molte patologie tra le quali, come già detto, l’autismo e le insufficienze mentali.

Relativamente alla Terapia Occupazionale ed all’Animazione si segnala come sia le AAA che le AAT non rappresentino, ad oggi, altro che alcune delle vincenti strategie utilizzabili per tali attività.

Meno conosciuto è invece l’utilizzo della P.T. nei trattamenti logopedici. In particolare è del 2006 la prima pubblicazione in cui viene descritto l’uso di tale co-terapia con pazienti afasici, partendo dall’osservazione di come i principali benefici indotti da tale terapia riguardino il miglioramento del tono dell’umore e della socializzazione, nonché la riduzione dell’ansia, specie quella da prestazione, rendendo inoltre più propositivo e partecipe ogni singolo paziente.

Utilizzo nelle Patologie Oncologiche

L’utilizzo della P.T. in ambito oncologico nasce, in Italia, all’interno dell’Ospedale Meyer di Firenze, nei reparti di oncologia pediatrica e di oncoematologia. Il dolore è infatti un sintomo soggettivo, forse l’unico riconosciuto come tale, la cui composizione prevede la partecipazione di altri sintomi psichici, sintomi anch’essi soggettivi e modificabili nel corso del tempo. Questo spiega perché, agendo su tali aspetti psichici e sulla percezione che ha il paziente della propria Qualità di Vita, sia possibile migliorare la storia clinica di patologie, anche irreversibili, tipo le neoplasie. Chi si occupa di pazienti oncologici sa quanto e come sia importante ottenere un miglioramento del compenso algico, accompagnato da una riduzione del numero e del dosaggio di farmaci del dolore, miglioramento che può arrecare un effetto favorevole per un miglioramento anche della stessa prognosi e dell’evoluzione della malattia.

Oltre che sul sintomo dolore la P.T. è stata studiata, e successivamente utilizzata, anche per valutare la sua efficacia sugli effetti collaterali provocati dalla chemioterapia e dal corredo di sintomi psichici che accompagnano le sedute chemioterapiche stesse. A tal proposito segnalerò le esperienze realizzate e descritte dal dr. Cantore e dalla sua equipe operante all’interno del Reparto di Oncologia di Carrara.

Oltre che per ottenere risultati favorevoli nel corso dei trattamenti chemioterapici e nel corso delle degenze in reparti oncologici, sia nei pazienti pediatrici che in quelli adulti-anziani, segnalo il progressivo incremento del ricorso all’utilizzo di tale terapia negli Hospice in ambito delle cure palliative, sia a scopo antalgico sia per un miglioramento delle Qualità di Vita.

Considerazioni conclusive

L’insieme dei dati scientifici segnalati nei paragrafi precedenti ci sottolinea come la P.T. svolga un importante ruolo terapeutico nella gestione e nel trattamento di sintomi non facilmente aggressibili farmacologicamente, soprattutto in quei pazienti affetti da patologie croniche e/o altamente invalidanti per i quali è stato coniato il termine di pazienti fragili.

Non posso concludere questa breve review sulla Letteratura Scientifica relativa alla P.T. senza segnalare le attività formative e culturali svolte dall’Associazione Umanimalmente (UAM), operante presso il proprio Centro Operativo e Formativo in Grugliasco (To) nonché presso Villa Iris in Pianezza (To).