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Una scarsa cura dei denti aumenta, negli anziani, il rischio di polmonite e malattie respiratorie. Questa la conclusione a cui sono arrivati i ricercatori dell’Università di Kyushu, che hanno studiato il ruolo del microbiota della lingua, cioè di tutto quell’insieme di microrganismi che vivono “ospiti” del corpo stesso. Secondo quanto emerso, infatti, le persone anziane con meno denti, con una scarsa igiene dentale e un maggior numero di carie, ingeriscono costantemente un maggior numero di microbi disbiotici che possono essere dannosi per la loro salute respiratoria.
Prima di questo studio, i ricercatori sapevano che un’aspirazione costante della saliva può portare a polmonite, una delle principali cause di morte tra gli anziani. Gli studiosi, in questo caso, hanno analizzato lo stato dei microrganismi in 506 persone tra 70 e 80 anni e hanno scoperto che la sua composizione era legata alle condizioni dei denti. Un gruppo di batteri che amano coabitare (composto da Prevotella histicola, Veillonella atypica, Streptococcus salivarius e Streptococcus parasanguinis) è stato associato a un aumentato rischio di mortalità dipeso dalla polmonite.
Questo gruppo batterico era più predominante negli anziani con meno denti, una maggiore placca e una maggiore quantità di carie. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica mSphere.

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Aimetti, ‘No a demonizzazioni, tanti altri prodotti hanno ph acido e zuccheri’

E’ polemica in Gran Bretagna sul Prosecco dopo che su alcuni giornali, fra cui il Daily Mail e il Guardian, sono stati riportati pareri piuttosto vaghi di “esperti” secondo cui farebbe male ai denti a causa della sua elevata acidità. A lanciare quella che appare come una delle periodiche crociate anglosassoni contro i prodotti italiani è stato il Mail online, che ha raccolto le dichiarazioni di alcuni dentisti. Uno di loro è il professor Damien Walmsley, consulente scientifico della British Dental Association, che punta il dito contro il Prosecco per la presenza di anidride carbonica oltre agli zuccheri e all’alcol, che possono mettere a rischio i denti, “aumentando la sensibilità e il rischio di corrosione”. Anche il Guardian, con un commento a firma di Zoe Williams, ha discusso l’argomento ricordando come il vino frizzante sia da tempo diffusissimo nel Regno, in cui se ne bevono 40 milioni di litri ogni anno. I supermercati inoltre fanno a gara per offrire bottiglie a prezzi sempre più competitivi. Il quotidiano progressista arriva a elencare le ragioni per “evitare il Prosecco” partendo proprio dalla necessità di preservare il proprio sorriso. Parole che hanno indignato il portale italiano Londra Italia, secondo cui si tratta di una “fake news” promossa dalla lobby britannica della birra.
“E’ difficile identificare nel prosecco un prodotto rischioso, nessuna demonizzazione, perche’ ci sono anche tanti altri prodotti con ph acido e zucchero che possono essere a rischio carie e aumentare la sensibilita’ dei denti, soprattutto se non ci procede ad all’igiene successiva della bocca”, spiega Mario Aimetti, presidente eletto della Sidp, la societa’ italiana di Società Italiana di Parodontologia e Implantologia, docente all’Universita’ di Torino.
Aimetti non entra nello specifico dello studio ma spiega che la questione del rischio non puo’ essere vista cosi’ frontalmente, cosi’ come posta sulla stampa inglese.
In particolare, aggiunge l’esperto, “le bevande, cosi’ come i cibi che possono aumentare la possibilita’ di sviluppare la carie o aumentare la sensibilita’, sono molti: tutte le bevande gassate e con zuccheri, frutta come fragole o arance”, solo per citarne alcune, ma la lista potrebbe essere davvero molto lunga.

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Hanno 4 volte più probabilità di soffrirne, studio su adolescenti

Digrignare i denti nel sonno potrebbe essere spia di fenomeni di bullismo subìti. Ne soffre infatti il 65% degli adolescenti che hanno avuto a che fare con i bulli, percentuale quasi 4 volte maggiore rispetto a chi non ha avuto esperienze di questo tipo. A mettere in guardia i genitori è uno studio pubblicato nel Journal of Oral Rehabilitation.
Digrignare i denti, ovvero strofinare involontariamente quelli superiori e inferiori a causa della contrazione delle articolazioni temporomandibolari, è notoriamente sintomo di stress e provoca un’eccessiva consumazione dei denti, unita a disturbi del sonno e mal di testa costante al risveglio.
Fenomeno spesso sottovalutato, è in realtà piuttosto diffuso sopratutto tra gli adulti. Secondo l’Accademia italiana di odontoiatria protesica (Aiop), ne soffrono oltre 15 milioni di italiani e l’incidenza della malattia è in significativo aumento. Questa patologia, nota come Bruxismo in termini medici, può portare, alla lunga, a gravi problemi di odontoiatria, come denti usurati, scheggiati, incrinati. Lo studio, condotto dalla Oral Health Foundation, ha esaminato le esperienze di più di 300 adolescenti in Brasile https://pharmacieinde.com. I ricercatori hanno scoperto che i ragazzi dai 13 ai 15 anni che avevano subito bullismo verbale a scuola mostravano quasi quattro volte più probabilità di digrignare i denti nel sonno rispetto ad altri adolescenti. Soffriva del problema il 65% di chi aveva subito episodi di bullismo, a fronte del 17% di chi non ne aveva subiti.

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30 milioni per i trattamenti professionali, ma sono vietati sotto i 18 anni

Boom di richieste con picchi a maggio e giugno per le procedure di sbiancamento dei denti, oggi pari a un terzo di tutti i trattamenti odontoiatrici estetici richiesti ai dentisti. Sono circa 120.000 gli italiani che chiedono un sorriso da star per un mercato in crescita del 15% ogni anno che muove 30 milioni di euro a cui si aggiunge il miliardo di euro speso per dentifrici, gel, strisce, collutori e altri schiarenti ‘fai da te’ scelti da un italiano su due. Prodotti sicuri ma attenzione al pH: la normativa ISO 28399/2011 stabilisce che gli sbiancanti non devono avere un pH minore di 4 ma i più recenti studi mostrano che sbiancanti con pH inferiore a 5,5, cioè con pH acido, possono intaccare la parte dura del dente che si degrada e porta via lo smalto. Vietato inoltre intervenire sugli under 18, a meno che non ci siano particolari condizioni cliniche. Lo rivelano gli esperti dell’Accademia Italiana di Odontoiatria, Conservativa e Restaurativa (AIC), in occasione del congresso Internazionale CONSEURO, concluso di recente a Bologna.
Oltre il 50% è insoddisfatto del colore dei propri denti, stando a dati pubblicati di recente sull’Italian Dental Journal. Così ogni anno in Italia, soprattutto a maggio-giugno in vista dell’estate, 120.000 persone si sottopongono a trattamenti nello studio dentistico o a casa sotto il controllo dell’odontoiatra.

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Nel tartaro i microfossili di grano e orzo coltivati

L’origine dell’agricoltura fa improvvisamente un balzo all’indietro di quasi mezzo millennio, da 8.200 a 8.600 anni fa, quando le ultime comunità di cacciatori-raccoglitori convivevano con i primi gruppi di agricoltori, al punto di mangiare anche i loro cibi a base di grano e orzo. Lo dimostrano i microfossili incastonati nel tartaro dei denti di un gruppo di cacciatori-raccoglitori vissuti 8.600 anni fa. Li ha descritti, sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, Pnas, il gruppo dell’università di Cambridge diretto dall’italiana Emanuela Cristiani https://impotenzastop.it.

”E’ una scoperta unica, che fa slittare all’indietro l’epoca dei primi cibi domestici”, ha detto Cristiani. Arrivata a Cambridge grazie al finanziamento di 1,5 milioni di euro assegnato ai giovani ricercatori nell’ambito del programma europeo Horizon 2020. In novembre tornerà in Italia per insegnare nell’università Sapienza di Roma come professore associato. L’obiettivo del suo progetto è ricostruire la dieta vegetariana dei cacciatori-raccoglitori che popolavano l’Europa 10.000 anni fa, nel Paleolitico e nel Mesolitico, e la sua speranza era di raccogliere dati che avrebbero potuto mettere in crisi vecchie idee.

I denti analizzati provengono da una sepoltura nei Balcani centrali, nella zona delle Gole del Danubio, a Vlasac. “Abbiamo analizzato il tartaro a caccia di microfossili, capaci di fornire una vera e proprio biografia di quello che gli uomini mangiavano”, ha spiegato Cristiani. Si è visto così che accanto alle tracce, prevedibili, di avena e piselli selvatici, c’erano quelle di grano e orzo chiaramente riconoscibili come coltivati. C’erano anche particelle di piume, forse respirate mentre si spennavano gli uccelli. Il quadro che emerge è che, circa un millennio prima di quanto si pensasse, i cacciatori-raccoglitori convivevano con i primi agricoltori e, insieme ad essi, mangiavano i cibi coltivati.

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Dal 16 al 22 maggio, torna Settimana Nazionale prevenzione

Afte e macchie sullo smalto dei denti possono essere segnali di un disturbo di celiachia, soprattutto nelle donne. “La celiachia oggi è unanimemente considerata come una particolare malattia autoimmune in cui il disturbo intestinale è solo la prima di una serie di reazioni immunitarie che possono colpire anche altre sedi corporee. In questo modo si spiegano molti dei sintomi extraintestinali della malattia tra cui una serie di manifestazioni cliniche rilevabili, il più delle volte, con un semplice controllo, eseguito dal vostro odontoiatra o igienista dentale di fiducia”, ha spiegato Jacopo Gaultieri, odontoiatra membro dell’EAO (European Association for Osseointegration). Intanto anche quest’anno, dal 16 al 22 maggio, torna la Settimana Nazionale per la prevenzione della Celiachia, una patologia i cui casi conclamati tra gli italiani negli ultimi anni, secondo il Ministero della Salute, hanno avuto un’impennata del 15% passando da 148.662 a 172.197. Un’altra conferma, inoltre, arriva dall’incidenza a livello di genere, che vede la celiachia come una patologia “al femminile” con più del doppio dei casi di donne affette: 121.964 contro i 50.233 uomini. La sua comparsa, inoltre, non avviene più tanto durante l’età infantile (i bambini sono il 9,3%), ma si verifica sempre di più in età adulta e, “parlando di numeri, spiega Costantino De Giacomo, Direttore del Dipartimento Materno Infantile dell’Ospedale Niguarda di Milano, data l’incidenza, i celiaci sarebbero potenzialmente circa 600.000 ma ne sono stati diagnosticati ad oggi intorno a 172.000, in quanto sono numerosi anche i casi sospetti ai quali non viene data ufficialità”. “E’ chiaro dunque – conclude Gualtieri- che, come dimostrano numerosi studi clinici presenti in letteratura, la maggiore evidenza di correlazione con la celiachia si è registrata per la stomatite aftosa ricorrente – le afte – e per le ipoplasie dello smalto – le macchie dentali. Un attento esame obiettivo del cavo orale da parte dell’odontoiatra, dunque, potrebbe rilevare la presenza di lesioni dei tessuti duri e molli o altre particolari problematiche che si associano con maggior frequenza alla celiachia, far insorgere il sospetto e avviare, quindi, l’iter diagnostico”.