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L’apelina, capace di regolare la glicemia e aumentare la sensibilità all’insulina

Più vicini ad un nuovo farmaco contro il diabete, una malattia sempre più diffusa e per la quale non sempre i trattamenti oggi disponibili sono veramente efficaci.
Si tratta dell’apelina, una molecola naturalmente presente nel nostro corpo che si è dimostrata capace di regolare la glicemia e aumentare la sensibilità all’insulina. Pubblicati sulla rivista Diabetes, Obesity and Metabolism, sono i risultati di uno studio clinico pilota su 16 individui obesi. C’è estremo bisogno di nuove soluzioni terapeutiche per il diabete, una malattia sempre più diffusa e per la quale non sempre i trattamenti oggi disponibili sono veramente efficaci.
Oltre dieci anni fa i ricercatori dell’Inserm presso l’Università di Tolosa hanno scoperto l’apelina, una sostanza naturale che il nostro corpo produce e che fa le veci dell’insulina in caso il sistema primario di regolazione della glicemia non funzioni bene. Gli esperti hanno dimostrato in via preliminare su 16 individui che una dose di apelina è in grado di ridurre la glicemia e che una dose superiore è anche in grado di aumentare la naturale sensibilità all’insulina da parte dell’organismo, sensibilità compromessa nel diabete.
Si tratta della prova di principio che darà il via a nuovi studi clinici su più soggetti, nella speranza di arrivare a un nuovo farmaco alternativo antidiabete.

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Come Paolo Villaggio colpiti 4 milioni italiani

Occhio, rene, sistema nervoso e sistema cardiovascolare: sono quattro gli organi colpiti maggiormente dal diabete di tipo 2, una malattia in costante aumento che in Italia colpisce circa 4 milioni di persone e ne provoca la morte di 73 persone al giorno. “E’ una malattia spesso sottovalutata da parte dei pazienti, perché può dare inizialmente pochi disturbi e le complicanze nei primi anni sono spesso non diagnosticate”, spiega Francesco Purrello, presidente eletto della Società Italiana di Diabeteologia (Sid) e ordinario di Medicina Interna all’Università di Catania. Paolo Villaggio, e’ scomparso proprio per le complicanze di questa malattia per la quale si e’ curato, ha detto la figlia, ”poco e male”. Dovuto a una carenza di produzione di insulina, unita all’insulinoresistenza ovvero a una diminuzione dell’effetto di questo ormone nell’organismo, secondo il recente rapporto Diabetes Atlas dell’International Diabetes Federation (IDF), il diabete è una patologie cronico-degenerativa di cui soffre circa l’8% della popolazione, più del doppio di 30 anni fa. Tra le complicanze più frequenti, quelle oculari: è, infatti, la prima causa di cecità prevenibile in quanto causa la retinopatia, ovvero una lesione dei vasi sanguigni nella parte posteriore dell’occhio. Un’ulteriore complicanza è rappresentata dalla nefropatia, che rende il rene non in grado di filtrare le scorie del metabolismo. “E’ infatti la prima causa di dialisi in Italia”, sottolinea Purrello. Almeno il 30% dei pazienti di diabete è colpito invece da neuropatia, una malattia del sistema nervoso che si presenta sotto forma di formicolio agli arti con diminuita sensibilità. “Questo disturbo può degenerare – ricorda l’esperto – nel piede diabetico, caratterizzato da ulcere che possono infettarsi ed essere causa di amputazione”. Tra le malattie correlate più frequenti e rischiose ci sono quelle cardiovascolari. Ad esempio “l’infarto acuto del miocardio, il cui rischio è di quattro volte maggiore nei diabetici. Mentre le probabilità di avere ictus è di circa due volte e mezzo maggiore”. “Le complicanze causate da picchi di glicemia sono tutte temibili ma anche prevenibili. Da qui – conclude Purrello – l’importanza di un monitoraggio costante dei valori, controlli frequenti dal medico, dieta e attività fisica”.

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Per frenare la malattia si chiedono azioni di prevenzione

L’aumento di diabete, obesità e in generale delle malattie croniche è una nuova ‘epidemia urbana’ secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) e arriva un appello a quasi 8mila sindaci italiani a collaborare per migliorare la salute nelle città della Penisola. A lanciarlo gli esperti al 2nd Health City Forum, organizzato da Health City Institute, Italian Barometer Diabetes Observatory(IBDO) Foundation, Università di “Tor Vergata”, in collaborazione con Cities Changing Diabetes. Nel 1950 un abitante del pianeta su 3, pari a 749 milioni di persone, viveva in città; oggi sono uno su 2, cioè 3,9 miliardi; entro il 2050 saranno 2 su 3, per 6,4 miliardi. Contemporaneamente è cresciuto anche il numero di persone con diabete, passate dai 285 milioni del 2010 ai 415 di oggi, e di sovrappeso e obesi, giunti oggi a 2,2 miliardi nel mondo con un raddoppio in oltre 70 Paesi dal 1980. Nelle 28 megalopoli mondiali, ha trovato casa solo il 12,5 per cento della popolazione urbana; più della metà vive in città con meno di 500mila abitanti: città come Bologna, Firenze, Bari, Verona. “I fenomeni del crescente inurbamento e della conseguente urbanizzazione sono legati a doppio filo con la crescita drammatica delle malattie croniche non trasmissibili, come diabete e obesità”, ha spiegato Andrea Lenzi, Presidente Health City Institute. Con una “Lettera aperta ai Sindaci italiani per promuovere lasalute nelle città come bene comune”, Antonio De Caro, Presidente ANCI e Sindaco di Bari, Enzo Bianco, Presidente Consiglio nazionale ANCI e Sindaco di Catania, hanno sollecitato la creazione di reti di collaborazione pubblico-privato, la messa in atto politiche urbane che abbiano come priorità la salute dei cittadini, impegno a prevenire le malattie croniche non trasmissibili, come diabete e obesità. La lettera aperta è stata condivisa e firmata anche da Walter Ricciardi, Presidente Istituto superiore di sanità,Giovanni Malagò, Presidente Coni, e Simona Arletti, Presidente Rete italiana città sane dell’Oms.

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A supporto dei 3,5 milioni di italiani che convivono con il diabete, Johnson & Johnson Diabetes Care Companies Italia presenta l’innovativa App OneTouch Reveal, la soluzione digitale che permette di visualizzare e condividere i propri dati glicemici e le informazioni più importanti

In Italia circa 1 persona su 16 ha il diabete. Un dato che diventa ancor più preoccupante se si considera il numero di cittadini che rischiano di ammalarsi, o che si sono già ammalati pur non sapendolo ancora1. In pratica – oggi – il diabete è presente in ogni famiglia italiana.
A rendere ancora più serio questo scenario sono le proiezioni future: attualmente ci sono oltre 3,5 milioni di italiani con diabete noto e si stima che entro il 2030 si potrà arrivare a oltre 6 milioni1, considerato che ogni anno vengono diagnosticati circa 275 mila nuovi casi1.
Una condizione che minaccia non solo la salute dei cittadini, ma anche quella delle casse dello Stato, se si considera che curare il diabete in Italia costa al Servizio Sanitario Nazionale circa 15 miliardi l’anno. A tal proposito è importante sottolineare che il 90% di questa spesa (fra ricoveri, specialistica e farmaci) è riconducibile alle complicanze che questa malattia può determinare1. Infatti, se mal controllato, il diabete può provocare una serie di complicanze sia acute che croniche a carico di vari organi e apparati, complicanze che – oggigiorno – è possibile prevenire o rallentare nella progressione, seguendo una terapia corretta (stile di vita sano, alimentazione adeguata, farmaci) e monitorando in modo appropriato i livelli di glucosio nel sangue.
Al fine di ridurre sensibilmente questa complessità, Johnson & Johnson Diabetes Care Companies (JJDCC)-Italia – divisione del gruppo Johnson & Johnson Medical S.p.A e uno dei leader mondiali nel settore dell’autocontrollo glicemico – ha lanciato la nuova soluzione digitale OneTouch Reveal per la gestione delle glicemie.
Il sistema è composto dalla App OneTouch Reveal (versione mobile per smartphone/tablet e web) e dallo strumento per la misurazione della glicemia OneTouch Verio Flex. Grazie alla connettività bluetooth, il glucometro viene sincronizzato con la App, creando un processo integrato che elabora i dati glicemici e li archivia, nel cloud dedicato.
In questo modo la persona con diabete ha accesso diretto ai propri risultati, sia sotto forma di grafici a colori con indicazioni di eventuali profili glicemici, bassi o alti, sia con un diario elettronico che può esser arricchito da informazioni su attività fisica, alimentazione o altro.
Inoltre, con pochi passaggi, è possibile condividere via e-mail con il team clinico il proprio profilo, fornendo una visione chiara e complessiva dell’andamento glicemico.
In aggiunta, per rendere ancora più semplice e immediata la comprensione dei valori glicemici, la soluzione utilizza il codice colore per classificare e organizzare tutti i risultati, ovvero la ColourSure technology. Questa tecnologia, messa a punto e registrata da JJDCC, associa il colore blu, verde e rosso ai risultati rispettivamente bassi, nell’intervallo di norma e alti.
L’innovazione della App OneTouch Reveal consiste in alcune caratteristiche che la distinguono e la rendono ancor più vicina alle più recenti tecnologie indossabili e alle modalità di comunicazione digitale. Anzitutto, la visualizzazione grafica dei dati è sotto forma di un cerchio colorato. La persona con diabete è così stimolata a completare il cerchio verde, cercando di mantenere i risultati glicemici nell’intervallo di norma e raggiungendo l’obiettivo di controllo glicometabolico. La disponibilità di brevi informazioni e immagini relative agli aspetti principali della gestione del diabete completano poi la nuova App OneTouch Reveal, offrendo all’utente un’esperienza simile a quella delle più note social networking Apps.
“L’automonitoraggio glicemico domiciliare è, e resta – tutt’oggi – lo strumento più accurato, efficace e accessibile a tutte le persone con diabete per misurare e tenere traccia dell’andamento delle proprie glicemie. Con l’innovativa soluzione digitale OneTouch Reveal® cambiamo il modo di visualizzare e comprendere i risultati glicemici, dando alle persone con diabete un ruolo ancor più attivo nella gestione della malattia” ha dichiarato Gabriele Allegri, amministratore delegato di Johnson & Johnson Diabetes Care Companies Italia – “Questo è solo un primo passo nel coprire le principali esigenze non ancora soddisfatte nella vita delle persone con diabete e di coloro che se ne prendono cura. Restano ancora diversi spazi di intervento per migliorare l’aderenza alle terapie prescritte, spazi che dovranno includere la combinazione di strategie educative, comportamentali, organizzative e comunicazionali.”
La App OneTouch Reveal è da oggi disponibile – in 11 Paesi tra cui Italia, Austria, Belgio, Canada, Francia, Germania, Ingliterra, Irlanda, Portogallo, Spagna e Stati Uniti d’America – sia per i dispositivi iOS che Android ed è possibile scaricarla gratuitamente direttamente sull’Apple Store e sul Google Play.

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Studio sui ‘segreti’ delle persone naturalmente immuni

Il diabete non è un’unica malattia che colpisce tutti allo stesso modo: vi sono persone più predisposte e altre che non si ammalano – pur presentando tutti i fattori di rischio tipici della malattia (ad esempio obesità): al Policlinico Gemelli di Roma è ‘caccia aperta’ ai meccanismi protettivi naturali contro la malattia da cui partire per sviluppare nuove terapie anti-diabete sempre più personalizzate, spiegano all’ospedale romano in occasione della Giornata per la Ricerca dedicata alla medicina personalizzata.
In Italia il diabete colpisce circa 5 milioni di persone.
Tutti i pazienti sono accumunati da iperglicemia e nella visione classica del trattamento, l’obiettivo principale è abbassare i livelli di glucosio nel sangue con i farmaci ipoglicemizzanti e l’insulina. Ma il diabete è una malattia complessa e multifattoriale e la vera sfida è disegnare un trattamento individualizzato per ciascun paziente, sulla base di diversi fattori e di eventuali predisposizioni genetiche, un trattamento che tenga conto anche del a rischio di complicanze che non è uguale per tutti. In studi condotti presso l’Università Cattolica si è visto ad esempio che non tutte le persone con insulino-resistenza, anche grave, sviluppano diabete e che meccanismi ben precisi proteggono questi soggetti che si possono in un certo senso definire “immuni” alla malattia. Attraverso sofisticate tecniche (per esempio analisi di proteomica e del Dna), si cerca di individuare i meccanismi che sono alla base della loro “immunità” al diabete, al fine di identificare nuovi e più specifici target terapeutici. In altre parole, piuttosto che perseguire strategie di generica prevenzione del diabete, gli studi dei ricercatori della Cattolica e dai clinici del Gemelli sono volti a identificare specifici meccanismi protettivi presenti solo in alcune persone. Una volta identificati, potranno essere utilizzati anche sulle persone a rischio o già malate perché prive di questa naturale protezione.

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Sottoprodotto delle fibre alimentari, protegge persone a rischio

Scoperta una molecola prodotta dalla flora intestinale (i batteri che albergano il nostro intestino e che ci aiutano tra le altre cose a digerire) che protegge dal diabete.
   
Lo rivela una ricerca condotta presso l’Universita’ della Finlandia Orientale a Kuopio e pubblicata sulla rivista Scientific Reports.
   
Gli esperti sono partiti da un campione di centinaia di individui, tutti sovrappeso e a rischio di diabete in quanto gia’ in condizioni di ridotta sensibilita’ all’insulina (ormone che regola lo zucchero nel sangue o glicemia).
Gli esperti hanno seguito il campione per 15 anni e confrontato la composizione molecolare del sangue di coloro che, tra i partecipanti, hanno sviluppato il diabete entro i primi cinque anni di monitoraggio e coloro che, invece, non si sono mai ammalati. Guardando il profilo individuale di ”metaboliti’ nel sangue – tutte le sostanze in esso contenute – e’ emerso che chi non si ammala di diabete presenta livelli ematici piu’ elevati di acido indolepropionico. Questo non e’ altro che il sottoprodotto della ‘digestione’ – da parte di batteri della flora intestinale – delle fibre alimentari che, guarda caso, in precedenti studi hanno rivelato il loro effetto protettivo contro il diabete.
   
L’acido indolepropionico sembra favorire il rilascio di insulina da parte del pancreas, concludono gli scienziati.

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Studio Usa, no benefici e aumento rischio effetti collaterali

Nessun beneficio, ma l’aumento del rischio di effetti collaterali: un farmaco comunemente prescritto alle donne incinte con alle spalle una storia di parti pretermine incrementerebbe la possibilità di sviluppare il diabete gestazionale. E’ la conclusione di uno studio dell’UT Southwestern Medical Center, pubblicato sull’American Journal of Obstetrics and Gynecology.
”Abbiamo dimostrato che il farmaco è inefficace e ha un effetto collaterale”, precisa David Nelson, primo autore della ricerca. Il medicinale è una versione sintetica di un ormone, il progesterone (il nome tecnico è 17-alfa idrossiprogesterone caproato), ed è stato approvato negli Usa dalla Food and Drug Administration nel 2011 per le donne a rischio di avere un secondo parto pretermine.
Diverse società scientifiche americane ne hanno sostenuto l’uso. Ma nonostante le raccomandazioni, il farmaco è stato fonte di dibattito tra ostetrici e ginecologi per il suo costo e alcune questioni sollevate dagli studi presentati sulla sua efficacia.
In quest’ultima ricerca, condotta tra il 2012 e 2016, è stato dato a 430 donne incinte che avevano avuto già un parto prematuro. Dopo di che sono stati messi a confronto i loro dati sul tasso di nascite pretermine con quelli di altre pazienti, quasi 6mila, seguite nello stesso ospedale, il Parkland Memorial Hospital, tra il 1988 e il 2011. Si è così visto che tra quelle cui era stato il farmaco, il 25% aveva avuto un parto prematuro, cioè prima o alla 35esima settimana di gestazione, contro il 16,8% di quelle dell’altro gruppo non trattate. Non solo. Il tasso di diabete gestazione è stato del 13,4% nelle donne trattate con l’ormone sintetico, contro l’8% dell’altro gruppo.

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Società Diabetologia, è errata la percezione che corrano rischi inferiori

Il diabete che colpisce le donne è diverso da quello degli uomini. Lo sa bene la medicina di genere, che studia l’influenza del sesso sulla fisiologia e le patologie umane: le donne diabetiche presentano, infatti, una maggiore mortalità legata alle complicanze e raggiungono i target contro i fattori di rischio con maggior difficoltà rispetto agli uomini. Non solo: nei loro confronti si registra anche una minor attenzione proprio nel trattamento dei fattori di rischio. Per far luce su tali diversità, la Società italiana di diabetologia (Sid), in occasione del convegno nazionale ‘Panorama Diabete’, ha presentato un position paper sulle differenze di genere nel diabete in termini di presentazione clinica, diagnosi, terapia e prevenzione.
Il primo elemento a sfavore delle donne è che il diabete rappresenta per loro un super-fattore di rischio cardiovascolare: il rischio è infatti due volte più ‘forte’ nel sesso femminile. Nella donna, inoltre, il diabete ha una ricaduta particolarmente negativa sul fronte della coronaropatie e dell’ictus. Il rischio di coronaropatia tra i maschi con diabete è 2,16 volte maggiore che nella popolazione generale; ma per le donne diabetiche questo rischio è di 2,86 volte superiore. Ciò significa che le donne con diabete, rispetto alla controparte maschile, hanno un rischio di coronaropatia aumentato del 44%, mentre il rischio di ictus è superiore del 27% rispetto agli uomini. Ma cosa rende il diabete un fattore così ‘cattivo’ nelle donne? Alcuni studi hanno dimostrato che un cattivo compenso glicemico sembra condizionare maggiormente il rischio di ictus nelle donne. Ed anche i fattori ormonali hanno un loro peso: nel maschio, bassi livelli di testosterone sono un fattore di rischio di cardiopatia ischemica, mentre nella donna ad aumentare questo rischio è al contrario la presenza di elevati livelli di testosterone. Nonostante i passi avanti registrati nelle cure, inoltre, nelle donne con diabete la riduzione del rischio cardiovascolare resta minore che negli uomini (rispettivamente 23% e 17%). Come mai? Un’ipotesi è che nelle donne i fattori di rischio cardiovascolari siano trattati con minor attenzione. Tra i muri da abbattere in questo caso vi è l’errata percezione che le donne abbiano un rischio cardiovascolare inferiore agli uomini: a loro vengono ad esempio somministrate meno di frequente le statine e si assiste ad una disparità di sesso anche nel trattamento con farmaci antipertensivi.
Donne e uomini, poi, si comportano diversamente pure nei confronti delle complicanze del diabete. La neuropatia – complicanza del diabete che colpisce il sistema nervoso periferico – sembra ad esempio più frequente e più precoce nella sua insorgenza negli uomini, in cui più facilmente evolve verso il piede diabetico e l’amputazione, ma è nelle donne che la mortalità associata alle amputazioni risulta più elevata.

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Resetta il pancreas, induce nascita nuove cellule per insulina

Una particolare dieta detta ‘mima-digiuno’ potrebbe essere usata per sconfiggere il diabete: infatti è risultata capace di riprogrammare cellule adulte del pancreas e ripristinare la funzione dell’organo, ovvero la produzione dell’ormone insulina che serve per regolare la quantità di zucchero nel sangue (glicemia).
Lo rivela uno studio italiano condotto nel laboratorio di Valter Longo, lo scienziato che lavora tra la University of Southern California di Los Angeles e l’IFOM di Milano, e che ha ideato questo speciale piano alimentare che mima gli effetti positivi ottenibili col digiuno (solo acqua), ma senza digiunare e quindi senza troppe difficoltà e soprattutto senza rischi.
La nuova ricerca è stata pubblicata sulla rivista Cell e mostra le potenzialità della dieta di Longo sia sul diabete giovanile (di tipo 1 in cui le cellule produttrici di insulina non ci sono più perché hanno subito un attacco da parte del sistema immunitario) sia per il diabete più diffuso, di tipo 2 o insulino-resistente, quello legato anche all’obesità.
La DMD (la dieta che mima il digiuno) è caratterizzata da alcuni giorni al mese di alimentazione con poche calorie e cibi ben selezionati (ad esempio pochi zuccheri, pochi grassi saturi, poche proteine etc) mentre per il resto del tempo si può seguire un’alimentazione normalissima.
In questo lavoro Longo ha mostrato che la DMD promuove la crescita di nuove cellule produttrici di insulina riducendo i sintomi del diabete di tipo 1 e tipo 2 nei topi. Gli stessi effetti sono stati ottenuti in provetta su cellule di pancreas umano. In pratica la dieta riaccende dei geni embrionali e trasforma cellule pancreatiche non adibite alla produzione di insulina in ‘cellule beta’, il cui lavoro è appunto quello di produrre l’ormone. Gli sviluppi di questo studio hanno una portata enorme perché potrebbero condurre in futuro a una cura del diabete di tipo non farmacologico ma solo attraverso questa particolare alimentazione.

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Non c’e’ un diretto collegamento con il diabete

Contrordine, stare seduti non fa poi così male alla salute come si è finora pensato, soprattutto in termini di collegamento diretto con il diabete. Perlomeno non il tempo trascorso seduti per lavoro, che incide meno negativamente di quello invece trascorso alla tv.
Emerge da uno studio guidato dall’Università di Sidney, pubblicato sul British Journal of Sports Medicine, che mette in dubbio una delle massime più popolari, secondo cui ‘sedersi è il nuovo fumare’, cioè produce danni paragonabili a quelli del fumo di sigaretta, anche se non ‘sdogana’ del tutto l’abitudine alla sedentarietà.
Gli studiosi hanno preso in esame i dati di una ricerca su 4811 persone di mezza età che lavoravano in un ufficio di Londra. Nel 1998 ai partecipanti, tutti senza diabete o malattie cardiovascolari, è stato chiesto di riferire la quantità di tempo trascorso seduti a lavoro, nel tempo libero e a guardare la televisione. Nel 2011, 13 anni dopo, nello stesso gruppo di persone è stato determinato il livello di glucosio nel sangue e se vi fossero nuovi casi di diabete, tenendo conto di altri fattori come l’attività fisica, la qualità della dieta, l’alcol e l’abitudine al fumo. I casi di diabete rilevati sono stati in totale 402 e vi era una scarsa correlazione tra lo stare seduti e il diabete e questa debole correlazione riguardava principalmente il tempo trascorso alla tv. Anche in quest’ultimo caso, però, secondo gli studiosi occorre tenere conto di altri fattori come l’abitudine agli spuntini e l’esposizione alle pubblicità di cibi poco sani. Inoltre, una cosa da non trascurare è che i partecipanti allo studio camminavano in media 45 minuti.