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Cinque giorni di carenza di sonno potrebbero lasciare danni strutturali a carico delle fibre nervose. Lo sostiene uno studio su topi condotto da Chiara Cirelli della University of Wisconsin-Madison e Michele Bellesi dell’Università Politecnica delle Marche (Ancona). L’analisi mostra che la guaina protettiva che isola i nervi, la mielina, si assottiglia in soli 5 giorni di carenza di sonno.
Con questa limitazione del sonno gli effetti sugli animali sono stati notevoli e immediati: subito dopo la perdita di sonno si è osservata una riduzione dello spessore della mielina, struttura fondamentale per la salute del cervello.
La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Sleep.

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Per risarcimento bastano ‘indizi gravi, precisi e concordanti’

Chiese un risarcimento alla casa farmaceutica Sanofi Pasteur dopo essersi ammalato di sclerosi multipla pochi mesi dopo un vaccino contro l’epatite B. Dopo il rinvio alla Corte di giustizia dell’Unione europea da parte della Cassazione francese, per i giudici del Lussemburgo “in mancanza di consenso scientifico, il difetto di un vaccino e il nesso di causalità tra il medesimo e una malattia possono essere provati con un complesso di indizi gravi, precisi e concordanti”. Il giudice nazionale deciderà nel merito.
In particolare, rileva la Corte, “la prossimità temporale tra la somministrazione del vaccino e l’insorgenza di una malattia, l’assenza di precedenti medici personali e familiari della persona vaccinata e l’esistenza di un numero significativo di casi registrati di comparsa di tale malattia a seguito di simili somministrazioni possono eventualmente costituire indizi sufficienti a formare una simile prova”. La sentenza della Corte, interpellata in questo caso sull’interpretazione del diritto dell’Unione, non risolve comunque la controversia. Spetterà alla giustizia francese dirimere la causa conformemente alla decisione della Corte. Al paziente al centro della vicenda era stato somministrato, tra la fine del 1998 e la metà del 1999, un vaccino contro l’epatite B prodotto dalla Sanofi Pasteur. Nell’agosto 1999, ha iniziato a manifestare vari disturbi, fino alla diagnosi di sclerosi multipla nel novembre 2000. L’uomo è poi morto nel 2011. Fin dal 2006 lui e la sua famiglia hanno promosso un’azione giudiziaria per ottenere un risarcimento.

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Più cresce lo smog, più aumentano i processi da stress ossidativo

L’inquinamento atmosferico dovuto alle auto provoca danni sul Dna dei bambini e degli adolescenti che vivono in luoghi particolarmente esposti a smog. Le nuove prove arrivano da uno studio condotto da ricercatori dell’Università della California, Berkeley. In particolare è risultato evidente un tipo di danneggiamento che è indice di stress ossidativo, ovvero l’abbreviazione dei telomeri, piccole porzioni di Dna che si trovano alla fine di ogni cromosoma.
Lo studio ha incluso 14 bambini e adolescenti che vivono a Fresno, in California, la seconda città più inquinata degli Stati Uniti. I ricercatori hanno valutato la relazione tra idrocarburi policiclici aromatici (PAHs), un “inquinante” onnipresente dell’aria causato dallo scarico di veicoli a motore, e l’accorciamento dei telomeri, un tipo di danno del DNA tipicamente associato all’invecchiamento. Mentre l’esposizione a PAH aumentava, la lunghezza dei telomeri diminuiva in modo lineare, anche dopo l’aggiustamento per altri fattori quali età, sesso ed etnia. Lo studio, pubblicato sulla rivista Occupational and Environmental Medicine, suggerisce inoltre che i bambini possono avere un diverso regolamento della lunghezza dei telomeri rispetto agli adulti, il che potrebbe renderli più vulnerabili agli effetti dello smog. Con ulteriori studi, secondo i ricercatori, i telomeri, considerati una sorta di “orologio della cellula”, potrebbero fornire un nuovo biomarcatore per riflettere gli effetti sulle cellule dovuti all’inquinamento atmosferico.

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Dispositivo riproduce i polmoni ed capace di fumare come l’uomo

Costruito il ‘fumatore elettronico’, uno strumento capace di fumare esattamente come l’uomo, sigarette normali e quelle elettroniche, e con polmoni collegati a un chip che permettono di osservare in ‘diretta’ i danni prodotti dal fumo. A realizzarlo sono i ricercatori del Wyss Institute dell’universita’ di Harvard, guidati da Donald Ingber, il cui prototipo e’ stato descritto sulle pagine di Cell Systems.

 


Una macchina che fuma come un uomo

Che il fumo sia la causa principale di molte malattie respiratorie e’ noto ormai da tempo ma capire esattamente quello che avviene nei polmoni quando si respira, fumando e non, era ancora molto sfuggente. Per questo i ricercatori hanno disegnato una macchina capace di fumare esattamente come avviene nella vita di tutti i giorni, alternando boccate di sigarette ad aria ‘pulita’, il tutto collegato a dei polmoni ‘sintetici’, un organo fatto da una coltura di cellule umane poste su un chip elettronico che permette di monitorarne costantemente i parametri.

Riprodotto l’intero processo della respirazione


I polmoni sintetici possono essere prodotti usando cellule di persone non fumatrici oppure di fumatori incalliti, analizzando cosi’ anche malattie gravi ancora poco comprese come la Broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), considerata la quarta causa di morte in Europa e negli Usa. L’uso di animali o semplici colture di cellule polmonari non permettevano finora di aver modelli davvero realistici e gli studi clinici, con pazienti umani, non garantivano una buona qualita’ di dati essendoci una grande variabilita’ da una persona all’altra e la difficolta’ di avere le stesse identiche condizioni iniziali. 
 La potenza del nuovo strumento, che riproduce in maniera molto fedele l’intero processo della respirazione “ci permette per la prima volta – ha spiegato Ingber – di confrontare le risposte dei tessuti delle piu’ piccole vie aree polmonari, sia in soggetti sani che affetti da Bpco, prima e dopo aver fumato. Possiamo adesso iniziare a decifrare quali tipi di cellule e geni hanno un ruolo nei danni indotti dal fumo in polmoni sani e in quelli malati”.

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In Italia “bruciati 1,6 mld, in Ue fanno perdite pari a 10,2 mld

Le mancate vendite del settore farmaceutico italiano dovute al mercato di medicinali di contrabbando, causano ogni anno nel nostro Paese perdite fino a 1,59 miliardi di euro, pari al 5% delle vendite dell’industria italiana dei farmaci, cui si aggiunge la perdita di 3.945 posti di lavoro diretti. E’ quanto emerge da una relazione dell’Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale (EUIPO), mirata, spiega il direttore esecutivo, António Campinos, “a fornire elementi di analisi oggettivi per aiutare i decisori politici nell’elaborazione di misure con cui contrastare la contraffazione dei farmaci”.

Ampliando lo sguardo a tutta l’Unione Europea, la relazione mostra che il 4,4% delle vendite legittime di prodotti farmaceutici va perso ogni anno a causa della contraffazione.

Mancate vendite che si traducono in una perdita diretta di 10,2 miliardi di euro annui nel settore farmaceutico dell’UE e in 37.700 posti di lavoro in meno per via del fatto che i legittimi produttori e distributori di farmaci impiegano meno personale di quanto farebbero se non esistesse la contraffazione. Ma se si prendendo in considerazione anche gli effetti a catena su altri settori, al bilancio negativo si aggiungono ulteriori 53.200 posti di lavoro persi in altri comparti dell’economia dell’UE.

Questo comporta che in termini di entrate pubbliche, la perdita annuale complessiva in Europa, arrivi a 1,7 miliardi di euro, tra imposte sul reddito delle famiglie, contributi previdenziali e prelievo fiscale sulle imprese.

“La falsificazione riguarda sia i farmaci generici che innovativi – spiega Campinos – e interessa prodotti che vanno dagli antitumorali agli antidolorifici di costo modico. I medicinali contraffatti possono essere tossici e costituire un grave pericolo per la salute, ma la nostra relazione segnala anche pesanti ripercussioni sull’economia e sui posti di lavoro”.

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Previene anche rischio malattie cardiovascolari

Per i pazienti diabetici arriva un nuovo farmaco ‘salva-reni’, che ha dimostrato di ridurre in maniera significativa i danni renali collegati alla malattia. I risultati sono stati presentati al 52/mo Congresso dell’Associazione europea per lo studio sul diabete (Easd) a Monaco di Baviera. Dopo i significativi risultati ottenuti sulla riduzione del rischio cardiovascolare, un’altra conferma arriva dunque per la molecola liraglutide dai nuovi dati dello studio LEADER presentati al Congresso. Il farmaco riduce infatti la progressione dei danni renali negli adulti con diabete tipo 2 ad elevato rischio cardiovascolare: lo studio ha dimostrato che il farmaco ha ridotto in maniera statisticamente significativa, del 22% rispetto al placebo, la comparsa o il peggioramento di danni renali. La nefropatia diabetica, e le conseguenti malattie renali che possono portare a insufficienza renale, dialisi e necessità di trapianto del rene, è molto frequente: “Colpisce quasi il 40% delle persone con diabete – ha spiegato Johannes Mann, sperimentatore dello studio LEADER e professore di Medicina presso il Dipartimento di nefrologia e ipertensione dell’Università di Erlangen-Nuremberg, Germania -. I maschi con diabete tipo 2 corrono un rischio sei volte maggiore, rispetto ai non diabetici, di sviluppare questa condizione, che rappresenta anche un significativo fattore di rischio per le malattie cardiovascolari. I risultati dello studio leader hanno quindi una notevole rilevanza clinica”. Lo studio ha valutato gli effetti a lungo termine (3,5-5 anni) di liraglutide rispetto a placebo, entrambi aggiunti alla terapia standard. Avviato a settembre 2010, ha coinvolto 9.340 pazienti di 32 paesi. I risultati hanno anche evidenziato come l’insorgenza di un primo evento cardiovascolare in questi pazienti sia ridotto del 13%, su un follow up di 3,8 anni, con liraglutide rispetto al placebo. Liraglutide, inoltre, ha diminuito, rispetto al placebo, del 22% il rischio di morte per cause cardiovascolari.

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Corrotti per spostare attenzione su grassi

Negli anni ’60 le industrie dolciarie statunitensi pagarono i ricercatori per ignorare le prove crescenti del legame tra consumo di zuccheri e malattie cardiovascolari, ‘concentrandosi’ invece sui grassi, una mossa che ha influenzato studi e linee guida per i decenni successivi.

Lo affermano alcuni documenti dell’epoca pubblicati dalla rivista Jama Internal Medicine.

I documenti, analizzati da alcuni esperti dell’Università di San Francisco, dimostrano che una gruppo chiamato Sugar Research Foundation pagò tre medici dell’università di Harvard con l’equivalente di 50mila dollari attuali per pubblicare una review, un articolo in cui si riesaminano studi precedenti su un determinato tema, sull’alimentazione e i rischi cardiovascolari.

L’esito, su indicazione del gruppo, minimizzava il ruolo degli zuccheri, esaltando invece i rischi legati al consumo di grassi.

“Questo – sottolinea Stanton Glantz, uno degli autori -, riuscì a dirottare la discussione sugli zuccheri per decenni”.

Anche in tempi più recenti, ricorda il New York Times, ci sono stati diversi tentativi di sminuire il rischio dovuto agli zuccheri. Lo scorso anno proprio il quotidiano scoprì che la Coca Cola aveva finanziato con milioni di dollari ricerche su questo tema, mentre lo scorso giugno l’Associated Press ha dimostrato che alcune industrie alimentari avevano finanziato uno studio che dimostrasse che i bambini che mangiano caramelle pesano meno degli altri.

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Chi lavora eccessivamente e sviluppa una vera e propria ossessione per il lavoro, a lungo andare mostra sintomi di malessere affettivo, irritabilità, ansia, depressione e anche un’elevata pressione sanguigna. Lo studio di questo fenomeno, chiamato ‘Workaholism’, è stato condotto da Cristian Balducci, professore associato di Psicologia del lavoro dell’Università di Bologna, in collaborazione con Lorenzo Avanzi, ricercatore in Psicologia del lavoro e delle organizzazioni, e Franco Fraccaroli, professore ordinario nella stessa disciplina all’Università di Trento.
Lo studio recentemente pubblicato sul “Journal of Management”, “The Individual “Costs” of Workaholism: An Analysis Based on Multisource and Prospective Data”, dimostra i correlati psicofisici negativi dati dall’incapacità di staccare dal lavoro, fenomeno spesso oggi frequente tra le persone sempre più esposte a carichi e ritmi elevati e al limite della gestibilità.
Il ‘workaholism’ è una forma negativa di forte investimento nel lavoro, in cui la persona non solo lavora eccessivamente – spesso ben oltre quanto richiesto dall’organizzazione – ma sviluppa una vera e propria ossessione per l’attività lavorativa, non riuscendo a staccare e provando un disagio significativo quando si allontana da essa. I correlati di questo fenomeno sono stati documentati dai ricercatori italiani non solo a livello psicologico (sintomi di malessere affettivo, irritabilità, ansia e depressione), ma anche a livello fisiologico (elevata pressione sanguigna).
Lo studio è stato condotto dai ricercatori su due fronti: attraverso un campione di 311 partecipanti, costituito in gran parte da liberi professionisti, dirigenti e imprenditori, è stato mostrato che i soggetti con una tendenza più marcata al ‘workaholism’ registrano una più frequente esperienza di stati emotivi negativi (come rabbia, pessimismo, scoraggiamento), non solo quando questi sentimenti sono autoriportati dal soggetto, ma anche quando viene chiesto ad una fonte indipendente (il partner, nella gran parte dei casi) di riportare il benessere affettivo del soggetto; attraverso un gruppo di 235 lavoratori dipendenti è emerso che una più marcata tendenza al workaholism impatta negativamente sulla salute mentale ad un anno di distanza, a suggerire che alla lunga le conseguenze della dipendenza da lavoro possano essere di rilevanza clinica.
Inoltre è emerso che un carico di lavoro percepito come molto elevato produce un rafforzamento della tendenza al workaholism.
”Richieste di lavoro cronicamente elevate – spiegano Balducci e i colleghi di Trento – spingono all’investimento aggiuntivo sul lavoro, rafforzando nella persona il legame mentale con esso e la difficoltà a staccare. Le organizzazioni lavorative dovrebbero essere attente a non alimentare questo fenomeno nei propri lavoratori, cercando di prevenirlo per evitare un degradamento significativo delle condizioni di benessere delle risorse umane e della loro vitalità”.