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Si chiama Hare5 ed è una proteina che regola l’attività dei geni. E’ merito suo se il cervello umano si è ingrandito e si è evoluto. Questa piccola proteina rende l’attività cerebrale umana molto più potente di quella del nostro parente più stretto, lo scimpanzé, con il quale abbiamo in comune gli stessi geni.

La scoperta si deve ad un gruppo di ricercatori della Duke University ed è stata pubblicata da Current Biology.

Una volta isolata, la proteina è stata trasferita nel cervello di un embrione di topo, facendolo diventare più grande del 12%, rispetto al cervello di embrioni con la stessa proteina ma di scimpanzé. Il risultato, secondo gli autori, può aiutare a comprendere non solo cosa rende speciale e unico il cervello umano, ma anche perché solo nell’uomo si sviluppano malattie come autismo e Alzheimer.

La dimensione del cervello umano è aumentata notevolmente nel corso dell’evoluzione e a questa caratteristica si devono capacità uniche, come il linguaggio e la matematica complessa. Tuttavia, finora è stato difficile comprendere come abbia fatto il cervello umano a diventare più grande, se quasi tutti i nostri geni sono uguali a quelli dello scimpanzé.

Analizzando il Dna delle due specie, i ricercatori sono andati in cerca di piccole ma cruciali differenze genetiche. Si sono concentrati soprattutto sui brevi frammenti di Dna chiamati ‘promotori’ che hanno il ruolo di registi dell’attività dei geni. E’ stata così individuata la proteina Hare5, che è posizionata vicino a un gene implicato nello sviluppo cerebrale. La proteina è presente anche negli scimpanzé, ma in una versione meno complessa.

Inserendo questo regista dell’attività dei geni negli embrioni di topo, i ricercatori hanno scoperto che la variante umana della proteina si accende prima ed è in generale più attiva rispetto a quella dello scimpanzé.

”Le differenze di attività – osserva la coordinatrice della ricerca, Debra Silver – sono state rilevate in un momento critico nello sviluppo del cervello: quando le cellule progenitrici dei neuroni proliferano e aumentano di numero, poco prima di diventare neuroni’

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30 anni fa, l’incidente di Chernobyl faceva conoscere al mondo i pericoli dell’energia nucleare. I danni di quell’esplosione difficilmente saranno calcolati e valutati con precisione, ma c’è una zona, la zona di esclusione che potrebbe fornire dati interessanti sull’effetto delle radiazioni in natura.

L’area attorno alla centrale è stata per trent’anni un deserto di morte, totalmente disabitata e difficile da studiare a causa dell’elevata radioattività. L’Università di Portsmouth, a seguito del recente incidente di Fukushima, ha deciso di avviare uno studio sull’ecosistema attorno a Chernobyl, per valutare l’impatto a lungo termine delle radiazioni.

I risultati dello studio sono stati pubblicati su Current Biology e appaiono incoraggianti.

. A quasi 30 anni da quel grave incidente, alci, caprioli, cervi rossi, cinghiali e lupi sono tornati a popolare la zona vicino la centrale, che ora sembra quasi una riserva naturale.

“E’ molto probabile che gli animali selvatici a Chernobyl siano molti di più di quelli presenti prima dell’incidente”, precisa Jim Smith, coordinatore dello studio. ”Ciò non significa che le radiazioni siano una cosa buona per la fauna selvatica, ma solo che gli effetti degli insediamenti umani, inclusi caccia e allevamenti, sono molto peggiori”.

I primi studi sui 4.200 chilometri quadrati dalla zona di esclusione avevano mostrato gravi effetti dalle radiazioni e un’importante calo della fauna selvatica. I nuovi dati, basati su un censimento di lungo periodo e rilevazioni aeree, dimostrano che le popolazioni di mammiferi sono tornate. La relativa abbondanza di alci, caprioli, cervi rossi e cinghiali nella zona di esclusione è ora simile a quella riscontrata nelle quattro riserve naturali non contaminate della regione. Il numero di lupi che vive dentro e vicino il sito di Chernobyl è sette volte maggiore di quello presente nelle altre riserve. I rilevamenti fatti rivelano anche la progressiva crescita nelle popolazioni di questi animali da uno a 10 anni dopo il disastro.

”Questi risultati dimostrano per la prima volta che, indipendentemente dai potenziali effetti delle radiazioni sui singoli animali, la zona di esclusione di Chernobyl ospita un’abbondante comunità di mammiferi dopo quasi 30 anni di esposizione cronica alle radiazioni”, conclude lo studio

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Scappare dalle zanzare che tormentano le notti estive è, a quanto pare, una battaglia persa. A dirlo il California Institute of Technology  che ha appena pubblicato una ricerca su Current Biology.

Gli studiosi hanno svolto una serie di esperimenti per comprendere come le zanzare combinino le varie informazioni sensoriali, utilizzando un tunnel del vento in cui ogni segnale poteva essere indipendentemente monitorato e in cui hanno fatto accedere a 20 alla volta insetti femmine accoppiate e affamate, tracciando i movimenti con una telecamera e un software in 3D. I risultati hanno permesso di capire come le zanzare individuino le proprie prede e a quale distanza.

L’ipotesi più accreditata e’ che le zanzare siano attratte dall’odore del gas anidride carbonica (CO2), che viene emesso con il respiro, da 10 a 50 metri di distanza.

In una distanza compresa tra 5 e 15 metri riescono, con i loro organi di senza a “vedere” il bersaglio.

Infine, guidate dagli stimoli visivi, sono in grado di rilevare il calore del corpo a meno di un metro.

Il lavoro dipinge anche un quadro preoccupante per coloro che vorrebbero evitare a tutti i costi le punture. Come scrivono gli studiosi, infatti, “se anche fosse possibile trattenere il respiro a tempo indefinito, ci sarebbe un altro umano vicino ad emettere Co2 e ad attirare le zanzare abbastanza vicine da vederci. L’alternativa e’ rendersi invisibili o camuffarsi. Ma anche in questo caso potrebbero trovarci tracciando il calore rilasciato dal corpo”.