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Funzionano da integratore sociale e aiutano a preservare le funzioni cognitive

Per le persone anziane bloccate a casa da patologie dolorose andare sui siti di social media può essere utile contro il rischio di depressione, perchè aiuta a ridurre gli effetti negativi della mancanza di contatti. Lo spiegano i ricercatori dell’università del Michigan nello studio pubblicato sul Journals of Gerontology, Series B.
“I nostri risultati possono essere estesi anche ad altre condizioni, come le malattie croniche, che come il dolore, limitano l’attività fisica fuori casa”, commenta Shannon Ang, coordinatrice dello studio. Nello studio hanno usato i dati di un’indagine nazionale condotta nel 2011 su 3400 persone dai 65 anni in su, in cui dovevano rispondere a domande su depressione, dolore e partecipazione sociale libido-portugal.com. In questo modo i ricercatori hanno visto che gli anziani che avevano dolore partecipavano meno alle attività sociali che richiedevano interazione faccia a faccia, che hanno effetti positivi anche sul benessere emotivo.
Hanno inoltre verificano che i social media aiutano a preservare le loro funzioni cognitive e benessere psicologico. “E’ un punto importante questo, perchè la comparsa del dolore spesso può portare ad una spirale di isolamento sociale e depressione, con conseguenze negative per la salute degli anziani – conclude Ang – La partecipazione sociale online può dunque funzionare da ‘integratore sociale’ per gli anziani, specialmente per quelli la cui attività di relazioni è limitata da patologie dolorose”.

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L’ansia e la depressione possono colpire i ragazzi che vanno a scuola prima delle otto e trenta del mattino. Una ricerca della University of Rochester Medical Center ha messo insieme i dati di 197 studenti tra i 14 e i 17 anni, raccogliendo dati come orari scolastici e quelli del sonno degli studenti.
Sono stati creati due gruppi, il primo che andava a scuola prima delle 8 e 30 e il secondo dopo questo orario. E’ stato chiesto di appuntare su un diario gli orari circadiani e se ci sono stati episodi di depressione o di ansia. I ricercatori sono arrivati alla conclusione che bisogna non bere bevande piene di caffeina dopo le sei, e che l’uso di device come smartphone, pc e tablet danneggia il ritmo naturale del sonno e della fase REM. E’ importante dormire almeno otto ore a notte al fine di vivere una giornata serena e senza stress.

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Dormire per 3-4 ore e per le restanti 21-20 restare svegli migliora i sintomi della depressione molto rapidamente, anche nel giro di un giorno

Dormire meno potrebbe ridurre la depressione. Lo dimostra un maxi-studio pubblicato sul Journal of Clinical Psychiatry, basato sull’analisi dei dati di 66 studi condotti in oltre 36 anni di ricerca su questa materia.
   
La meta-analisi è stata coordinata da Philip Gehrman della Perelman School of Medicine della University of Pennsylvania. E’ emerso che dormire per 3-4 ore e per le restanti 21-20 restare svegli migliora i sintomi della depressione molto rapidamente, anche nel giro di un giorno. Per contro, i farmaci antidepressivi iniziano a funzionare dopo settimane di utilizzo.
   
Dallo studio è emerso inoltre che la metà dei pazienti depressi – indipendentemente dal sesso, dal tipo di depressione e altri parametri – possono giovarsi di questa terapia non farmacologica e ad effetto rapido.
   
Resta da capire in che modo la carenza di sonno – ovviamente gestita da uno specialista e non con il ‘fai-da-te’ che potrebbe portare solo a tanta stanchezza e conseguenze negative – eserciti i suoi effetti antidepressivi rapidi.

Fonte:www.ansa.it

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Un trial clinico dimostra gli effetti rapidi di una sola dose. La sostanza è chiamata ‘ayahuasca’, ed è un infuso psichedelico a base di diverse piante amazzoniche

Una sostanza allucinogena sembra avere effetti antidepressivi importanti su pazienti con depressione resistente ai farmaci.
Lo rivela una sperimentazione clinica condotta da Draulio de Araujo dell’università del Rio Grande de Norto in Brasile, allestita ‘in doppio cieco’ (due gruppi di pazienti scelti a caso cui viene dato il trattamento o una sostanza placebo senza che né i ricercatori né i pazienti sappiano chi prende la sostanza e chi il placebo).
La sostanza è chiamata ‘ayahuasca’, ed è un infuso psichedelico a base di diverse piante amazzoniche. Poichè già precedenti studi clinici (ma non in doppio cieco) avevano suggerito gli effetti antidepressivi della ayahuasca (che significa liana degli spiriti), gli esperti hanno deciso di condurre una sperimentazione con una dose di ayahuasca confrontata con placebo in doppio cieco.
Hanno coinvolto 29 pazienti depressi che non traevano giovamento alcuno dalle terapie standard (o, come si dice, resistenti ai farmaci) e misurato gli effetti della ayahuasca confrontandola con placebo.
Gli esperti hanno misurato con scale ad hoc il grado del disturbo depressivo di ciascun paziente prima e dopo il trattamento (dopo uno, due e 7 giorni dalla dose).
E’ emersa una risposta significativa alla sostanza allucinogena già dopo il primo giorno dalla dose.
”Per quanto ne sappiamo – scrivono i ricercatori nel loro lavoro – questo è il primo trial a testare gli effetti di sostanze allucinogene sulla depressione resistente ai farmaci.
Inoltre questo studio porta nuove prove della sicurezza e del valore terapeutico della ayahuasca, nei dosaggi appropriati, contro la depressione”.

Fonte:www.ansa.it

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Campagna Oms, primo passo è parlarne

La depressione nel mondo colpisce più di 300 milioni di persone, una cifra aumentata del 18% tra il 2005 e il 2015. Lo ricorda l’Oms, che a questo tema ha dedicato il ‘World Health Day’ che si celebra il 7 aprile, anniversario dell’istituzione dell’organizzazione.
Persino nei paesi ad alto reddito, sottolinea l’Oms, il 50% di chi soffre di depressione non accede ai trattamenti, e in media solo il 3% del budget sanitario è impiegato in questi problemi, una cifra che è meno dell’1% nei paesi poveri, ma non supera il 5% in quelli ricchi. L’inattività in questo campo costa al mondo mille miliardi di dollari l’anno, mentre un dollaro speso per mitigare il problema ne rende 4 in termini di maggiore produttività e migliore salute.
Il primo passo da fare, spiega l’organizzazione, è far uscire allo scoperto chi soffre di patologie mentali, che spesso tende a nasconderle. “Lo stigma continuo associato alle malattie mentali è la ragione per cui abbiamo chiamato la nostra campagna ‘let’s talk’ – spiega Shekhar Saxena, direttore del dipartimento di Salute Mentale dell’Oms -. Per qualcuno che convive con la depressione, parlare con una persona di cui si fida è spesso il primo passo verso la terapia e la guarigione”.
Dal punto di vista della salute, sottolinea il materiale pubblicato per la campagna, la depressione è anche un fattore scatenante per altri problemi e condizioni mediche. Aumenta il rischio di abuso di sostanze e di malattie come il diabete. “E’ vero anche l’opposto – si legge -: le persone che hanno queste malattie sono a più alto rischio di depressione”.

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Migliora l’autostima e rende più sicuri dei propri pensieri

Una buona postura è anche un’arma in più contro la depressione. Stare dritti con la schiena sia da seduti che in piedi migliora l’autostima, fa impegnare maggiormente per raggiungere i traguardi, e rende più sicuri dei propri pensieri. È quanto emerge da uno studio dell’Università di Auckland, in Nuova Zelanda, pubblicato nel numero di marzo della rivista Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry. I ricercatori hanno analizzato 61 persone, con depressione da lieve a moderata, dividendole in due gruppi. A una metà è stato chiesto di mantenere la postura abituale, all’altra metà invece di sforzarsi di mantenerne una corretta.
Tutti i partecipanti sono stati poi sottoposti a due compiti considerati stressanti: parlare in pubblico sapendo di essere giudicati e contare all’indietro da 1022 a zero sottraendo ogni volta 13.
A chi era nel gruppo che doveva mantenere una postura corretta è stato posizionato sulla schiena anche un particolare nastro che indicava quando la posizione era sbagliata. Sono stati poi svolti prima, durante e dopo l’esperimento, dei test per approfondire gli stati d’animo. “Chiedere alle persone con depressione lieve o moderata di stare sedute correttamente ha ridotto il loro senso di affaticamento e aumentato l’entusiasmo in un breve periodo di tempo, rispetto a chi invece è stato seduto nella propria postura consueta”, ha spiegato l’autrice della ricerca Elizabeth Broadbent. Coloro che sono stati seduti in posizione corretta – hanno evidenziato inoltre i risultati dello studio – hanno parlato di più e impiegato più parole durante il discorso in pubblico, ma utilizzando meno la prima persona. Ciò suggerisce secondo gli studiosi che avevano più energia ed erano di umore meno negativo.

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Se è basso cresce il rischio di nascita di bimbo sotto peso

La depressione in gravidanza può essere abbastanza comune: secondo alcuni dati solo negli Usa a soffrirne è una donna su sette. Una ‘spia’ importante di questo disturbo, un cosiddetto biomarcatore, può essere il livello di una proteina del cervello, il fattore neutrofico cerebrale (Bdnf), che durante la gestazione cambia, ma se cala in maniera più ripida del normale soprattutto in alcuni momenti specifici può aumentare il rischio. Ai problemi per la mamma possono associarsene anche degli altri, relativi allo sviluppo del bimbo.
Emerge da uno studio dell’Ohio State University Wexner Medical Center, pubblicato su Psychoneuroendocrinology. I ricercatori hanno prelevato campioni di sangue da 139 donne durante e dopo la gravidanza e hanno osservato che i livelli della proteina diminuivano notevolmente dal primo fino al terzo trimestre, e successivamente aumentavano dopo il parto. “Le donne che hanno avuto cali più ripidi nei livelli di questa proteina avevano un rischio maggiore di depressione più in la’ durante la gravidanza e anche di dare alla luce bambini di basso peso alla nascita”spiega Lisa M. Christian, autrice principale della ricerca. Ad esempio, livelli più bassi del normale nel secondo e terzo trimestre predicevano maggiori sintomi depressivi proprio nel terzo trimestre. Secondo i ricercatori, individuato il problema ci sono anche le ‘armi’per agire: gli antidepressivi, che pero’ possono avere effetti collaterali importanti, e soprattutto l’esercizio fisico. “Con l’approvazione del proprio medico – spiega – rimanere fisicamente attive durante la gravidanza può aiutare a mantenere i livelli di Bdnf, con benefici per l’umore e per lo sviluppo del bambino”.

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Con 8 settimane di utilizzo piattaforma migliora condizione mentale soggetti

Con pochi minuti di esercizi dettati dallo smartphone è possibile migliorare sensibilmente la propria salute mentale. Ad affermarlo è uno studio della Northwestern University pubblicato dal Journal of Medical Internet Research, basato su una piattaforma con tredici app, ognuna dedicata ad un aspetto preciso dall’ansia alla depressione.
I ricercatori hanno sperimentato la piattaforma, chiamata IntelliCare, su cento persone che avevano sintomi di ansia o depressione trovati attraverso un questionario. Dopo una telefonata iniziale con un coach per imparare a usare la piattaforma ai soggetti è stato detto di usarla per due mesi.
“Dopo otto settimane di utilizzo delle app diverse volte al giorno – scrivono gli autori -, tutti i partecipanti hanno riportato miglioramenti significativi della loro salute mentale”.
Tra le app messe a punto dagli esperti ci sono ‘Worry knot’, per la gestione delle ansie, ‘Boost me’, che incoraggia gli utenti a pianificare attività positive, o ancora ‘Social Force’, che sprona gli utenti a identificare le persone più supportive nella propri vita e a restare in contatto. A queste si aggiungono app con esercizi per il rilassamento, il sonno e l’esercizio fisico. “Usare strumenti digitali per la salute mentale – commenta David Mohr, l’autore principale- è una parte importante del nostro futuro. Queste app possono aiutare milioni di persone che non possono raggiungere uno specialista”.
Questo studio è ancora preliminare, sottolineano gli autori, mentre a breve partiranno test su un numero maggiore di soggetti.

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Cereale contiene molecola che favorisce i geni protettivi

Si potrebbe nascondere in un alimento povero come l’orzo il segreto per combattere malattie ‘da stress sociale’ come obesità, depressione e demenza. Lo dimostra uno studio condotto dall’ Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. La ricerca, rende noto la stessa Scuola Sant’Anna, è stata condotta in collaborazione con l’Istituto di Neuroscienze del Cnr di Pisa, Jol White del Gruppo Telecom Italia e Granoro che ha sviluppato una linea di pasta con farina di orzo beta, ovvero la varietà contenente la più alta concentrazione di beta-glucano idrosolubile. E’ infatti questa la molecola responsabile dei benefici dell’orzo sulla salute, un agente naturale che agisce sulle proteine su cui si poggia il nostro Dna favorendo l’espressione di geni protettivi.
Secondo lo studio condotto dal Sant’Anna di Pisa, mangiare alimenti ricchi di beta-glucano idrosolubile, come pasta, pane, biscotti o altri preparati a base di orzo, è in grado di rendere l’organismo più resistente allo stress, all’obesità e ai rischi correlati, che creano le basi per lo sviluppo di disturbi del comportamento e della memoria. Il ‘segreto’ del beta-glucano d’orzo è che agisce da difensore della funzione di una zona del cervello chiamata ippocampo, centro di elaborazione delle emozioni e sede della memoria, nonché primo interlocutore del cuore.
La ricerca ha preso a modello il comportamento sociale e biologico dei topi. “Abbiamo osservato le dinamiche che si creano tra diversi individui – spiega il Professor Vincenzo Lionetti, responsabile della ricerca – e siamo giunti alla conclusione che l’orzo non potrà risolvere le cause sociali dello stress della società di oggi, dalla disoccupazione o dal mobbing, ma può senz’altro aiutarci a non ammalarci”.

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Malessere ‘post partum’ inizia già prima della gestazione

“La depressione ‘post partum’ inizia in realtà prima della gravidanza e ne sono colpite almeno 2 donne su 10. Le radici del malessere sono infatti da ricercare già durante o prima della gestazione e all’origine, nella metà dei casi, ci sono problemi familiari”. A spiegarlo è Franca Aceti, responsabile dell’Unità di Igiene mentale e Relazioni affettive nel post partum dell’Università Policlinico Umberto I – Università La Sapienza di Roma, intervenuta al convegno ospitato oggi presso il policlinico romano in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale Femminile.

”La gravidanza è sempre stata considerata un periodo ‘felice’ ma non è così. Si parla erroneamente – precisa l’esperta – di depressione ‘post partum’ mentre il termine corretto è ‘perinatale’ perché spesso c’è coincidenza tra la depressine durante e dopo il parto. In media colpisce il 20% delle donne e intorno al 10% i padri”. Tra i fattori di rischio, la troppo giovane età della gravidanza, la conflittualità di coppia, i problemi economici, la mancanza di rete sociale, ma anche la familiarità.

”Il 50% delle mamme depresse – spiega Aceti – hanno avuto a loro volta madri depresse e c’è una grossa ricaduta sul benessere psicofisico dei figli, che vanno incontro a depressione con una prevalenza 3-4 volte superiore agli altri”. “Un intervento precoce è importante. Anche perché curare il problema dopo la nascita del bimbo diventa più difficile, per mancanza di tempo, acuita anche dallo stress del parto e dalla fatica fisica dei primi mesi della maternità”, sottolinea Gaetano Pannitteri, responsabile per il Policlinico Umberto I del progetto Bollino Rosa, realizzato in collaborazione con l’Osservatorio nazionale sulla Salute della Donna (Onda). 

In occasione della Giornata Mondiale sulla salute mentale, infatti, il Policlinico è uno dei 140 centri italiani che hanno aderito all’H-Open Day. “Da oggi al 16 ottobre le nostre porte saranno aperte alle donne – conclude Pannitteri – per visite ed esami gratuiti dedicati ai disturbi come ansia, depressione, psicosi e problemi di sonno”.