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Revisione studi, benefici dovuti a proprietà anti-infiammatorie

Già utilizzata per il trattamento della nausea, del dolore e delle infiammazioni, la cannabis potrebbe avere un futuro anche come farmaco contro problemi della pelle come psoriasi e dermatite. A confermarne l’efficacia, uno studio pubblicato sul Journal of American Academy of Dermatology.
I ricercatori della University of Colorado School of Medicine, guidati da Robert Dellavalle, hanno esaminato le prove esistenti di questa associazione in letteratura scientifica slovenska-lekaren.com. Il team ha osservato un legame tra l’iniezione con tetraidrocannabinolo (THC), il composto psicoattivo della cannabis, e una riduzione di malattie della pelle, tra cui la psoriasi, prurito, dermatite atopica e da contatto. Il ruolo positivo, concludono, deriverebbe dal fatto che l’infiammazione risponde positivamente alle note proprietà anti-infiammatorie della cannabis. Inoltre risultava ridotta anche la crescita del tumore nei topi con il melanoma, la forma più letale di tumore della pelle southafrica-ed.com. La maggior parte degli studi inclusi nella revisione hanno coinvolto modelli animali, mentre, sottolineano gli autori, studi clinici su larga scala per valutare la sicurezza e l’efficacia dell’uso topico di cannabinoidi per la cura di malattie della pelle negli esseri umani devono ancora essere condotti. Tuttavia, concludono i ricercatori, nel frattempo i soggetti che non rispondono ad altri farmaci potrebbero beneficiare dall’uso di derivati del THC.

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Dermatologi, poche denunce per paura di perdere impiego

(di Manuela Correra)  C’è l’istruttore di nuoto allergico al cloruro d’alluminio nelle piscine e il falegname ipersensibile a sostanze nella segatura, l’addetto del fast food che non può toccare il piccante chili senza che la pelle si arrossi e l’idraulico che non tollera composti presenti nelle gomme dei tubi, ma c’è anche il tabaccaio che soffre di dermatite causata dai ‘gratta e vinci’. Sono solo alcuni fra i circa 600 casi denunciati ogni anno come dermatiti professionali, ma la realtà è ben più seria: con 172 nuovi allergeni scoperti negli ultimi 8 anni, di cui ben 119 correlati a dermatiti in ambiente di lavoro, si stima che i lavoratori colpiti da una patologia dermatologica correlata al proprio impiego siano molti di più. A puntare i riflettori su un fenomeno ancora poco noto, gli esperti riuniti a Caserta per il congresso nazionale della Società Italiana di Dermatologia Allergologica Professionale e Ambientale (SIDAPA), che avvertono: ”Le mancate denunce derivano in buona parte dalla crisi economica, poichè la paura di perdere il lavoro spinge molti a tacere i disturbi”. Ogni anno, spiega il dermatologo Nicola Balato, presidente del Congresso, ”sono poco meno di 20 i nuovi allergeni individuati dagli studi scientifici, e il 40% sono sostanze comuni in ambiente lavorativo. Un terzo appartiene alla lista degli ingredienti usati in ambito cosmetico, che mettono a rischio estetiste, parrucchieri, addetti dei centri benessere”.

La probabilità di dermatiti professionali, affermano gli esperti, è alta anche in medici, infermieri e badanti che devono somministrare farmaci ai pazienti: le polveri che si depositano sulla cute toccando le pillole o spezzandole possono provocare irritazioni e sono numerosi gli operatori sanitari ipersensibili per contatto a medicinali molto diffusi come le benzodiazepine, gli ACE-inibitori, i beta-bloccanti. Ma c’è di più: oggi, nuove professioni ritenute in passato meno esposte alle reazioni allergiche si sono invece dimostrate a rischio. Alcuni nuovi allergeni infatti, precisa Balato, ”sono contenuti in erbicidi usati dai giardinieri o nelle gomme utilizzate dagli idraulici, mentre fanno capolino nuove allergie che riguardano gli addetti alla ristorazione, e chili o camomilla hanno già provocato casi di dermatite da contatto in addetti dei fast food e baristi”.

Riguarda infine i tabaccai ma anche gli incalliti amanti del gratta e vinci la dermatite da contatto indotta dal nickel contenuto nei rivestimenti del tagliando della fortuna.

Le dermatiti occupazionali, dunque, si rivelano un problema in crescita: negli Stati Uniti si stima riguardino 15 milioni di persone, con una spesa di circa un miliardo di dollari l’anno.

In Italia, invece, l’attenzione è ancora scarsa e le omesse denunce, sottolineano i dermatologi, ”sono la maggioranza, perché i pazienti pensano di poter convivere con il problema e perché c’è il timore diffuso di perdere il lavoro a seguito della segnalazione”. Ma invertire la rotta e conoscere le situazioni a rischio, conclude Alberico Motolese, direttore dell’unità di Dermatologia all’Azienda Ospedaliera Macchi di Varese, ”è molto importante per individuare metodi preventivi adeguati nelle diverse situazioni: i pazienti non dovrebbero temere ripercussioni lavorative e in caso di sintomi di dermatite dovrebbero rivolgersi allo specialista per una corretta diagnosi”