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Differenze sociali si riflettano sui livelli di infiammazione

Sentirsi ‘ultimi’ altera il sistema immunitario, aumentando il rischio di malattie cardiache e diabete. Lo rivela uno studio della Duke University, negli Stati Uniti, pubblicato sulla rivista Science.
Il gap nell’aspettativa di vita tra i più ricchi e i più poveri negli Stati Uniti è di 10 anni per le donne e 15 per gli uomini. Parte della spiegazione è che le persone provenienti da ambienti poveri hanno maggiori probabilità di avere uno stile di vita peggiore, tra cui fumo, poco esercizio fisico e abuso di cibo spazzatura. Ma l’ultimo studio suggerisce altri fattori. I ricercatori hanno infatti diviso 45 macachi Rhesus in nove gruppi di cinque. Quelli che finivano in fondo alla gerarchia sociale dei gruppi diventavano “cronicamente stressati”, avevano meno potere e più molestie dalle altre scimmie.
Un’analisi del sangue sui macachi ha mostrato, tra quelli in alto e in basso nello status sociale, ben 1.600 differenze nei livelli di attività di geni coinvolti nel funzionamento del sistema immunitario. In particolare le scimmie in fondo al gruppo, presentavano alti livelli di citochine infiammatorie, indice di infiammazione cronica, che aumentava il rischio di altre malattie, come quelle cardiache. In pratica, chiariscono i ricercatori, il sistema immunitario potrebbe essere migliorato o peggiorato agendo sulla gerarchia sociale. Lo studio, secondo Michael Marmot dell’University College di Londra, conferma il ruolo della mente nell’impatto sulla salute.

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Suo cervello più grande rispetto ai primati

Se l’uomo ha un cervello più grande rispetto a quello degli altri primati, il merito è del suo metabolismo ultra-rapido e di una maggiore riserva di energia: grazie a queste caratteristiche può ospitare un cervello più grande, che consuma più calorie, avere più prole e vivere più a lungo. La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature, si deve ai ricercatori guidati da Herman Pontzer, dell’Hunter College di New York, e potrebbe aprire a nuove strade per combattere l’obesità. 



Secondo i ricercatori, gli uomini si sono evoluti con una percentuale di grasso corporeo maggiore di quella di gorilla e oranghi per avere le riserve di energia necessarie ad alimentare questo imponente metabolismo. Gli esseri umani, rispetto agli altri primati infatti, non solo hanno un cervello più grande, ma vivono più a lungo, si riproducono di più, hanno più grasso, e un intestino relativamente più piccolo. Caratteristiche dal metabolismo dispendioso e che hanno fatto la differenza tra l’uomo e le scimmie. 



I ricercatori hanno misurato direttamente la quantità di energia ‘spesa’ in 141 persone e 56 specie di primati ospitati negli zo o per 7-10 giorni e hanno così visto che l’uomo ha sviluppato nel corso dell’evoluzione un metabolismo più veloce e con un maggior budget di energia, che viene spesa in termini di chilocalorie. Usa 400 calorie in più giornaliere rispetto agli scimpanzè, 635 in più dei gorilla e 820 in più degli oranghi. Il che indica una maggior attività metabolica negli organi.



Oltre ad avere più grasso rispetto ai primati, l’uomo mostra differenze anche tra i sessi: negli uomini la percentuale di grasso corporeo è del 22,9%, nelle donne del 41,7%. ”Gli uomini hanno sviluppato una predisposizione al deposito di grasso – scrivono i ricercatori – mentre gli altri primati rimangono relativamente magri, anche in cattività e con poco movimento”.